Donne, velo e fumetti: il rapporto tra l’Islam e la società occidentale nel racconto di Takoua Ben Mohamed

La scrittrice e attivista italiana, di origine tunisina, spiega: "Nei miei libri parlo di quello che serve oggi per una vera integrazione. Dialogo, conoscenza e soprattutto mettere in discussione le proprie certezze e aprirsi all'altro. Anche l'informazione deve giocare la sua parte"

L’Islam e le donne. Le donne e il velo. Il velo e la religione. La religione e la vita quotidiana delle persone. Le seconde generazioni, l’islamofobia, la discriminazione. Di questi temi abbiamo parlato Takoua Ben Mohamed, fumettista, scrittrice, attivista. È la testimonial della campagna contro l’islamofobia della Fondazione “Albero della vita” e sarà protagonista all’inaugurazione del progetto dell’Istituto Sangalli di Firenze “Formare per conoscere, conoscere per convivere. Religioni e cittadinanza”.
Takoua, nata in Tunisia e trasferitasi a Roma per raggiungere il padre, esiliato politico, mostra orgogliosamente il velo che indossa quotidianamente. Una decisione presa dopo gli attentati delle Torri Gemelle. In questa intervista ci spiega perché. E perché la convivenza arricchisce tutti. Ma bisogna essere disposti all’ascolto delle ragioni dell’altro.

 

 

Takoua, in Italia ed in Occidente dibatte molto sul ruolo della donna nell’Islam. Qual è la tua idea a riguardo?
“Onestamente penso che sia una domanda da farsi a qualcuno esperto di teologia, non è il mio compito. Io mi occupo di questioni sociali, non parlo dal punto di vista religioso, che non rientra nelle mie competenze. Posso dire però che, dal mio punto di vista maturato in base alla mia esperienza personale, questo tema è stato spesso usato per giustificare sentimenti anti musulmani. Sicuramente, da quel che ho potuto costatare anche grazie alla mia umile conoscenza storica e religiosa, il ruolo della donna è un ruolo fondamentale nella storia dell’Islam, a partire dalla prima persona che ha appoggiato il Profeta, che è stata proprio una donna: Khadija, che poi divenne la sua prima moglie. Khadija era una donna indipendente, emancipata, una commerciante che faceva affari e traffici per tutta la penisola arabica e oltre. Maometto lavorava presso di lei prima che si sposassero. Lei è stata la prima sostenerlo e a diffondere il suo messaggio. Poi ci sono altri ruoli di donne tra le guardie del profeta, soprattutto all’epoca dei primi scontri tra Medina e La Mecca. Una delle guardie personali del Profeta era una donna, un’arciera. Era molto forte e non è mai mancata ad alcuna battaglia.
Quindi, nel corso degli anni, c’è stata una grande e fondamentale presenza delle donne in prima linea sia in ruoli politici che in ambito scientifici. La prima università al mondo è stata fondata da una donna musulmana: Fatima, ricca discendente di un mercante di origini arabe, el Qurayshi de La Mecca, trasferitosi nell’800 circa in Marocco. Lei volle destinare tutti i suoi beni, ereditati dal padre e dal marito, all’educazione e alla cultura, religiosa e non, creando l’Università Al Qarawiyyin (in onore della città Al Qayrawan da dove venivano i suoi antenati).Quello della donna è dunque un ruolo fondamentale ed importante. Purtroppo, a mio avviso, negli ultimi secoli, con il colonialismo e l’impossibilità di frequentare le scuole per lunghi periodi, la popolazione è diventata molto più chiusa, ignorante nel senso etimologico del termine. Si è imposta in alcuni casi una cultura partiarcale fino da omettere il ruolo della donna nell’Islam. Ma ripeto, questa è una mia opinione molto personale”.

