Disabilità, tra scuola e tempo libero: abbattere le barriere fisiche e culturali per ripensare il concetto in chiave sociale

Istruzione, lavoro, trasporti: sono tanti gli ambiti in cui le persone con disabilità fanno i conti ogni giorno e nel nostro Paese nelle agende politiche il tema non risulta preponderante. I dati, però, ci mostrano una panoramica tutt'altro che inclusiva

La dimensione sociale, inopinatamente trascurata nella valutazione delle politiche per la disabilità, è invece un elemento centrale. Si pensi che, in Italia, secondo dati Open polis, il 13,3% delle persone tra 14 e 44 anni con limitazioni gravi si dichiara per niente soddisfatto del proprio tempo libero. Tra i coetanei senza limitazioni la quota è pari al 4,1%, tre volte meno. Ancora: il 31,9% delle persone tra 14 e 44 anni con limitazioni gravi si dichiara infatti poco o per niente soddisfatto delle proprie relazioni di amicizia. Tra i coetanei senza limitazioni la quota è pari al 9,9%.
Da cosa deriva questo sentimento? La risposta più semplice sarebbe quella di ‘confinare’ il disabile nella sfera della persona soggettivamente influenzata in maniera negativa dalla propria condizione. Quella più oggettiva, invece, va ad analizzare il complesso di cause che determinano tale insoddisfazione, a partire dalla possibilità di accedere ai ‘contesti formali ed informali di apprendimento’, dalla scuola dunque, allo sport organizzato alle attività culturali, oltre che ad attività ludiche, ricreative e sociali in compagnia dei coetanei. Sotto questo aspetto la strada da percorrere è ancora tanta. Troppa. Anche perché la disabilità continua ad essere un tema piuttosto trascurato dalle agende politiche.

Le barriere nella vita reale

Un’indagine condotta negli anni scorsi dall’Istituto statistico Ue ha provato a misurare, per ciascun Paese, la presenza di barriere nei 10 ambiti della vita rilevanti secondo le nuove classificazioni Icf (classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute). Tra queste, ad esempio, quelle relative alla mobilità, all’uso dei trasporti, all’accessibilità degli edifici. Ma anche nei percorsi di educazione e formazione, nell’occupazione, nell’ambito economico, così come nell’uso delle tecnologie, nei contatti sociali e nelle attività ricreative. Nel confronto con gli altri stati Ue, il nostro Paese mostra risultati variabili rispetto alla presenza di barriere in ambiti come mobilità, trasporti e accessibilità degli edifici. Se su quest’ultimo aspetto la quota di giovani disabili (15-44 anni) che segnala la presenza di barriere è inferiore alla media Ue (19,3% contro 25,6%), il trasporto viene individuato come ambito problematico dal 27,86% delle persone con disabilità (media Ue 21,84%). L’esistenza di barriere nell’istruzione riguarda invece a il 28% dei disabili europei tra 15 e 44 anni, quota che sale al 46% in ambito di lavoro e occupazione e quasi al 56% nelle attività ricreative legate al tempo libero.

Oltre il 40% dei giovani con disabilità segnala la presenza di barriere nell’ambito del tempo libero. Rimuovere questi ostacoli determinerebbe una conseguenza immediatamente positiva sulla qualità della vita delle persone, ed in particolare dei minori, con disabilità. Secondo l’Istat (2017), infatti, un grado di soddisfazione elevata per la propria vita riguarda il 38,2% degli occupati e il 30,5% tra i laureati. E non è un caso se tra le persone con disabilità che partecipano alla vita culturale si riscontra un significativo aumento del livello di soddisfazione: se infatti solo il 19,2% delle persone con limitazioni gravi è molto soddisfatto per la propria vita, tra quelle che partecipano ad attività culturali la quota sale al 37%. A fronte di questo appena il 22,8% delle persone tra 14 e 44 anni con limitazioni gravi ha partecipato ad attività culturali, come spettacoli o visita a musei (tra i coetanei senza limitazioni la quota è pari al 34,9%).

