Divorzio e aborto nel mondo, 4 donne su 10 non sono libere di decidere sulle proprie relazioni amorose e sul proprio corpo

Sesso, gravidanza, salute, matrimonio: si conclude con una mappatura sulla autonomia delle donne (spesso molto limitata dagli uomini) il viaggio di Luce! sulla condizione femminile. Quello che ne emerge è un ritratto preoccupante, pieno di zone d'ombra
Sesso, gravidanze, salute, matrimoni: si conclude con una mappatura sulla libertà delle donne di decidere del proprio corpo e delle proprie relazioni amorose

Sesso, gravidanze, salute, matrimoni: si conclude con una mappatura sulla libertà delle donne di decidere del proprio corpo e delle proprie relazioni amorose il nostro viaggio sulla condizione femminile nel mondo. La domanda iniziale, ispirata da un libro-reportage di Oriana Fallaci, era questa: dove e come possono essere felici le donne? La risposta adesso è facile: non dove hanno più potere o cariche, ma dove sono libere. E quasi una donna su due, purtroppo, non lo è.

Di chi è la vita (e il corpo) delle donne?

Una bambina entra in un’aula di un tribunale, guarda il giudice dritto negli occhi e gli dice: “Voglio il divorzio”. Nello Yemen, dove non sono previsti limiti di età nel matrimonio, una creatura di 10 anni di nome Nojoom è costretta a sposare un uomo di 30 anni. La famiglia, in cambio, avrà una piccola entrata economica e una bocca in meno da sfamare. Va bene a tutti. Ma non a Nojoom, che inizierà la sua drammatica battaglia.

È molto difficile guardare “La sposa bambina”, il film della regista yemenita Khadija Al Salami, ricordandosi a ogni frammento che è tutto vero, che niente è inventato. La battaglia di Nojoom è diventato il simbolo della lotta contro le pratiche arcaiche considerate ancora oggi legali nello Yemen e in molti altri paesi del mondo. Migliaia di bambine, schiave analfabete, vendute e uccise per sevizie, emorragie, parti o aborti precoci.

Sposo (e amo) chi voglio

Nel 2021 le Nazioni Unite hanno diffuso il rapporto mondiale sulle violazioni fisiche delle donne e si sono date un obiettivo per il 2030: costringere (e aiutare) i governi a tracciare le violazioni contro le donne e a garantire il loro sacrosanto diritto alla salute e alla libertà sessuale e riproduttiva. Perché “solo se una donna può decidere liberamente in che modo tutelare la propria salute – si legge nel rapporto 2021 sullo stato del mondo dell’Onu – se assumere o meno contraccettivi, se avere o meno un rapporto sessuale, possiamo parlare di autonomia corporea”.

Al momento, nel mondo, solo il 55% delle donne ha questa autonomia. Il rapporto è stato intitolato “Il corpo è mio. Diritto all’autonomia e all’autodeterminazione” ed è stato scritto sulla base di 3 domande fatte alle donne fra i 15 e i 49 anni: chi decide di solito in che modo tutelare la tua salute?; chi decide di solito se devi assumere o meno dei contraccettivi?; puoi dire di no a tuo marito o al tuo partner se non vuoi avere un rapporto sessuale? Solo quelle capaci di prendere le proprie decisioni in tutte e tre le dimensioni sono considerate veramente autonome.
E solo i Paesi in cui le leggi o i regolamenti che garantiscono un accesso completo e uguale per tutte le persone ad assistenza, informazioni ed educazione sulla salute sessuale (senza limiti di età o richiesta del consenso del coniuge) possono superare l’esame dell’Onu. Se dunque la maternità, la cura, la contraccezione, la pianificazione familiare, l’educazione-benessere sessuale, sono diritti inalienabili per tutti, uomini o donne che siano, ancora una volta è un Paese del nord Europa, la Svezia, a dominare la classifica con il massimo del punti, 100. Seguono (con sorpresa) Uruguay (99), Cambogia, Finlandia e Paesi Bassi (98). Gli ultimi 5 Paesi della classifica sono Sud Sudan (16), Trinidad e Tobago (32), Libia (33), Iraq (39) e Belize (42).

Per capire un po’ meglio dove le donne hanno piena libertà sulla gestione del proprio corpo e della propria felicità nella coppia, abbiamo scelto due temi fondamentali: divorzio e aborto. E ora comincia il viaggio.

Divorzio: le donne possono decidere come gli uomini?

Il divorzio è legalizzato quasi ovunque nel mondo, a parte lo Stato del Vaticano e le Filippine. La maggior parte dei paesi del mondo ha sdoganato il divorzio alla fine degli anni ’70

Il divorzio è legalizzato quasi ovunque nel mondo, a parte lo Stato del Vaticano e le Filippine. La maggior parte dei paesi del mondo ha sdoganato il divorzio alla fine degli anni ’70

Il divorzio è legalizzato quasi ovunque nel mondo, a parte lo Stato del Vaticano e le Filippine. La maggior parte dei paesi del mondo ha sdoganato il divorzio alla fine degli anni ’70 (solo  l’Inghilterra lo ha fatto nel 1857). Il numero si è poi arricchito nei decenni successivi grazie all’ingresso dei paesi latino-americani come Argentina, Brasile, Honduras e Colombia.