Tu hai vissuto in prima persona episodi di islamofobia?
“Certo. Ho vissuto episodi di discriminazione e li ho raccontati in tutti i miei libri. È una cosa che si vede quotidianamente a partire dal razzismo a livello sistemico, dalle leggi fino al piano pratico nelle cose di tutti i giorni. Le cose sono precipitate a partire dal 2001, con l’attentato del due torri a New York e poi di nuovo con l’Isis. Al punto che, dopo ogni attentato, uscire di casa con il velo è diventato un atto di coraggio. Perché si crea una pressione sociale molto forte. Senti questi sguardi accusatori addosso, ed è veramente pesante. Anche a scuola ho avuto problemi, ne parlo nel mio ultimo libro “Il mio migliore amico è fascista” uscito da poco per Rizzoli. I professori e molti miei compagni di istituto non riuscivano proprio ad accettare la mia identità e mi giudicavano, non conoscendomi. Io ero sempre l’altra, quella che viene da lontano. Senza considerare che io ho una mia opinione anche se ho un nome straniero. Poi episodi di bullismo a scuola e sul lavoro. Sono stata rifiutata più volte per delle posizioni a cui mi ero candidata perché porto il velo. Ovviamente non te lo dicono direttamente e dunque non puoi tutelarti a livello di legge, perché è una discriminazione subdola. Mi dicevamo ‘Abbiamo trovato qualcun altro, grazie’ o ancora ‘Non hai le competenze che cerchiamo’ e cose così. Anche in ruoli che non richiedevano nessuna esperienza e nessuna qualifica, in quanto erano veramente lavori umili. Del resto le posizioni lavorative più alte già sono un problema per tutte le donne, figuriamoci per una ragazza di seconda generazione, figlia di migranti, scura di pelle, con un nome strano e che porta il velo: sei il peggio del peggio, l’ultima ruota del carro.
Anche il giornalismo, soprattutto quello main stream, contribuisce a questo clima. infatti quando ci sono attentati, solitamente, si fanno vedere le donne con il velo e allora l’immagine che viene rimandata è che queste donne sono tutte potenziali terroriste o comunque simpatizzano per il terrorismo. Questo alimenta un clima pubblico pesante nei nostri confronti. In questi casi aumentano ovviamente i fenomeni di discriminazione e di razzismo”.

Quindi il ruolo dell’informazione è fondamentale?
“Io penso che tutto parte proprio dall’informazione. E purtroppo l’informazione che che viene fatta sull’Islam, sulle donne musulmane, a partire dal linguaggio, è veramente di pessimo livello. Anche nel cinema. La donna musulmana viene sempre rappresentata come debole, ignorante, sottomessa. Un’immagine che non mi appartiene, in cui non mi riconosco, che non mi rappresenta. Anche perché sono stata cresciuta proprio da un’altra tipologia di donne. Donne forti, attiviste sociali, che hanno lottato contro le dittature, come quella di Ben Ali in Tunisia. Donne molto colte, istruite, indipendenti, lavoratrici e a impegnate politicamente. Mia mamma, mia zia, ad esempio, che sono esuli. Mia zia in particolare ha 4 lauree, ed era una leader del movimento studentesco in Tunisia. Anche lei porta il velo. Mia sorella, anche. Questo è il modello di donna di cui sono stata sempre circondata, quindi l’immagine che viene proposta non mi ha mai rappresentato e non mi rappresenta. Questo, anzi, è uno dei motivi che mi ha spinto a fare il lavoro che faccio oggi nel mondo della comunicazione e dell’arte”.

Come si possono superare le diffidenze reciproche tra Islam e Occidente?
“Con la conoscenza. Partendo dal sapere che l’Islam non è mai stato estraneo all’Occidente, la storia lo racconta. Poi va detto che c’è anche l’Islam europeo ed occidentale. A partire dai migranti, ovviamente, poi le seconde e le terze generazioni. E poi gli occidentali autoctoni convertitisi da generazioni. Quindi non separerei le due cose. Per superare le diffidenze reciproche serve dialogo, è quasi scontato dirlo. Non è semplice fare dialogo interreligioso e interculturale. Bisogna essere disposti a mettersi in discussione, ad andare verso l’altro, ascoltare l’altro, mettersi nei panni dell’altro. Anche questo è il tema del mio ultimo libro, che racconta una storia vera, quella per cui, da acerrimi nemici due ragazzi si conoscono e diventano ottimi amici. Io rappresentavo tutto quello che lui odiava, lo abbiamo superato e siamo cambiati entrambi, abbiamo superato le differenze. Bisogna andare l’uno incontro all’altro. Solo da un lato non è giusto e non funziona. Ad esempio io sono italiana, conosco la storia della religione cristiana, monoteista come l’Islam, ma i miei compagni non sanno niente della mia origine e della mia religione. L’Islam non si studia a scuola se non veramente pochissimo. Invece la conoscenza è la base. Bisogna uscire fuori, viaggiare, vedere. Le informazioni se si vuole oggi si trovano. Ma bisogna saper mettersi in discussione. Altrimenti l’informazione non basta, e rimaniamo ignoranti. Quindi si parte dal dialogo, è scontato, ma non è facile. L’essere umano è spesso orgoglioso e presuntuoso, è ostinato a sentirsi sempre dalla parte del giusto. E quindi ascolti l’altro ma alla fine non ti immedesimi veramente in lui”.

