Dalle “teste di moro” alle “teste di queer”: lo strappo alla tradizione dell’artista trans Cori Aminta

L'artista siciliana, nella mostra aperta al pubblico fino al 30 settembre allo SpazioNoto di Noto, ha deciso di reinterpretare un grande classico della cultura della sua terra.

L’arte è fatta per sconvolgere, ammaliare, ispirare e anche educare. In questo senso, l’artista e stylist transgender siciliana, Cori Amenta, ha deciso di rivisitare un grande classico della sua terra: la testa di moro. Queste opere sono diventate negli anni un marchio di fabbrica dell’isola, tanto che è molto comune aggirarsi tra Palermo e Catania e vedere questi particolari oggetti sui terrazzi dei siciliani.

Dietro alle teste del moro però, c’è una storia di “rivalsa femminile”. Intorno al 1100, in un antico quartiere di Palermo, viveva una bellissima ragazza. La fanciulla passava gran parte delle sue giornate a curare le piante sul suo balcone con un’attenzione pari a quella che si dedicherebbe a un figlio. E proprio da quel balcone, la fanciulla stregò un giovane moro di passaggio. Il ragazzo, folle d’amore, si precipitò dalla ragazza per dichiararsi. La fanciulla, colpita da un tale impeto, si concesse al giovane appena conosciuto. Il ragazzo però, dopo poco, confessò di dover tornare in breve tempo in oriente, dove ad aspettarlo c’erano moglie e figli. La fanciulla, sentendosi tradita, presa dalla rabbia e dalla gelosia, approfittò della notte per decapitare il giovane spasimante e utilizzò la sua testa per piantare un basilico che avrebbe arricchito il suo terrazzo. Il particolare “vaso” destò subito grande invidia in tutti i vicini di casa che, in tuta risposta, chiesero che venissero realizzati dei vasi in terracotta uguali a quello della ragazza.

Da oggetto di uso quotidiano della cultura siciliana a un’opera d’arte. Questo è il salto creativo di Cori Amenta che nella galleria “SpazioNoto”, proprio nella sua Noto, ha lanciato la sua mostra “teste di queer”, una rivisitazione delle classiche teste di moro che, come ha dichiarato l’artista, sono: “volutamente un’interpretazione del mio viso”. Cori è partita dal suo volto per raccontare le sue diverse anime: c’è la versione Frida Kahlo, o quella “Maleficent”, strega del nuovo corso Disney, la testa ispirata a Keith Haring e alla street culture gay degli anni ottanta. “Un grido sulla libertà d’espressione, l’essere cento persone in una. Il moro per me è stato solamente un presto per raccontare la mia vita”. Un taglio nella tela che rompe la tradizione per mostrarci un altro lato della Sicilia e, più in generale, dell’Italia perché, come dice Cori Amenta: “Io sono me stessa in qualsiasi parte del mondo” com’è giusto che sia.