Donne giovani, magre, sessualizzate e ai piedi di un uomo autorevole: indagine sul sessismo dei monumenti italiani

L'associazione "Mi Riconosci? Sono un professionista dei Beni Culturali" ha aperto il dibattito sulla rappresentazione delle donne contando e censendo le statue femminili nel nostro Paese. Dall' indagine emerge che sono pochissime (171) e vittime di stereotipi: "Di tutte quelle censite il 91% è stato realizzato da uomini e il 4% da donne. Ma, si sa, la storia dell’arte è una storia di uomini che guardano le donne"
Statue di donne
Il 23 marzo 2013 viene inaugurata ad Ancona la statua Violata, monumento in ricordo “di tutte le donne vittime di violenza”

Il 23 marzo 2013 viene inaugurata ad Ancona la statua Violata di Floriano Ippoliti, monumento in ricordo “di tutte le donne vittime di violenza”

Le giornaliste Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli ritratte nude. La Lavandaia di Massa detta “Puppona” – a causa dell’evidente sessualizzazione del corpo – più volte colorata nei capezzoli e nel volto in maniera volgare. E ancora La Violata di Ancona, che vorrebbe ricordare “tutte le donne vittime di violenza” e che invece “più che una denuncia, sembra un morboso spot di una violenza”, come l’ha brillantemente definita Luciana Littizzetto.

Per l’associazione Mi Riconosci? Sono un professionista dei Beni Culturali non ci sono dubbi: il sessimo nei monumenti italiani è un dato di fatto, evidente da ogni angolo o piazza del Paese. Non solo per i prodotti che restituisce con statue di donne spesso e volentieri in abiti discinti o nude, giovani, magre, belle, sessualizzate e spesso ai piedi di uomini o in ruoli ancillari. Ma anche nelle committenze: dei 171 monumenti femminili al momento censiti dall’Indagine di Mi Riconosci (dieci pagine densissime e molto interessanti del dicembre 2021) il 91% è stato realizzato da artisti uomini e solo il 4% da donne: “Ma si sa, la storia dell’arte è una storia di uomini che guardano le donne”. A parlare oggi a Luce! sono Rosanna Carrieri, specializzanda in Beni storico artistici di 26 anni e Ludovica Piazzi, dottoressa di ricerca in Storia dell’arte di 37 anni. Entrambe “membre” (come preferirebbero loro) di Mi Riconosci? associazione, che tiene sotto un unico cappello archeologici, storici dell’arte, tecnici, antropologi e il resto dei professionisti dei Beni Culturali, divenuta famosa per la sua Indagine nazionale sui monumenti pubblici femminili, anticipata da quella – ma a livello locale – del comune di Milano, che si è accorto di una realtà imbarazzante: su 121 statue piazzate in città neanche una era di una donna. Ma il comune meneghino in Italia nell’ultimo anno non è l’unico a dover prendere atto del vuoto.

Ludovica Piazzi, dottoressa di ricerca in Storia dell’arte e Rosanna Carrieri, specializzanda in Beni storico artistici

La vostra indagine ha scatenato grande imbarazzo: a quanto emerge, in Italia le statue femminili sono soltanto 171 e in più sono vittime di stereotipi. Il vostro collettivo si è sempre occupato di questo?

“Non solo. Mi Riconosci nasce nel 2015 a seguito della Legge Madia, per il riconoscimento delle nostre professioni. Da allora il nostro collettivo porta avanti battaglie contro la precarizzazione lavorativa dei professionisti dei Beni Culturali e cerca di denunciare le discriminazioni che coinvolgono il settore. L’indagine sui monumenti femminili è solo una delle nostre ricerche, ma nessuna aveva mai avuto questa risonanza”

Nelle conclusioni della vostra indagine denunciate la preoccupazione che, per rispondere al grande vuoto, le amministrazioni adesso innalzino statue in maniera sregolata. Il sindaco di Firenze Dario Nardella ha proposto di collocare cinque statue di donne. La Val d’Aosta ha diffuso un comunicato in cui riflette sul tema partendo dai vostri dati. Il ministro per i rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, ha proposto di erigere una statua alla giornalista Tina Merlin a Belluno, sua città natale. Quest’attenzione è un bene o un male? 

“Abbiamo avuto un incontro con l’assessore alle Pari Opportunità del comune di Firenze a dicembre, abbiamo dialogato con la deputata Anna Laura Orrico (M5S): siamo aperte a intavolare una riflessione e contente del dibattito suscitato. Il nostro obiettivo, però, non è mai stato quello di riempiere lo spazio pubblico di statue femminili, ma semmai di riflettere su come la donna viene rappresentata nello spazio pubblico. O, nel caso si voglia introdurne di nuove, partire prima dal ripensare le modalità di realizzazione delle statue: dalla committenza all’opera finita. Per capire quanto al momento siano sbagliate, basti pensare che il 91% delle 171 statue femminili che abbiamo censito (di cui oltre la metà realizzata dal Duemila in poi) è opera di uomini e il 4% di donne. È quindi chiaro che al momento la rappresentazione delle donne nello spazio pubblico è una questione da uomini”.