Domande necessarie

Ancora oggi un nutrito numero di nazioni ha leggi che prevedono procedure discriminatorie nelle modalità di richiesta del divorzio o nell’affidamento dei figli e nella divisione dei beni

Ancora oggi un nutrito numero di nazioni ha leggi che prevedono procedure discriminatorie nelle modalità di richiesta del divorzio o nell’affidamento dei figli e nella divisione dei beni

Ma le donne possono davvero accedervi come gli uomini o possono chiederlo solo se dimostrano un tradimento o violenze gravi? E se non hanno i soldi per seguire l’iter? Dopo il divorzio, vengono rifiutate dalla comunità o emarginate con lo stigma delle donne rifiutate? E se non hanno i soldi per vivere? E i figli? Il patrimonio?

Ancora oggi un nutrito numero di nazioni ha leggi che prevedono procedure discriminatorie nelle modalità di richiesta del divorzio o nell’affidamento dei figli e nella divisione dei beni. Il grafico lo mostra bene: fanno parte di questo gruppo soprattutto Paesi del mondo povero (seppure con vistose eccezioni) di religione prevalentemente musulmana e in maggioranza africani o medio orientali.

La mappa dei divorzi

Più variegato il panorama nel continente asiatico, caratterizzato da almeno tre modelli anche geograficamente definiti: quello orientale che presenta tassi di divorzio tendenzialmente in aumento sulla spinta dell’intenso sviluppo (soprattutto cinese); quello del sud-est asiatico, principalmente islamico, dove c’è una riduzione dei divorzi (che segue le riduzione dei matrimoni combinati e l’aumento dell’età al matrimonio); infine il modello meridionale (vedi India) stabilmente caratterizzato da tassi di divorzio relativamente bassi perché, in società patriarcali come questa, le donne che divorziano vengono spesso rifiutate dalla propria famiglia di origine e si ritrovano isolate e fragili.

E in America Latina? Meno dell’1 per cento delle coppie divorzia: norme culturali, valori, atteggiamenti, religione e credenze fanno sì che il matrimonio sia concepito come un impegno di tutta la vita e il divorziato sia visto come un peccatore e un fallito.

Da notare: nei Paesi in cui il diritto a divorziare è parziale, ci sono anche altre gravi limitazioni personali per le donne come l’ottenimento del passaporto, la possibilità di aprire un conto corrente o essere formalmente riconosciute a capo della famiglia (Egitto, Iran, Oman, Sudan e Yemen le hanno tutte e tre).

Aborto

Ogni anno, tra le ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni, ci sono 3,9 milioni di aborti clandestini. E, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, circa l’8% delle morti femminili globali avviene a causa di complicazioni dovute a pratiche di aborto non sicure. Già nel 1967 l’Oms riconosceva l’aborto non sicuro come un serio problema di salute pubblica: secondo la commissione dell’Onu per le donne, negare l’accesso a una pratica sicura e seguita dai medici “è da considerarsi una violazione del diritto alla salute, del diritto alla privacy e, in alcuni casi, del diritto alla libertà da trattamenti crudeli, inumani e degradanti” oltre che “una forma di violenza di genere assimilabile alla tortura o al trattamento inumano” .

La tendenza nel mondo è liberalizzare l’aborto. Solo tra il 2000 e il 2009 ventinove Paesi hanno modificato le proprie leggi e tutti (ad eccezione del Nicaragua) hanno ampliato le motivazioni giuridiche che consentono l’accesso al servizio di interruzione di gravidanza. I Paesi più industrializzati sono quelli che offrono maggiori certezze, mentre di norma i Paesi del Sud del mondo oscillano tra garanzie condizionate e negazione totale. Da qui l’alto numero di donne che muoiono per complicazioni seguite all’aborto.

I numeri visti dall’alto

solo i Paesi in cui le leggi o i regolamenti che garantiscono un accesso completo e uguale per tutte le persone ad assistenza, informazioni ed educazione sulla salute sessuale (senza limiti di età o richiesta del consenso del coniuge) possono superare l’esame dell’Onu

Solo i Paesi in cui le leggi o i regolamenti che garantiscono un accesso completo e uguale per tutte le persone ad assistenza, informazioni ed educazione sulla salute sessuale (senza limiti di età o richiesta del consenso del coniuge) possono superare l’esame dell’Onu