L’ambito scolastico

Ma è soprattutto la scuola, nella sua interezza, a dimostrarsi ancora particolarmente carente (ne avevamo parlato qui qualche mese fa). Basti pensare che nell’anno scolastico 2019/20 meno di un terzo delle scuole italiane è risultato completamente accessibile rispetto alle barriere fisiche e solo il 18,3% dispone di almeno un facilitatore per il superamento delle barriere senso-percettive. Oltre il 40% delle strutture non è accessibile per l’assenza di ascensore, oppure perché questo non è a norma, così come, in più di un edificio su 4, non lo sono i bagni (25,8% scuole statali e non statali). In particolare, nel Mezzogiorno, il 49,9% delle scuole è risultato inaccessibile per la presenza di barriere fisiche (43,6% nel Nord, 45,8% nel Centro). Rispetto alle barriere senso-percettive, il 60,2% delle scuole italiane non disponeva di nessun facilitatore (segnali acustici, segnali visivi, percorsi tattici). Quota che sale al 63,6% nelle scuole meridionali e che supera il 70% in Sardegna.

A complicare le cose ovviamente ci s’è messa di mezzo la pandemia, che ha avuto un impatto sicuramente negativo sull’inclusione scolastica delle persone con disabilità e con bisogni educativi speciali. La didattica a distanza e il distanziamento fisico, imposti dall’esigenza di contenere i contagi, hanno infatti reso molto più difficile sia lo sviluppo di relazioni con i coetanei che il supporto degli insegnanti, al punto che il 59,6% dei docenti delle scuole primarie ha segnalato una rimodulazione dei piani educativi (fonte: Indire). Le rilevazioni di Istat testimoniano, in maniera drammaticamente evidente, queste difficoltà: durante il primo lockdown più del 23% degli alunni con disabilità non ha partecipato alle lezioni in didattica a distanza, a fronte di una media dell’8%. Quota che sale ulteriormente nel Mezzogiorno, attestandosi poco sotto il 30%. Tra gli alunni con disabilità, sono oltre 70mila quelli per cui seguire la dad nei primi mesi è risultato impossibile, per una serie di motivi. Su tutti, viene addotta la gravità della patologia (27% dei casi). In un caso su 5 sono state citate difficoltà da parte dei familiari nell’attivazione della dad e il terzo motivo più frequente (17%) è un disagio socio-economico della famiglia, che quindi si va a sommare a una situazione di disabilità.

Infine la questione dell’accesso alle scuole. Solo 14,4% delle persone con disabilità si sposta con mezzi pubblici urbani, contro una media di tutta la popolazione del 25,5%. E su 40.160 edifici scolastici statali presenti in Italia, solo 17mila circa dispongono di un servizio di trasporto dedicato agli alunni con disabilità, con un un’ampia variabilità regionale: si va da 3 edifici su 4 che dispongono del servizio in Valle d’Aosta a meno di 1 su 3 in Veneto e Campania (fonte: Miur, 2018). In tutte le altre regioni la quota di edifici raggiungibili con il trasporto disabili si colloca al di sotto del 50%. E, in particolare, si attesta al di sotto della media nazionale in 7 regioni. Tra queste la Sardegna, che con il 42,2% è sostanzialmente in linea con il dato medio.

Cambiare definizione per cambiare prospettiva

Ma cos’è la disabilità? Non è facile rispondere a questa domanda. O meglio, per lungo tempo abbiamo creduto che fosse la semplice conseguenza di caratteristiche fisiche o psicologiche non conformi alla ‘norma’. Solo che, da una parte, il concetto di norma è tutt’altro che semplice da definire, dall’altra, ognuno di noi può sentirsi dis-abile in determinati contesti. Più propriamente, dunque, la disabilità è la condizione che ciascuno può patire in un ambiente non accogliente, caratterizzato dalla negazione di diritti. E per i minori, a partire da quello all’istruzione. Alla vigilia dell’emergenza Covid, erano quasi 300mila i bambini e ragazzi con disabilità nelle scuole italiane. Per loro inclusione significa rimuovere le barriere non solo fisiche, ma anche culturali nei confronti della disabilità. Perché la persona disabile non è un mero utente di servizi, ma, appunto, una persona con diritti da garantire. Non è un caso se, sin dal 2001, l’Oms ha abbandonato un approccio meramente clinico individuando nella disabilità “il risultato di una complessa relazione tra la condizione di salute di un individuo e i fattori personali e i fattori ambientali che rappresentano le circostanze in cui vive”. Adottando questo punto di vista, tutto cambia, perché chiunque si trovi ad affrontare un problema di salute può vivere una disabilità ed è compito della collettività eliminare o ridurre al massimi le discriminazioni e gli svantaggi che derivano da questa condizione. Ed infatti la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, all’art. 1 specifica che il concetto di inclusione ha a che fare con la rimozione delle “barriere sia fisiche che culturali in tutti gli ambiti della vita quotidiana”.