Dedicarsi alla natura? Creerà milioni di posti di lavoro. Ce lo spiega un report annuale del Wwf

"La necessità di raggiungere un accordo per fermare e invertire la perdita di natura entro il 2030 non è mai stata così urgente" dice l'organizzazione. E propone di realizzare politiche catalizzatrici in tre grandi aree

Trentanove milioni di posti di lavoro in più ogni anno: sono quelli che, secondo il WWF, si potrebbero creare dedicando ad azioni positive per la natura (come la rinaturalizzazione) una solo annualità di quei sussidi che ancora oggi, a detta dell’associazione ambientalista, “distruggono la biodiversità”. La stima è contenuta nel rapporto dal titolo ‘Halve Humanity’s Footprint on Nature to Safeguard our Future’ (Dimezzare l’impronta ecologica dell’umanità sulla natura per salvaguardare il nostro futuro).

© Joseph Gray WWF-UK

Nel 2020, il ‘Future of Nature and Business Report’ del World Economic Forum aveva previsto che le soluzioni cosiddette “nature-positive” potrebbero creare 395 milioni di posti di lavoro entro il 2030 e 10.100 miliardi di dollari in opportunità commerciali. Il nuovo rapporto del WWF, prodotto da Dalberg Advisors, prevede che distribuire questo stimolo tra i Paesi in modo equo – cioè in base alla popolazione, non alla loro forza economica – creerebbe quasi il doppio dei posti di lavoro se invece si agisse altrimenti (39 milioni appunto, contro 20 milioni).

Più della metà del Pil mondiale, che ammonta a 44 mila miliardi di dollari, sostiene il WWF “è dipendente in qualche modo dalla natura, il cambiamento ambientale globale mette a rischio quasi 10.000 miliardi di dollari entro il 2050 e potrebbe provocare un aumento dei prezzi su larga scala per le principali materie prime come, tra le altre, il legno e il cotone”.

© Yoon S. Byun- WWF-US

Per esempio “la deforestazione delle foreste tropicali rischia di alterare significativamente il ciclo delle piogge, aumentando drasticamente la scarsità d’acqua nelle regioni colpite. Allo stesso modo, la distruzione delle barriere coralline (per esempio, attraverso la pesca a strascico e il riscaldamento degli oceani) mette a rischio habitat cruciali per la rigenerazione degli stock ittici globali”.
Il WWF ritiene che per raggiungere questo traguardo entro il 2030, i governi dovrebbero innanzitutto realizzare politiche catalizzatrici in tre grandi aree:

1. Riconoscere il valore del capitale naturale e fermare lo sfruttamento eccessivo.

2. Rendere sostenibili e sane la produzione alimentare e le diete, creando un sistema alimentare a spreco zero.

3. Integrare modelli di business circolari e rigenerativi.

© Jaime Rojo – WWF-US

La ricerca del WWF arriva mentre i negoziatori si preparano al terzo round di colloqui per un nuovo accordo globale sulla biodiversità, che inizierà lunedì prossimo. I colloqui si svolgono nell’ambito della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD) ed è previsto che il piano finale venga adottato ad ottobre 2021 alla 15esima Conferenza delle Parti della CBD a Kunming, in Cina. Si prevede tuttavia che la fine dei negoziati e l’adozione degli accordi sia rimandata a quando saranno possibili le riunioni in presenza, auspicabilmente entro il 2022.

“La necessità di raggiungere un accordo per fermare e invertire la perdita di natura entro il 2030 non è mai stata così urgente” dice il WWF. “Siamo preoccupati che il mondo non stia riuscendo a rispondere adeguatamente alla crisi dei sistemi naturali, pregiudicando anche la nostra capacità di affrontare l’emergenza climatica e mettendo in pericolo le risorse da cui tutti dipendiamo, nonché la nostra stessa sopravvivenza”.