Partendo dall’inizio: un artista in Italia come prende l’ingaggio per un monumento pubblico? C’è un bando a cui partecipare o capita di essere direttamente selezionati dalle amministrazioni?

“Ci sono diverse possibilità. La maggioranza delle statue non sono frutto di commissioni pubbliche, ma di donazioni da parte di associazioni che vogliono in qualche modo celebrare il loro lavoro o di artisti locali ed eredi che fanno donazioni al Comune. Il Rotary club ne ha realizzate diverse in tutta Italia. E, comunque, anche in caso di commissione pubblica spesso gli incarichi agli artisti sono diretti e non passano da un bando. Interessante a tal proposito è il caso della Spigolatrice di Sapri”

Perché?

La Spigolatrici di Sapri di Emanuele Stifano inaugurata nel 2021 e finanziata dalla Fondazione Grande Lucania

“La statua è stata commissionata e anche pagata da un’associazione: Fondazione Grande Lucania, che l’ha realizzata nell’ambito di un percorso turistico più ampio e la Spilogatrice è  diventata un volgare punto selfie. Il suo autore, Emanuele Stifano, era già noto per concentrarsi in maniera esasperata sulle caratteristiche anatomiche dei personaggi che scolpiva e non si è smentito neanche stavolta. Originariamente, però, la statua doveva essere realizzata da un altro artista. Anni prima il Comune aveva infatti lanciato un bando per la sua realizzazione, il vincitore aveva anche  ricevuto il denaro, ma l’unica versione della Spigolatrice al momento visibile è purtroppo quella di Stifano”.

Quello delle donazioni è un meccanismo sano a vostro avviso?

“Bisogna valutare caso per caso. Una donazione può avere ragioni diverse. Ma la certezza è che nelle commissioni a scegliere se collocare una statua nello spazio pubblico o meno dovrebbero essere i professionisti dei Beni Culturali che, nel caso della statuaria, sono gli storici dell’arte. Pensiamo ai piccoli paesi dove l’artista dona la sua opera alla città: è chiaro che in questi casi il limite è sottile tra la legittimità della cittadinanza o il processo di auto-legittimazione dell’artista stesso. In questi casi, da filtro dovrebbero fare le competenze di chi può fare una valutazione storico-artistica dell’opera e sa cosa significa metterla in uno spazio pubblico”.

Se non nelle piazze, le statue dove potrebbero essere collocate? 

“Ad esempio nelle collezioni civiche. E anche su questo patrimonio si apre un tema, perché spesso le amministrazioni tengono le opere che ricevono da privati o fondazioni a decorare i palazzi comunali, quando potrebbero essere restituite alla cittadinanza. Ma non allarghiamo troppo…”.

Immaginate gli storici dell’arte come consulenti o dipendenti fissi nelle amministrazioni?

“In passato veniva richiesta la partecipazione degli storici dell’arte all’interno dei bandi o come consulenti delle commissioni: oggi sempre meno. Ci dà speranza il caso del Comune di Milano che, all’interno della Direzione Cultura, ha aperto un ufficio specifico per l’Arte nello spazio pubblico e le professionalità richieste sono appunto quelle dei professionisti del settore”.

Arriviamo al primo problema che denunciate della rappresentazione femminile: il nudo 

“Un leitmotiv

Le due giornaliste Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli ritratte nude nella fontana a loro dedicata ad Acquapendente a Viterbo

A chi nella statuaria, riprendendo ad esempio i casi di Venere o di Paolina Bonaparte, vuole fare di tutti i nudi un fascio, i professionisti dei Beni Culturali hanno risposto essenzialmente che il nudo greco era utilizzato per avvicinare gli eroi ritratti agli Dei. Mentre dal Rinascimento in poi i nudi erano spesso opere pensate per essere private e non pubbliche. Siete d’accordo?

“Le obiezioni elencate sono giuste e condivisibili. Il nudo nell’arte c’è sempre stato e quello femminile è sempre stato ritratto in accezione più erotica rispetto a quello maschile. Una volta però era Venere a essere nuda e non le giornaliste Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli, come nel caso della fontana a loro dedicata ad Acquapendente a Viterbo. In più, se guardiamo alla statuaria del Seicento e Settecento sicuramente le opere di nudo non erano pensate per uno spazio pubblico, bensì privato. E, anche in quei casi, spesso le donne ritratte erano nude sotto le mentite spoglie di divinità”.

Non apparivano con il loro nome? 

“No, e il necessario travestimento del personaggio per ritrarlo nudo ce la dice lunga su quanto anche in un secolo lascivo come il Settecento nessuno avrebbe mai messo la statua di una figura realmente esistita nuda sulla pubblica piazza. È quindi chiaro che oggi abbiamo superato un limite”.

