Donne afgane, vent’anni di battaglie per i diritti civili annientati dalla nuova invasione dei Talebani. La crisi che ‘annulla un popolo’ oscurandone il futuro

Uno Stato laico in cui la presenza femminile in Parlamento era del 25%, la partecipazione scolastica dei bambini era salita del 50%, le ragazze avevano riguadagnato l'accesso all'istruzione e al mondo del lavoro. E dove, soprattutto grazie alle associazione, erano stati fatti molti passi avanti contro la discriminazione e la violenza di genere. Con il ritorno dei Talebani tutto questo sta velocemente sgretolandosi sotto gli occhi dell'Occidente

Nel dibattito sul riconoscimento dell’Emirato Islamico afgano, che porterebbe a sbloccare miliardi di dollari riportando definitivamente l’Afghanistan indietro di 20 anni, bisognerebbe
soffermarsi su quelle conquiste che, grazie alle donne afgane ed alle associazioni civili democratiche presenti nel Paese, si sono ottenute nonostante la dispersione di molti dei preziosi
contributi dei ‘donors’ internazionali, arrivati nel Paese durante la permanenza delle forze alleate.

A cominciare dalla partecipazione scolastica tra i più piccoli, bambine e bambini, cresciuta del 50% parallelamente all’annullamento del tasso di gravidanze delle ragazze tra i 15 ed i 19 anni. In generale, sono stati 20 anni nei quali tutti gli indici sulla salute personale sono migliorati: dalla mortalità neonatale sino alla malnutrizione, ma ciò nonostante l’Afghanistan è uno dei Paesi più poveri al mondo. Gli aiuti dall’estero hanno permesso di ricostruire il settore dei servizi diminuendo la dipendenza da quello agricolo, anche grazie al supporto del digitale che, dall’impossibilità di accessi, ora è disponibile per oltre il 60% della popolazione. Stessa quota di popolazione che, ad oggi, avrebbe dovuto ricevere la vaccinazione prima che i talebani occupanti interrompessero la campagna vaccinale.

L’anno scorso la Conferenza di Ginevra ha stanziato 1,2 miliardi di euro per il periodo 2021-2024, che si aggiungono ai 5,3 miliardi di dollari stanziati ad oggi dalla Banca Mondiale, ed agli oltre 750 di controvalore degli SDR, o Diritti Speciali di Prelievo, presso il Fondo Monetario Internazionale, suddivisi su diverse tipologie di linee creditizie straordinarie messe a disposizione per la ricostruzione: le esigenze primarie del Paese, dai Trasporti all’Istruzione, e la lotta al Covid-19. La notizia del congelamento di 7 miliardi di asset del Governo afgano presso gli Stati Uniti, unitamente ai 9 rappresentati dalle riserve totali della Banca Centrale, hanno focalizzato l’attenzione degli analisti e dei lavori del G7 straordinario indetto dal Premier Draghi, perché tutte le conquiste ottenute dalle donne e dalle associazioni della società civile per migliorare la vita delle famiglie rischiano di essere rapidamente vanificate.

La Costituzione afgana aveva fatto passi avanti con il rafforzamento dell’art. 22 contro le discriminazioni di genere, ma non solo. Ad esempio grazie alla ratifica del Cedaw (la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le Donne) nel 2003 e l’entrata in vigore dell’Ewaw (Legge per l’eliminazione della violenza contro le donne) nel 2009, ma anche con l’eliminazione di due pratiche tribali devastanti come il “ba ad” (matrimonio forzato per risolvere controversie) ed il “badal” (scambi di bambine/ragazze per matrimoni forzati tra famiglie), grazie all’intervento per decreto dell’ex presidente Karzai, il quale, nel 2016, cercò di accelerare il completamento dell’iter legislativo. Ma, al contempo, permetteva l’approvazione di una legge sostenuta dai mullah più integralisti per smantellare le ‘case protette’ per le donne vittime di violenza famigliare. Tenendo conto che, già con l’art. 3, vige il pieno rispetto dei dettami della religione islamica, ora è chiaro che l’imposizione della sharia da parte dei Talebani rappresenta un’esasperazione che riporterà nuovamente alla piena violazione dei diritti umani universali e in particolare delle donne, in via definitiva, relegandole all’analfabetismo ed alla schiavitù derivante da un sistema patriarcale fondamentalista.