Qual è il ruolo delle seconde generazioni?
“È molto importante. Peraltro siamo ormai oltre: in Italia ci sono le terze e le quarte generazioni. È un ruolo fondamentale, perché fino agli anni ’90 si parlava di costruire la multiculturalità e ancora siamo ostinati a parlarne. Quello che serve è riconoscere l’intercultralità. Grazie ai ragazzi di seconda e terza generazione, che sono figli di entrambe le culture. Noi siamo il ponte tra l’Italia e il mondo esterno, perché siamo profondamente meticci non solo a livello di cittadinanza ma anche di identità. E portiamo un bagaglio molto molto importante. Ce lo portiamo dietro anche fuori dall’Italia o dal nostro Paese di origine. È una cosa fondamentale parlare di intercultura perché l’Italia oggi è questa. Anche gli italiani autoctoni da generazioni stanno diventando interculturali grazie ai loro amici o compagni di scuola, che sono italiani a loro volta anche se con sembianze diverse. Fanno le stesse cose, praticano gli stessi sport, le stesse scuole, usano gli stessi servizi, si curano dallo stesso medico. C’è un’abitudine oramai. Sono più gli adulti che rifiutano ostinatamente questa normalità. Ma è proprio questa che cambia la società. La presenza delle persone apparentemente diverse va normalizzata. Tutti siamo diversi nel nostro piccolo. E per fortuna, altrimenti sarebbe un mondo molto triste e noioso. Questo non avviene perché non c’è rappresentanza, nel giornalismo, nella televisione, nel cinema, nella letteratura, in politica, in azienda. Ad esempio non trovi mai una ragazza col velo che lavora in banca”.

Che significato ha il velo per te?
“Un significato molto intimo. È qualcosa di molto personale che non tendo mai a raccontare. Perché ogni donna gli dà il proprio significato, ognuna ha la sua storia, la sua esperienza con il velo, le sue motivazioni, ed è sbagliato generalizzare. Sono esperienze e motivazioni molto singolari, molto soggettive. Per me, comunque, ha un significato molto importante. Ho cominciato a metterlo dopo gli attentati dell’11 settembre. Volevo capire cosa stesse accadendo, sentivo che le persone avevano cambiato atteggiamento nei miei confronti, ho sentito il peso di questa cosa addosso e volevo sapere. I miei genitori, tra l’altro, non volevano, perché dicevano che non avevo abbastanza consapevolezza. Ed avevano ragione, ma io volevo fare un esperimento sociale e dunque l’ho fatto. Mi ricordo che, proprio il primo giorno, un ragazzino che frequentava la mai stessa scuola venne da me – non mi conosceva perché ci eravamo trasferiti da poco nel quartiere – e mi disse “talebana, terrorista”. E gli chiesi allora perché mi avesse chiamato in quel modo, se sapesse cosa significavano quelle parole. Ebbene, lui mi disse di no, che non lo sapeva. Allora gli ho risposto che non lo sapevo nemmeno io. Quindi lui non conosceva il significato di quei termini ma sapeva a chi affibbiarli, perché lo aveva visto. Questo mi ha insegnato che il ruolo dell’immagine, della comunicazione, dei messaggi che passano attraverso l’informazione, è fondamentale. È lì che è iniziata la mia ricerca interiore di sperimentazione sociale da un punto di vista intimo e religioso, a livello di fede. Più mi facevano domande più io studiavo per rispondere in maniera adeguata, perché all’inizio non sapevo come  farlo. Mi veniva addossata una grandissima responsabilità. È paradossale, ma io mi sono avvicinata molto alla mia religione proprio grazie alle persone non musulmane: più domande mi facevano più io approfondivo la conoscenza, cercando le risposte a quelle domande.
È stata una ricerca di tanti anni, e tutt’oggi le motivazioni ancora cambiano via via. Più conosco, più cambiano le motivazioni, più mi convinco della mia scelta. Ci sono alti e bassi ovviamente. Nei momenti di pressione sociale, quando diventa una fatto di coraggio, dopo gli attentati ad esempio, quando la tensione nell’opinione pubblica sale, mi sento debole ma non cedo. È successo a tante ragazze e donne musulmane che non sopportavano la pressione sociale e dunque hanno tolto il velo, non volendolo. Perché non reggevano o perché dovevano cercare un lavoro e non volevano rischiare. Ce ne sono tantissime di persone così, solo che queste storie non vengono raccontate purtroppo”.