Donna, partorirai con dolore: la violenza ostetrica in Italia è ancora un tabù. Anche se la subisce una mamma su cinque

Maltrattamenti, rimproveri, abusi fisici, manovre e interventi invasivi senza anestesia e senza informazione: diventare madri è spesso un vero e proprio inferno da cui si esce traumatizzate. Fra epidurali negate e operatori che salgono sulla pancia per aiutare a spingere. E' ora di parlarne. E di ottenere una legge

Cosa succederebbe se migliaia di persone in Italia raccontassero di aver subito tagli chirurgici a tradimento, magari senza anestesia, nel corso di procedure ortopediche? Scoppierebbe uno scandalo, giustamente. Eppure accade molte volte, non in ortopedia ma in ostetricia. E di scandali neanche l’ombra. Il fenomeno della violenza ostetrica nel nostro Paese – e in tutto il mondo – è incredibilmente diffuso e ancora più incredibilmente taciuto. Un tabù. Tanto che quasi nessuno lo conosce finché non ne finisce vittima, nel momento in cui diventa mamma.
Solo recentemente in Italia si sta sviluppando una maggiore consapevolezza su quella che è a tutti gli effetti una violazione dei diritti umani e una violenza di genere, grazie anche alla campagna social del 2016 #bastatacere, a cui ha fatto seguito la creazione, da parte di Elena Skoko e Alessandra Battisti dell’Osservatorio sulla violenza ostetrica (ovoitalia.wordpress.com). Ma la strada per riconoscere il problema e risolverlo è ancora molto lunga. E parlarne è un primo passo.

Personale sanitario assiste una donna nell’imminenza del parto

 

La violenza ostetrica: cos’è

“Una prima definizione giuridica della violenza ostetrica – spiega Alessandra Battisti, avvocato, – è quella presente in una legge venezuelana nel 2007 sulla violenza contro le donne”. Si tratta, in base a quella legge, dell’ “appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario, che si esprime in un trattamento disumano, nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi naturali avendo come conseguenza la perdita di autonomia e capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità, impattando negativamente sulla qualità della vita della donna”.
Concretamente, si può definire violenza ostetrica tutta una serie di abusi verbali e fisici subiti durante l’assistenza al parto (ma anche in ambito ginecologico). Alcuni esempi sono inclusi in una dichiarazione dell’Oms del 2014, che è tra i testi di riferimento per inquadrare il fenomeno. Con la doverosa premessa che non tutte le donne vivono questi episodi e che ci sono molte esperienze positive, tuttavia all’osservatorio arrivano testimonianze toccanti, a volte scioccanti. “Le donne che ci scrivono raccontano di avere subito maltrattamenti verbali, frasi offensive, rimproveri o inviti a fare in fretta – racconta Battisti -. Frasi come ‘non sei capace di spingere’, ‘se non spingi non vuoi tuo figlio’. A volte se le donne urlano dal dolore si sentono chiamare lamentose e capricciose”.

Senza consenso, né informazione

In altri casi le donne riferiscono di non avere ricevuto assistenza o di aver subito violazioni della privacy: “Visite vaginali davanti a sconosciuti, non per forza legati all’assistenza al parto, in alcuni casi i mariti delle altre partorienti. Una donna ci ha scritto che quando ha chiesto di chiudere la porta le hanno risposto ‘non è un tuo problema’”.
Ci sono poi gli abusi fisici. Manovre e interventi non sempre necessari o effettuati senza, non solo il consenso, ma neppure l’informazione. “Episiotomie (il taglio chirurgico fatto per allargare l’orifizio vaginale, ndr) fatte senza avvertire o, peggio, a crudo, senza anestesia. Come anche le ricuciture”.

Se l’infermiera ti monta addosso

Che dire della controversa manovra di Kristeller, sconsigliata dall’Oms, che consiste nell’applicare una spinta a livello del fondo dell’utero per facilitare l’espulsione e che potrebbe vedere, in alcuni casi, un operatore sanitario, magari anche corpulento, montare addosso alla donne in pieno travaglio? “In Italia questa manovra non sempre viene riportata in cartella, ma ci sono donne per le quali è stata una esperienza traumatica, a volte finiscono con le costole rotte. Una donna ci ha scritto che pensava di morire”.
La lista dei racconti è ancora lunga: rottura del sacco o scollamento delle membrane senza avvertimento, tagli cesarei iniziati prima che l’anestesia abbia fatto effetto, tagli cesarei ritardati per insistere col parto vaginale oppure viceversa, epidurali negate nonostante le richieste, o proposte insistentemente nonostante i rifiuti. Induzioni con ossitocina non sempre appropriate, altra pratica sconsigliata dalle raccomandazioni nazionali e internazionali. Travagli di ore senza che alla donna sia dato cibo o acqua. “Il parto non è una passeggiata – insiste Battisti -, alle Poste a una donna incinta si cede il posto, ma in sala parto può rimanere anche dodici ore senza mangiare e bere. Oppure, è capitato, a travaglio iniziato e con le acque già rotte una ragazza ha dovuto portarsi la valigia in reparto da sola. Se si arriva sfinite, per forza poi non si riesce a spingere”. E a volte mamma e bimbo rischiano la vita. Si chiama effetto iatrogeno: quando le complicanze sono conseguenza di trattamenti medici errati.

