Dalle sagome di pezza alle American Girl, le “Black dolls“ riscrivono la schiavitù: mostra a New York

Bambole, tessuti, giochi, strumenti per cucire e fotografie. Oltre 200 oggetti esposti alla New York Historical Society offrono una prospettiva unica della storia del razzismo: "Lo specchio di un periodo che va dalla metà del XIX secolo alla metà del XX, una verità diversa da quella riportata nei documenti ufficiali"

Oltre 110 bambole di stoffa nera, fatte a mano e realizzate tra il 1850 e il 1940, per raccontare il periodo storico che va dalla schiavitù alla Ricostruzione, da Jim Crow agli inizi del movimento per i Diritti civili. Il fiore all’occhiello della collezione di Deborah Neff è il perno centrale della mostra che ha appena aperto i battenti al New York Historical Society (fino al 5 giugno). Attraverso le Black Dolls, questo il titolo dell’esposizione, il gioco getta una nuova luce sulla persistenza del razzismo nella storia americana anche dopo l’emancipazione alla fine della Guerra Civile americana.

Harriet Jacobs, sfuggita alla schiavitù scrisse ’Incidenti nella vita di una schiava’ (1861) e creò queste tre bambole per i figli dello scrittore Nathaniel Parker Willis intorno al 1850-60

Harriet Jacobs, sfuggita alla schiavitù scrisse ’Incidenti nella vita di una schiava’ (1861) e creò queste tre bambole per i figli dello scrittore Nathaniel Parker Willis intorno al 1850-60

Oltre 200 oggetti esposti

Fra i duecentooggetti esposti – oltre alle 110 bambole della collezione privata Neff, ci sono tessuti, giochi, strumenti per cucire e fotografie – la rassegna offre una prospettiva unica della storia del razzismo: le bambole sono esposte in ordine cronologico, partendo da quelle che riflettono gli orrori della schiavitù per poi passare attraverso l’era della Ricostruzione, Jim Crow e gli inizi del movimento dei diritti civili negli anni ‘60.
“Queste Black dolls sono lo specchio di un periodo che va dalla metà del XIX secolo alla metà del XX, ma raccontano una storia diversa da quella scritta nei documenti ufficiali – spiegano le due curatrici, Margi Hofer e Dominique Jean-Louis – . È quelle delle donne afro americane che all’epoca non avevano voce e che le stesse hanno espresso attraverso la realizzazione di bambole che, anche se sotto forma di un gioco, rivelano il loro pensiero, le loro difficoltà, e anche un gran senso di dignità».

Leo Moss, un tuttofare di Macon, in Georgia, riutilizzò bambole bianche per realizzarne di nere, con le sembianze dei sui suoi amici e familiari: nella foto ’Bambola con lacrime’ (1922)

Leo Moss, un tuttofare di Macon, in Georgia, riutilizzò bambole bianche per realizzarne di nere, con le sembianze dei sui suoi amici e familiari: nella foto ’Bambola con lacrime’ (1922)

Da schiava a scrittrice: Harriet Jacobs

Tre delle ’dolls’ in mostra sono state realizzate dalla scrittrice afro americana Harriet Jacobs (1813 -1897), nata schiava e sin da bambina soggetta a molestie sessuali da parte del suo padrone. La donna riuscì a scappare dalla schiavitù e dalla violenza fisica da trentenne e realizzò le bambole per i bambini di una famiglia bianca per la quale lavorò dopo la fuga. Nella sua autobiografia Incidents in the life of a slave girl (1861), pubblicato con lo pseudonimo di Linda Brent, la schiava liberata racconta come, durante gli anni in fuga, usò il lavoro di cucito come un sollievo per la sua solitudine. Altre tre bambole furono realizzate negli anni ‘30 da Leo Moss, artista afro americano autodidatta della Georgia che riconvertì alcune bambole (bianche) modificando i loro capelli, caratteristiche ed espressioni della faccia, tingendo la pelle con la cromatina affinché somigliassero a se stesso, alla sua famiglia e ai suoi vicini“.

La prima bambola di colore

L’ultima bambola della collezione in mostra è invece il personaggio Addy Walker, la prima bambola di colore realizzata dall’azienda americana di bambole American Girl nel 1993, con lo scopo di educare i bambini sulla schiavitù e l’emancipazione americana. Addy ha i capelli intrecciati e indossa oggetti simbolo della cultura afro americana.

“The doll experiment”

stra è invece il personaggio Addy Walker, la prima bambola di colore realizzata dall’azienda americana di bambole ‘American Girl’ nel 1993

Addy Walker, la prima bambola di colore realizzata dall’azienda americana di bambole ‘American Girl’ nel 1993

Fu proprio un esperimento con le bambole condotto nelle allora segregate scuole degli Stati Uniti a portare, nel 1954, all’istituzione di scuole miste in tutto il Paese. Negli anni ‘40, un gruppo di psicologi usarono appunto le bambole per testare il grado di pregiudizio in cui crescevano i bambini: la netta preferenza dei bimbi – sia bianchi che neri – per le quelle bianche contro quelle scure e le parole con cui spiegavano la scelta, li spinsero ad affermare che la segregazione andava cancellata. “The doll experiment” fu riproposto nel 2010 da Anderson Cooper su Cnn e si capì che nell’era di Barack Obama, primo presidente afroamericano, molti pregiudizi razziali restavano intatti.

I “Doll test”

Tornando agli anni Quaranta, gli psicologi Kenneth e Mamie Clark progettarono e condussero una serie di esperimenti conosciuti come Doll test per studiare gli effetti psicologici della segregazione sui bambini afroamericani. Vennero usate quattro bambole, identiche tranne che per il colore, per testare le percezioni razziali dei bambini. Il Doll Test prese in esame 253 bambini neri di età compresa tra i tre e i sette anni: 134 dei bambini avevano frequentato scuole materne segregate in Arkansas, 119 scuole integrate nel Massachusetts.

A ciascuno di loro vennero mostrate quattro bambole: due con pelle bianca e capelli gialli, e due con pelle marrone e capelli neri. Ad ogni studente venne stato chiesto di identificare la razza della bambola e con quale preferivano giocare. La maggior parte degli studenti neri indicavano la bambola bianca con i capelli gialli, assegnandole tratti positivi, e scartavano la bambola marrone con i capelli neri, assegnandole tratti negativi. I Clark conclusero che all’età di 3 anni i bambini neri si erano già formati un’identità razziale, attribuendo tratti negativi alla propria identità, perpetuati dalla segregazione e dal pregiudizio. “il pregiudizio, la discriminazione e la segregazione” avevano creato un sentimento di inferiorità tra i bambini afroamericani danneggiando la loro autostima.