Avete censito tante statue nude di donne, ma nessuno finora si era mai indignato, perché? 

“In alcuni casi il nudo non è stato avvertito come troppo disturbante, perché fondamentalmente i musei ne sono pieni e lo sono perché la storia dell’arte è una storia di uomini che guardano e ritraggono le donne. Anche guardando al passato vediamo infatti corpi femminili più o meno sessualizzati. Sono opere di uomini per uomini, senza che le donne ritratte avessero voce in capitolo. La storia, dunque, è antica e oggi si ripropone solo in altre forme, benché più sfacciate e volgari rispetto a prima”.

Cristina Trivulzio Belgiojoso nella statua dedicatele a Milano e in una fotografia dell’epoca

Perché è così sbagliato la scelta del nudo per la statuaria femminile? 

“Se utilizzato a sproposito, non conferisce ai personaggi che presenta la dignità che meritano e spesso alle donne toglie autorevolezza. Ma il nudo è uno tra gli stereotipi in questione. Oltre che nude, o in abiti discinti o succinti, le statue femminili ritraggono donne giovani e belle. Quasi sempre, anche quando vogliono ricordare donne morte anziane o da celebrare per meriti raggiunti nella maturità. La statua a Milano di Cristina Trivulzio Belgiojoso ne è esempio: la donna rappresentata sembra una 18enne, è giovane, magrissima e anche un po’ civetta. Peccato che la Belgiojoso quando è morta avesse 63 anni e fosse da ricordare per l’impegno patriottico dei suoi quarant’anni. Ma anche in questo caso l’inspiegabile giovane età del personaggio non è stata avvertita come disturbante: la deputata Laura Boldrini ne ha postato una foto come esempio positivo, segno che anche persone che dimostrano sensibilità per le tematiche di genere non hanno percepito fastidio”.

Il monumento a Francesco Crispi a Ribera in Sicilia

A fare da contraltare, statue di uomini anziani, neanche belli e vestiti di tutto punto sono invece diffusissime o sbaglio?

“Certo, è l’ennesima narrazione del femminile che toglie autorevolezza alle donne rispetto a quella maschile che è più composta e realistica. Emblematico in questo caso è il Monumento a Francesco Crispi del 2011 a Ribera in Sicilia: Crispi è ritratto come un 66enne, seduto e vestito con accanto sua moglie, Rosalia Montmasson, in piedi come un’ancella. In realtà tra i due c’erano solo cinque anni di differenza, ma lei è ritratta come una giovane e bella ragazza come la vorrebbero i canoni di oggi: capezzoli in evidenza, veste succinta non coerente con quella di lui e in un corpo che non assomigliava per niente a quello della donna che voleva ricordare”.

Anche la collocazione delle statue femminili fa discutere

“Le piazze di tutta Italia sono disseminate di statue di personalità maschili riconosciute per valori e gesta su alti plinti con ai piedi donne come allegorie della Patria. E sempre in corpi snelli, belli e abiti vezzeggianti. Questo tipo di rappresentazione ribadisce un’imposizione dei ruoli e i bambini e le bambine che attraversano quegli spazi crescono con questo riferimento visivo e quindi educativo”.

Statue come la Spigolatrice di Sapri andrebbero rimosse? E se sì, sarebbe cancel culture

“La rimozione delle statue è un gesto percepito come gravissimo nella nostra cultura. Da un lato è apprezzabile perché è una forma di rispetto delle opere pubbliche; dall’altro però questa chiusura a priori manca spesso di cognizione, perché anche opere che non hanno nessun valore artistico vengono  trattate come se fosse così. La spigolatrice di Sapri senza dubbio andrebbe rimossa. Ma non è cancel culture, è avere sensibilità e rispetto della donna e dell’intera categoria che quella statua intende rappresentare: le spigolatrici che facevano un lavoro durissimo e che né si vestivano così, né avevano quel tipo di corpo”.

Il monumento a Grazia Deledda dell’artista Maria Lai, Andando via posto nel 2012 a Nuoro

Quando è che un monumento celebrativo può dirsi riuscito?

“Nel corso del censimento abbiamo notato che le opere che ci piacevano di più non erano figurative e non andavano quasi mai a riprodurre le fattezze delle donne che volevano celebrare, come il monumento a Grazia Deledda dell’artista Maria Lai, Andando via (2012). Il monumento affermante, figurativo, costruito sul personaggio è ancora un’opera che parla alla società contemporanea? E può farlo allo stesso modo dell’Ottocento? Secondo noi no. I monumenti devono essere realizzati in un processo partecipato, devono essere legittimati dalla popolazione, devono restituire la storia di chi raccontano e la loro realizzazione dev’essere seguita anche da un punto di vista tecnico-artistico, coinvolgendo i professionisti dei beni culturali. E siamo noi. Ci riconoscete? (ridono)”