I numeri

Secondo un’indagine commissionata nel 2017 alla Doxa dall’Osservatorio su un campione di 5 milioni di donne tra il 2003 e il 2017, indagine molto contestata dai ginecologi, emerge che il 21 per cento di donne in 14 anni ha subito violenza ostetrica. Un milione di persone. Quattro donne su dieci dichiarano di aver subito pratiche lesive della propria dignità e integrità psicofisica. Un milione e 600mila donne hanno subito una episiotomia “a tradimento”. Numeri che fanno paura ma che non fanno rumore. Nel 2016 il deputato Adriano Zaccagnini (LeU) ha presentato una proposta di legge per il riconoscimento della violenza ostetrica come reato ma non è mai arrivata al Senato. Nel 2019 si sono espressi sia la relatrice speciale dell’Onu sulla violenza contro le donne e il Consiglio d’Europa.

“Espropriate del corpo”

Quello che stupisce è che si tratta – nella sola Italia – di centinaia di migliaia di donne cui vengono riservati trattamenti che in nessun altro ambito della medicina si accetterebbero e che in alcuni casi non hanno più fondamento scientifico. E invece in ambito ostetrico vale tutto, per quel “donna, partorirai con dolore” di biblica memoria. “Credo sia tutto a causa di questa cultura: è sempre stato così e bisogna tacere, sopportare”, dice Alessandra Battisti. La donna, che dovrebbe essere al centro del processo del parto, in quel frangente rischia di non contare nulla, in diversi casi non merita nemmeno di essere informata di quello che verrà fatto col suo corpo. Ne viene espropriata. “Il fenomeno è così normalizzato, che la donna stessa lì per lì non lo riconosce. Oppure lo riconosce ma non ha le forze per opporsi”. D’altra parte stiamo parlando del parto, un momento delicatissimo, di massima fragilità. “Le mamme ci dicono che in altri frangenti si sarebbero fatte valere, ma in quel momento non ci sono riuscite”.

L’osservatorio

Nel 2016 la campagna “#bastatacere le madri hanno voce” ha raccolto 21.621 like, 1.136 testimonianze in formato foto e cartello, molte altre in formato testuale e oltre 70mila interazioni quotidiane. Sulla scia della campagna social è nato l’osservatorio, un organismo della società civile, gestito da madri, che fa ricerca e informazione sul tema. Raccoglie dati, testimonianze, ha commissionato (e pagato) la prima e unica indagine statistica sulla violenza ostetrica, trovando il muro dei medici. “Eppure i feedback delle donne sono molto utili per capire l’impatto di certe azioni o di altre. Per esempio, il 6 per cento delle donne interpellate ha dichiarato di non volere più figli dopo l’esperienza vissuta. Altre dopo un parto cruento non riescono ad allattare. Tutto questo ha conseguenze anche a livello di società”. Si parla di 20mila bambini non nati ogni anno.

Cosa chiede l’osservatorio? “Che le donne, singolarmente al momento del travaglio e del parto, o come gruppi o in associazione, vengano ascoltate. Chiediamo di includere la voce delle donne nei tavoli in cui si definiscono le politiche e i protocolli legati ai percorsi di nascita”. Sembra ovvio, ma così non è. E poi bisogna fare formazione alle ostetriche, ai ginecologi, affinché per esempio non facciano commenti inappropriati o umilianti. “Sono le basi, eppure…”. Ma attenzione, non è una battaglia contro i sanitari, tanto che tra i sostenitori dell’Osservatorio ci sono diversi collegi di ostetriche. E ormai sono molti gli ospedali che puntano sul mettere al centro la donna e il bambino, promuovendo questa politica fin dal primo minuto del corso preparto.
Se si ritiene di aver subito violenza ostetrica, si può e si deve alzare la voce: “Si può scrivere alle direzioni sanitarie e al ministero della Salute. Tutte le donne hanno diritto a un’assistenza al parto appropriata e rispettosa”. E parlarne sempre più spesso può aiutare altre donne a riconoscere un abuso in sala parto e reagire.

