Divario digitale, l’ad di Tim Gubitosi: “Partire dalle competenze perché nessuno sia escluso”

Nell'ambito della 4 weeks 4 inclusion, maratona internazionale organizzata da Tim per parlare di diversità e inclusione, l'amministratore delegato Luigi Gubitosi ribalta l'agenda di priorità: "Prima di pensare alle infrastrutture, parliamo di formazione"

Nell’era della transizione digitale per affrontare la disparità tra connessi e sconnessi “la battaglia non è più soltanto quella contro il divario digitale fra la popolazione, dovuta alla mancanza di infrastrutture o strumenti, prima è necessario combattere la più ampia fragilità digitale”. A introdurre il tema è l’amministratore delegato di Tim Luigi Gubitosi al webinar Italia 2026: il digitale che non lascia indietro nessuno, che si è svolto il 3 novembre nell’ambito della ‘4 weeks 4 inclusion’, la più grande maratona internazionale italiana organizzata da Tim, che quest’anno – dal 22 ottobre al 22 novembre – ha coinvolto oltre 200 aziende per parlare di inclusione e diversità. “Ci stiamo concentrando sulla fragilità digitale, che tende a manifestarsi in vari modi e creare situazioni di disagio. Quando l’esclusione deriva da mancanza di connessione o di device si risolve facilmente: è solo una questione di soldi e non ho dubbi che con i fondi del Pnrr il divario sarà risolto”, ha detto l’ad di Tim. “Ma il tema è evitare divari di competenze, non bisogna solo sapere andare in Rete ma saperla interpretare. Per questo, con Luiss e altre istituzioni, aderiamo a un progetto (Italian Digital Media Observatory, ndr) che combatte le fake news, insegna alle persone a capire la qualità dell’informazione. Mentre si cerca l’avanguardia – conclude Gubitosi – dobbiamo fare nostre le parole di Liliana Segre e fare in modo che nessuno rimanga escluso“.

Patrizio Bianchi, ministro dell’Istruzione

Oltre alla senatrice a vita, presente all’evento anche il ministro alla Istruzione Patrizio Bianchi: “Ce la dobbiamo fare a superare le due pandemie, quella della salute ma anche quella dell’individualismo, che non ha messo al centro della vita collettiva la capacità di includere e costruire la comunità”,  ha detto Bianchi. “La scuola non è più il luogo dove accumulare le conoscenze e informazioni, la scuola serve per tenere insieme le persone e costruire comunità sempre più ampie. Il digitale in tutto questo è fondamentale perché consente di uscire dal proprio contesto locale conquistando un orizzonte più ampio. Ma c’è bisogno che tutti siano messi in condizione di farlo e la scuola serve a superare le differenze”, ha concluso il ministro. Nel corso dell’evento sono stati presentati i primi risultati della ricerca Censis realizzata in collaborazione con il centro studi Tim, dai quali emerge che in Italia la povertà digitale non è solo strutturale, ma anche cognitiva. Tanto che il cosiddetto ‘digital divide’, o divario digitale, sembra fortemente correlato al livello di istruzione delle persone. 

“Digital divide legato a età, istruzione e occupazione”: la ricerca Censis e Tim

La maggioranza (58,7%) delle persone che hanno difficoltà ad accedere al digitale sono coloro che come titolo di studio hanno conseguito al massimo la terza media. Anche se la ricerca Censis/Tim,  “La digitalizzazione degli italiani. Fattori di spinta ed elementi trainanti”, mette in luce che una quota di persone esposte al digital divide è presente anche tra chi possiede un titolo di studio superiore (15,8%). Il divario, però, risulta legato anche a ragioni anagrafiche: fino a 44 anni le competenze  digitali medie dei cittadini sono tali da poter fronteggiare qualsiasi esigenza. Mentre tra i 45 e i 65 anni il 17,1% dei cittadini entra in sofferenza: quasi 3,1 milioni di persone in età lavorativa. Oltre i 65 anni, poi, il problema si moltiplica e l’area del disagio copre il 61,9% del totale: circa 8,6 milioni di persone. Dall’analisi emerge anche che “le competenze digitali sono fortemente influenzate dal far parte o meno della popolazione attiva”. Tra gli occupati, infatti, la quota di chi è in difficoltà supera di poco il 5%, ma sale all’11,3% tra i disoccupati e arriva fino a quasi la metà degli inattivi (44,6%). Il basso tasso di attività delle donne in Italia (55,2% in totale, ma sotto il 40%  in alcune regioni del Sud), non favorisce l’inclusione digitale.