“Dopo il covid, quanta umanità è rimasta in noi? Istruire non basta più: serve educare a restare uomini, a non trasformarci in meri consumatori”

Il teologo Vito Mancuso; "Della pandemia mi hanno colpito dedizione e solidarietà di infermieri e medici". "Oggi passiamo il tempo a fare quello che gli altri vogliono che noi facciamo: vorrei rivoluzionare la scuola dalle basi". "Le religioni pensano di essere la mèta, non lo strumento. Ma qualcosa cambia, come dimostra il dialogo in corso"

Come usciremo da questa pandemia? Quale umanità verrà fuori da questo periodo così denso, e stra-ordinario? A 19 mesi dall’irrompere del covid nelle nostre vite, queste domande sono più attuali che mai. Ne abbiamo parlato con il professor Vito Mancuso, teologo e docente di storia delle dottrine teologiche.

Vito Mancuso

Quello che stiamo vivendo è un periodo particolarmente fecondo e ci mette di fronte a domande di straordinaria importanza che hanno a che fare con la dimensione stessa dell’uomo: la vita, la morte, l’universo. Secondo lei cosa ci sta insegnando?
“Come sempre ci sta insegnando quello che vogliamo imparare. Nel senso che può anche non insegnarci niente e consegnarci alla stupidità, come spesso vediamo accadere intorno a noi, e talora anche dentro di noi. Al contempo ci può insegnare il raccoglimento la ri-flessione (flettersi dentro appunto), e porsi le domande cui lei accennava. E’ soprattutto nei momenti di crisi che nasce il pensiero. Che non è solo accademia, ma diventa ricerca di significato e quindi di salvezza, di speranza. La crisi può configurare un pensiero di questo tipo se lo vogliamo, se ce lo permettiamo”.

E l’umanità se lo sta permettendo?
“E’ una domanda cui deve rispondere ogni singolo essere umano. Io non penso di avere quella posizione, per così dire, ‘sopra’ le coscienze dei molti miei contemporanei, che mi permetta di affermare con certezza se ce la stiamo permettendo o meno. Non sono un sociologo. Ma dubito anche dei sociologi che hanno certezze su quello che la società in generale fa o pensa. Secondo me in questo momento c’è chi se lo sta permettendo e chi no. Pertanto è una domanda che ogni singolo dovrebbe rivolgere a se stesso. Sto effettivamente sfruttando questo tempo così peculiare che mi è dato, nel quale ho toccato e continuo a toccare con mano la crisi della dimensione umana, per cercare di diventare più giusto, più consapevole, più bello, nel senso più integrale e vero del termine, o no? Ciascuno di noi deve rispondere per sé a questa domanda”.

Cosa l’ha più colpita, in questi due anni di pandemia?
“La dedizione al dovere degli infermieri e dei medici. Direi questa. Il senso del dovere di semplici infermieri, con un semplice stipendio, che nel nome della deontologia della loro professione, e ancora di più nel nome della solidarietà umana, che è la cosa più straordinaria che alberga dentro di noi, hanno rischiato la vita, E talvolta l’hanno persa”.

Al di là del covid, che è certamente una cosa eclatante e catalizza tutte le riflessioni, siamo immersi in una fase densa di trasformazioni epocali, probabilmente mai accadute con questa portata e con questa velocità. Tanto che si pone il tema del futuro e della sopravvivenza dell’umanità stessa. Secondo lei verso dove stiamo andando?
“Quella che viviamo è effettivamente un’epoca stra-ordinaria. Un’epoca nella quale è proprio l’umanità ad essere messa in gioco. Ma non nel senso della specie umana: siamo tanti miliardi di individui, e qualcuno di noi sicuramente la scamperà, qualsiasi cosa dovesse succedere. No, ad essere messa in dubbio è l’umanità stessa dell’uomo. Il suo essere sapiens e non solo faber. Non solo produttore e consumatore. Questo è il rischio vero. