Belve, perché Donatella Rettore non capisce che “fr*cio”, “tr*ia” e “ne*ro” sono insulti

Nel programma di Francesca Fagnani su Rai2, l'artista ha dichiarato tutta la sua contrarietà al politicamente corretto: "Rivendico la possibilità di usare certi termini, sennò è censura". Ma per quale motivo lei, come tanti, non capisce che alcune parole oggi sono diventate quasi esclusivamente delle offese?

È una questione di chimica non capire perché oggi “fr*cio”, “tr*ia” e “ne*ro” sono insulti. Premessa. Questo non deve essere il luogo dove condannare Donatella Rettore per quanto dichiarato a Belve nell’intervista di Francesca Fagnani su Rai2. Ci piace pensare alla Rettore per quella che è sempre stata, un’icona gay che ha costantemente supportato le battaglie della comunità Lgbt nel corso degli anni. O più semplicemente, per chi non la conoscesse bene, ci piace ricordarla per la sua dissacrante ed eccentrica libertà di portare sul palco di Sanremo 2022 insieme a Ditonellapiaga il tema del sesso libero, del piacere, dell’orgasmo femminile, con la canzone “Chimica“. Eppure, quella libertà di manifestare, di essere se stessi e di esprimersi in qualunque modo lo si voglia, ieri sera, è andata un po’ oltre e ha superato il confine di ciò che uno può liberamente pensare e di ciò che diventa un insulto e un’offesa. Ma ripercorriamo prima di continuare quanto accaduto.

Che cosa ha detto Donatella Rettore a Belve su Rai2

Venerdì sera Donatella Rettore, 66 anni, è stata intervistata da Francesca Fagnani a Belve, il programma in seconda serata di Rai2. La giornalista ha incalzato la cantautrice di Castelfranco Veneto (Treviso) su alcune sue vecchie dichiarazioni. “Lei una volta disse: piaccio ai gay uomini mentre altre cantanti, come Patty Pravo, sono icone delle checche vintage. Non si imbarazza?”, chiede la conduttrice alla Rettore. Lei risponde: “Non sono per niente imbarazzata. Esistono i gay le checche. Le checche fanno pettegolezzi e non voglio vederli nemmeno sotto la porta di casa”. La giornalista va avanti, ricordando all’artista un’altra sua vecchia affermazione: “Lei ha detto: si mettono dei filtri a cose che sono state ampiamente superate. Ad esempio, il fatto che non si possa dire fr*cio o tr*ia. Dal politicamente corretto al bigottismo il passo è breve”. “Esatto – replica immediatamente Rettore, senza lasciare il tempo alla giornalista di farle la domanda -. Adesso per esempio Vasco Rossi non potrebbe dire più: è andato con il negro la troia“. Risponde subito la Fagnani: “Ma infatti lui (Vasco Rossi, ndr) usava la tr*ia come insulto. Qual è – chiede allora la giornalista – la libertà nel dare a qualcuno del fr*cio o della tr*ia? Dov’è la libertà?”. Un secondo di silenzio, poi Rettore risponde un po’ a fatica: “Ma… il politicamente corretto è una cosa perversa e anche un po’ oscurantista”. “Eh – la incalza la Fagnani -, ma dare della tr*ia a qualcuno è un insulto, non è politicamente scorretto. È un insulto e basta”. Al che l’artista si sente presa di mira e risponde: “Io non ho dato del fr*cio a nessuno e neanche della tr*ia a nessuno. Però io rivendico la possibilità di usare anche certi termini, perché sennò veramente ci facciamo della censura… ehm… over the top“. Replica la conduttrice di Belve e chiede: “E non è un bene che non si dica più ne*ro per esempio? Che non si dica più fr*cio?”. “Fr*cio – risponde subito la Rettore – e neanche ne*ro non mi sembra un insulto. Se uno è colorato… Non mi sembra così… Dipende il modo in cui uno dice tr*ia e uno dice ne*ro. Se tu dici ‘brutto ne*ro’, quello è (un insulto, ndr). Se tu dici ‘il ne*retto’ è un’altra cosa eh. È l’intenzione che gli dai. Tutto sta nelle intenzioni”. E a quel punto la giornalista chiede: “Cambiare parole?”. “Cambiare parole – dice la Rettore – mi sembra un’escamotage un pochettino democratico-cristiano”. “A lei proprio le piace l’insulto“, le risponde quindi la conduttrice. “No, non mi piace l’insulto”, replica la Rettore. “Eh beh, tr*ia le farebbe piacere?”, le dice un po’ infastidita la giornalista. “Beh, a me l’hanno scritto”, dice la Rettore. “Eh, è stata contenta? L’ha gratificata?”, chiede la conduttrice. “Eh, ci sarai eh. Nel senso: puoi rispondere eh”, dice la Rettore. “Ma lei è stata contenta o no (quando le hanno dato della tr*ia, ndr)?”, la incalza la giornalista. Momenti di pausa, poi la Rettore risponde: “Sono contenta di poter essere ancora in grado di difendermi”. Finisce qui il botta e risposta, più che un’intervista, tra Francesca Fagnani e Donatella Rettore.

Ditonellapiaga e Donatella Rettore con la canzone “Chimica” al Festival di Sanremo 2022 (Ansa)

Perché Donatella Rettore non capisce che “fr*cio”, “tr*ia” e “ne*ro” sono insulti

Dall’intervista a Belve si capisce che Donatella Rettore, 66 anni, non offenderebbe mai qualcuno, apostrofandolo con insulti del calibro di “fr*cio”, “tr*ia” o “ne*ro”. Lei rivendica, come ha dichiarato, la libertà di poter parlare senza “censura” e senza nascondersi dietro a quello che lei, e che molti altri, considerano come il mostro del politicamente corretto. Non c’è correttezza, secondo la Rettore, nel non poter dire qualcosa. Anzi, nel non dover diver qualcosa. Quello che è pesante, si evince dalle parole dell’artista, è dover vivere con l’angoscia di non poter utilizzare certi termini, soprattutto in pubblico, sennò si viene tacciati di qualcosa, di razzismo, di omofobia, di sessismo.

Ed è vero. Come Donatella Rettore sa bene – lei che da anni si batte per potersi esprimere liberamente, in modo aggressivo, provocatorio, senza freni -, oggi anche solamente utilizzare un termine piuttosto che un altro può far scatenare una bufera infinita. Tra gente scandalizzata e indignata che non vede l’ora di scrivere un tweet su quell’argomento e tra coloro che invece difendono gli accusati al grido di “Ma oggi non si può più dire nulla” e del “Basta con questo politicamente corretto, ci ha rotto”. Posizioni, queste due, che poi si riassumono nella classica logica da tifo da stadio dei social. “La penso come te” da una parte, “Non la penso come te” dall’altra. Una logica che oggi domina qualsiasi argomento, dal Covid-19 alla guerra in Ucraina, fino a Donatella Rettore.

Per questo motivo proviamo qui a non scadere nella già partita discussione del “ha fatto bene” o “non ha fatto bene” Donatella Rettore a dire quello che ha detto. Vogliamo però cercare di capire il motivo per cui l’artista non consideri come insulti le parole “fr*cio”, “tr*ia” e “ne*ro”. Oggi, soprattutto nelle generazioni più giovani, quelle che vanno dai 14 ai 25 anni, ci sono delle parole che non vengono più utilizzate perché considerate esclusivamente delle offese. Non sentirete quasi mai una ragazza o un ragazzo di 18 anni dire la parola “ne*ro” o “fr*cio”. Se utilizzate, queste parole, vengono usate solo ed esclusivamente in modo offensivo. Per questo motivo se un ragazzo o una ragazza sente dire a qualcuno, magari un adulto, la parola “ne*ro” pensa subito a un insulto, a una forma di razzismo. E magari le intenzioni di quell’adulto non sono nemmeno offensive, ma visto che ha sempre usato quel termine continua a farlo, come ha sempre fatto.

Donatella Rettore e Andy Luotto presentano nel 2002 a Roma lo spettacolo “Rock Generation” (Foto Alessandro Bianchi / Ansa)

Per le giovani generazioni però è impensabile. Negli Stati Uniti e nei Paesi anglosassoni solamente le persone di colore possono utilizzare la N-word. Se qualcuno non di colore si rivolge a una persona di colore con la N-word, probabilmente va a finire male. Tutt’altro è il caso in cui un ragazzo di colore si rivolge a un altro ragazzo di colore con la N-word. In questo caso il termine è quasi affettivo, amichevole. E la parola viene utilizzata al pari di “amico mio”, “fratello” o simili.

Stessa cosa vale anche per le parole “fr*cio” e “tr*ia”. Un ragazzo di 20 anni se si rivolge a un ragazzo della sua età usando il termine “fr*cio“, lo fa quasi esclusivamente con un intento offensivo. Mentre potrebbe essere probabile, ma non sempre è così, sentire un ragazzo omosessuale dare a se stesso del “fr*cio”, rivendicando però in questo caso la libertà di poter parlare di se stessi nel modo che si vuole. Uguale vale per la parola “tr*ia“. Se una ragazza dà della “tr*ia” a un’altra ragazza è quasi sicuramente per insultarla. Ma al contrario, oggi è probabile – basta farsi un giro su TikTok o sui reel di Instagram – vedere le ragazze dare a se stesse della “tr*ia” (ma non alle altre) rivendicando in questo caso un libero modo di pensare, di essere, di vestirsi, di comportarsi, senza preconcetti e schemi imposti da una società che vorrebbe attribuire a tutti i costi alla parola “tr*ia” un senso dispregiativo.

Forse dunque è solo una questione generazionale il motivo per cui Donatella Rettore non capisce perché “ne*ro”, “fr*cio”, “tr*ia” sono sì oggi degli insulti. Nella sua epoca- Donatella Rettore è nata nel 1955 – qualcosa di simile non era mai successo. Non c’è mai stato un periodo prima di adesso in cui ci si doveva chiedere se una parola poteva essere utilizzata o meno. Tutto in Italia iniziò verso gli anni Settanta, quando per esempio il termine “spazzino” fu sostituito nei giornali con “operatore ambientale“. O anche “cieco” con “non vedente”. Ma prima di oggi, comunque, una situazione simile non esisteva né tantomento era immaginabile.

Quindi sì attribuiamo al fattore generazionale il motivo per cui la Rettore non considera (e forse non considererà mai) la N-word un’offesa. Però è giusto che lei sappia i motivi per cui invece le giovani generazioni considerano quelle parole degli insulti, se utilizzate in un certo modo. È una questione di generazioni, una questione d’età, una questione di chimica.