La testimonianza

F.B. racconta la sue esperienza. “Ho partorito sei anni fa a Roma, in un posto scelto per la presenza di Terapianintensiva neonatale, per l’alto contatto, perché il mio ginecologo lavorava lì e perché l’ospedale che c’è nella mia città non prevede epidurale. Ho seguito il corso preparto lì e mi sono completamente fidata e affidata a loro. Mi ricoverano a quasi 40 settimane perché ritenevano che la bambina stesse crescendo troppo e mi propongono l’induzione. Il 27 maggio, al mattino. Sono sempre stata rilassata durante tutto il travaglio, le contrazioni sono partite subito, fortissime e ravvicinate. Nel pomeriggio vado in visita con la ginecologa, nel corso della quale, senza darmi informazioni decide di rompermi il sacco amniotico. È una manovra comune, ma mi sono sentita così violata. Così, senza una spiegazione, mi mise un pannolone in mano. “Vatti a lavare, tanto c’è n’è ancora da fare là. Stanotte cammina tanto e fai le scale”.

Un adonna in avanzato stato interessante si sottopone a esami diagnostici in ospedale

Ho avuto le contrazioni ogni due minuti per tutta la notte e come una cretina per tutta la notte ho fatto le scale arrampicandomi su mio marito a ogni contrazione. Ero sfinita, ma non mi sono mai arresa a quella sensazione di violenza che avevo addosso. Mi sono fatta una doccia, mi sono perfino truccata. All’alba ho rifatto la visita, ero a quel punto terrorizzata perché le contrazioni andavano scemando e la bambina non la sentivo più. Ero in un tunnel in cui sentivo che l’avrei partorita morta. Pensavo solo al corso preparto, alle contrazioni lunghissime che aveva sentito anche lei, al sacco vuoto. E alle mie domande si facevano una risata, sarebbe bastato rassicurarmi. Mio marito poi è stato la mia roccia, sempre accanto a me, mai avanti e mai dietro. Insomma al 28 mattina mi mettono in zona travaglio, passa un’ostetrica, mi visita e di nuovo, senza la minima informazione a riguardo mi fa lo scollamento delle membrane. Un dolore inaudito. Sarebbe bastato non chiedere (perché se una cosa va fatta si fa e basta!) ma informare.

Ripartono le contrazioni dopo una flebo e al 28 pomeriggio sfinita chiedo l’epidurale. Sapendo che avrei allungato ancora di più il travaglio, ma ero consapevole che in quelle condizioni (non mangiavo da due giorni e non bevevo da chissà quanto) non sarei mai e poi mai riuscita a spingere al momento di farlo. Provano a farmi desistere, provano a visitarmi di nuovo ma a quel punto mi impongo e impongo loro di non toccarmi più. Ottengo l’epidurale.
Ricominciano le contrazioni ma mi sento di nuovo in forze. Si accorgono che non mangio e non bevo da parecchio, faccio fuori tre sacche di glucosata come niente, l’ostetrica di turno mi dice che se non avessi avuto un cuore così forte (fa sport signora?) non avrei resistito così a lungo… “signora anche la bimba è forte”. In tutto questo, ogni volta che chiedo quanto sono dilatata non mi viene mai data risposta. Dopo mezzanotte (ormai siamo al 29 maggio) mi portano in sala parto. Inizio a spingere, pensando solo che finalmente c’eravamo. Peccato che all’improvviso chiedono a mio marito di uscire, lui che era sveglio con me da più di 48 ore. Ci dicono che devono fare delle manovre “cruente” (testuali parole) e che lo avrebbero fatto rientrare prima della nascita.

Sei anni per riprovare ad avere un figlio

Decidiamo di fidarci, nuovamente. A quel punto non se ne capisce più niente. Non c’è urgenza (sono in travaglio da due giorni) ma mentre una tira fuori la ventosa, un altro ginecologo mi sale sopra per una Kristeller. A quel punto urlo, ma non per il dolore, urlo per farmi sentire che sto lì e che vorrei capire cosa sta succedendo. “Ma che ti urli?”.
La ginecologa con la ventosa in mano, la stessa che mi ha rotto il sacco due giorni prima. La bambina nasce, si spegne tutto, anche io. Mio marito è rimasto fuori. Rientra mentre mi fanno il secondamento manuale. Mi tolgono la placenta a mano, che è già notte, è tardi. Mentre mi ricuciono chiedo della bambina, che non ho ancora visto, mi ero aggrappata fino ad allora al nostro momento skin to skin. Me la avvicinano, è tutta rugosa. Ma la portano via, che è tardi. Mio marito nel frattempo è andato via credendo che mi avrebbero lasciata con la bambina in sala risveglio e invece io in sala risveglio mi ci ritrovo sola, e sporca. Così verso l’alba mi riportano in camera e finalmente, da sola, mi lavo. Alle sei del mattino del 29 maggio finalmente tocco mia figlia.
Per sentirmi a posto con me stessa e con lei ci vorrà parecchio e qualche seduta di psicoterapia. Per capire di non averle fatto male e per capire che ne sia stato fatto a me.
E sei anni per decidermi a riprovare ad avere un figlio.