Diciottenni al voto anche per il Senato: quattro milioni di cittadini si appropriano dei pieni diritti politici

Il costituzionalista Stefano Ceccanti, fra i padri della riforma: "Impossibile ipotizzare chi ne trarrà vantaggi. Dal 1994 non esiste più derivazione diretta dal voto genitoriale. I giovanissimi porteranno sensibilità sul clima e sui diritti in generale e chiederanno percorsi di lavoro prevedibili". "Voto ai sedicenni? Solo alle amministrative"

Palazzo Madama ha dato il via libera al Ddl che porta a 18 anni la soglia per il voto per il Senato. Il provvedimento ha avuto 178 sì, 15 no e 30 astenuti ed è stato quindi approvato in via definitiva. Per la promulgazione e l’entrata in vigore, però, bisognerà attendere tre mesi per un eventuale referendum confermativo  in quanto il testo non ha ottenuto in tutte le votazioni il quorum dei due terzi.

Cosa significa questa riforma  in concreto per la democrazia italiana e per i giovani cittadini in particolare? Lo abbiamo chiesto al prof. Stefano Ceccanti, costituzionalista dell’Università La Sapienza di Roma, capogruppo del Pd in commissione Affari costituzionali di Montecitorio

Innazitutto -dice Ceccanti che ha sostenuto sin dall’inizio il progetto di riforma- si tratta di un passo in avanti dovuto:  la differenza di età tra la Camera e il Senato era  insensata, e teneva fuori dal voto per Palazzo Madama qualcosa come  4 milioni di elettori, che ora si riappropriano della pienezza dei propri diritti politici”.  ”Una discriminazione  del genere -sottolinea Ceccanti-  non esiste in un nessun altro paese europeo, ed averla abolita è un segno di civiltà in sé. Cosa ne pensano i giovani? (Leggi l’articolo)

Stefano Ceccanti, costituzionalista e parlamentare Pd

Chi potrà avvantaggiarsi del voto giovanile?

“Difficile dirlo. Ascolto letture per cui il centrosinistra avrebbe voluto questa legge perché ne sarebbe favorito, ma in realtà nessuno può assolutamente dirlo. Il voto dei giovani è imprevedibile e variegato. L’unica cosa che mi pare ormai acclarata è che da alcuni anni oramai  non esiste più quella derivazione diretta dal voto genitoriale che osservavamo nei decenni precedenti: almeno dal 1994 abbiamo assistito infatti a uno scostamento sempre più evidente  tra il voto dei figli e quello dei genitori”.

Teme che qualcuno possa essere tentato dal referendum per abrogare la legge, non essendo stata approvata con il voto favorevole dei 2/3 come disposto per le riforme costituzionali?

“In linea di principio è possibile, ma io sono abbastanza convinto che non accadrà. Quindi credo che ottobre la legge entrerà in vigore, e dalle prossime elezioni ne vedremo gli effetti. Che non saranno banali”.

Ad esempio?

“Ad esempio, l’equiparazione tra l’età del voto al Senato e quella alla Camera: negli ultimi  anni abbiamo avuto maggioranze diverse tra i due rami del parlamento e questo anche perché  un elettore su dieci votava solo per la Camera. Una stortura vistosa:   poi,  finalmente,  il cambiamento socioculturale che c’è stato nell’orientamento politico delle generazioni negli ultimi decenni ora sarà pienamente rappresentato in tutti e due i rami del Parlamento”.

E dell’estensione del voto ai sedicenni, ipotizzata dal suo partito, cosa pensa?

“Che sarebbe meglio limitarla alle elezioni amministrative perché quello può costituire un primo apprendimento civico ravvicinato all’esperienza diretta”.

Quale contributo in particolare, secondo lei, i giovanissimi possono portare al dibattito democratico, soprattutto in questa fase?

“I giovanissimi giustamente si accostano alla politica a partire da alcune loro priorità di temi e interessi, il diritto di voto li aiuta a collegare queste loro sensibilità alle offerte politiche e aiuta queste ultime ad evolvere, ad essere sensibili nei loro confronti.  Tra le priorità che vedo, oltre a un’ evidente mobilitazione per il clima, mi sembra ci sia ad esempio  tanto una preoccupazione materiale, per una prevedibilità dei percorsi di lavoro, quanto   una post-materiale di sensibilità ai diritti”.