Un sistema sociale che non fa parte della tradizione di un Paese che, prima della rivoluzione khomeinista in Iran degli anni ’80, e dopo la cacciata dei talebani nel 2001, era uno Stato laico dove le donne in Parlamento erano il 25% e, pur nelle difficoltà culturali persistenti, avevano riguadagnato i propri diritti e l’accesso all’istruzione, al mondo del lavoro e alla rappresentanza politica. Le troppe ingerenze dei servizi segreti pakistani da un lato e dell’Iran dall’altro e, spesso, la sottovalutazione di queste dinamiche o la strumentalizzazione dei movimenti islamisti in chiave anti-russa da parte degli alleati, non hanno permesso al Paese una piena svolta democratica, soprattutto per il permanere di una diffusa corruzione del sistema giudiziario, che ha costretto le donne nell’80% dei casi a rivolgersi ai tribunali locali tribali, senza alcuna possibilità di una vera giustizia, mentre solo per il 5% dei casi si può parlare di vera giustizia applicata, secondo l’Unama (la missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan).

Aisha Khurram, rappresentante dei giovani dell’Afghanistan presso le Nazioni Unite

Le associazioni democratiche operanti nel Paese dagli anni ’80, come Hawca (ong per l’assistenza umanitaria di donne bambini afgani), Opawc (organizzazione per lo sviluppo e la promozione delle capacità delle donne afgane), Rawa (associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan), Hambastagi (partito per la solidarietà), Saajs (associazione parenti delle vittime dei massacri compiuti in Afghanistan), Afceco (organizzazione afgana per l’educazione e la cura dei bambini afgani), direttamente legate al Cisda (Coordinamento Italiano Donne Afgane), sono riuscite a compiere un vero e proprio miracolo. Su tutto il territorio, infatti, si è assistito ad una fattiva promozione di solidarietà, empowerment, assistenza legale gratuita, protezione e prevenzione per la salute, in un’ottica ampia di coesione sociale. Quest’ultima ha trovato riscontro nei 5 miliardi di euro, ad oggi devoluti dall’UE, in quanto l’Afghanistan è il Paese che maggiormente beneficia dei fondi europei a scopi umanitari.

Guardando alla storia travagliata dell’Afghanistan, prima l’invasione sovietica (dal 1978 al 1987) e dopo gli orrori della guerra civile (tra il 1992 ed il 1996) hanno portato alla caduta del regime talebano nel 2001, come reazione all’11 settembre e all’insediamento delle forze alleate. Venti anni nei quali superare la soglia di povertà pareva irraggiungibile per metà della popolazione – che non ha accesso all’acqua potabile – e con esiti drammatici per le donne, senza mezzi di sostentamento e con oltre 600 mila bambini che soffrono di malnutrizione e 5 milioni tra bambine e bambini che non hanno accesso alla scuola. La comunità internazionale, ora, ha un’occasione importante per riscattarsi dopo questi 20 anni, dando continuità e solidarietà al popolo afgano, senza girargli le spalle, con una legittimazione dei talebani che stanno facendo ciò che mai son riusciti a fare: annullare un popolo, sradicandone la bandiera, violandone la Costituzione e perpetrando su donne e bambini una pulizia etnica che viola qualsiasi carta dei Diritti Umani.

Diritti fondamentali per una società civile che voglia chiamarsi tale, nel riconoscimento di valori universali che, in questo momento, vengono calpestati e fatti tacere come la voce delle fiere donne afgane.