I Paesi che proibiscono completamente l’aborto sono 26, tra cui El Salvador, Nicaragua e la Repubblica Dominicana in America Latina, Repubblica Democratica del Congo e Senegal in Africa, Iraq e Filippine in Asia e Medio Oriente e, in ultimo, Malta e San Marino nell’area europea. Circa 39 Paesi consentono il ricorso all’aborto solo a condizione che sia necessario per salvare la vita della madre, mentre 56 Stati lo permettono unicamente per preservare la salute fisica e mentale della madre. 14 i Paesi in cui l’aborto è possibile su basi sociali ed economiche (cioè in cui il ricorso all’aborto è valutato rispetto all’impatto che una gravidanza avrebbe sulla madre per le condizioni sociali ed economiche e dell’ambiente in cui vive). In questa categoria c’è l’India, per esempio, che nel 2020 ha approvato una norma che consente l’interruzione di gravidanza per feti fino alle dodici settimane di età ma solo con il parere di un medico sui possibili rischi per la salute della madre o del futuro nascituro. Sono 67, infine, i Paesi in cui l’interruzione volontaria di gravidanza è possibile su richiesta della donna, fatto salvo il limite massimo per la pratica dell’aborto comunemente fissato a dodici settimane.

I Paesi che proibiscono completamente l’aborto sono 26, tra cui El Salvador, Nicaragua e la Repubblica Dominicana in America Latina, Repubblica Democratica del Congo e Senegal in Africa, Iraq e Filippine in Asia e Medio Oriente e, in ultimo, Malta e San Marino nell’area europea

I Paesi che proibiscono completamente l’aborto sono 26, tra cui El Salvador, Nicaragua e la Repubblica Dominicana in America Latina, Repubblica Democratica del Congo e Senegal in Africa, Iraq e Filippine in Asia e Medio Oriente e, in ultimo, Malta e San Marino nell’area europea

La retromarcia

Mentre gran parte degli Stati hanno intrapreso via via un cammino verso aborti sicuri, altri hanno aumentato le restrizioni. E’ il caso della Polonia, che a inizio anno ha promulgato una nuova legge che aggiunge ulteriori limitazioni alle donne che scelgono di abortire, criminalizzando l’interruzione di gravidanza in casi di malformazione del feto.

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L’aborto diventa quasi totalmente illegale in Oklahoma

Andorra, San Marino e Malta non consentono l’aborto in nessuna circostanza; il Liechtenstein lo permette solo in casi di rischio per la salute della donna o in casi in cui la gravidanza risulti da uno stupro; in alcuni Paesi europei in cui l’aborto è consentito, la stigmatizzazione è ancora fortemente presente, mentre l’accesso stesso all’interruzione di gravidanza è talvolta condizionato dalla volontà o meno del personale medico: in  Italia, per esempio, non c’è nessuna norma che elimini i rischi per ritardi o mancanza di cure nel caso di medici che si rifiutano di fare l’interruzione di gravidanza per motivi di coscienza.

Stati Uniti

Anche negli Stati Uniti, dove le donne hanno la possibilità di abortire liberamente, un numero crescente di Stati ha promulgato ulteriori misure restrittive per l’interruzione di gravidanza dopo le sei settimane – esempio in Texas – o regolamentazioni stringenti sulle cliniche specializzate.

Asia

Sul fronte asiatico, invece, a gennaio 2021 il Parlamento tailandese ha votato a favore di una legge che permette l’aborto nel primo trimestre, mantenendo tuttavia in vigore sanzioni che oscillano tra multe salate e fino a sei mesi di prigione per quelle donne che lo effettuano più tardi.

America Latina

In America Latina, una svolta storica in materia di aborto è avvenuta a dicembre 2020, quando il Senato argentino ha votato a favore della legalizzazione dell’aborto durante le prime quattordici settimane di gravidanza, portando il numero di donne che hanno accesso alla pratica dal 3% al 10%. A parte questo spiraglio, l’interruzione di gravidanza rimane interamente proibita in una pluralità di altri Stati, tra cui Jamaica, Haiti e Honduras, mentre è più ampiamente accettata solo in casi di stupro o per la salvaguardia della vita della madre. La cosiddetta “onda verde” argentina potrebbe però portare significative modifiche anche in altri Stati: in Colombia, per esempio la Corte Costituzionale ha accordato di esaminare una petizione per la rimozione dell’aborto dai reati previsti dal codice penale, mentre in Brasile la Corte Suprema è prossima alla deliberazione finale su una contestazione legale del 2018 che porterebbe alla decriminalizzazione dell’aborto nelle prime dodici settimane di gravidanza.

Pandemia

E infine: la pandemia non ha certo migliorato la situazione:  dodici Paesi dell’area europea (Belgio, Estonia, Irlanda, Finlandia, Francia, Norvegia, Portogallo, Svizzera, Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord) hanno messo nuove barriere burocratiche (il consulto telematico è stata utilizzata prevalentemente nei Paesi del Regno Unito e in Danimarca) mentre Francia e in Irlanda hanno spostato il limite per l’aborto domestico a nove settimane.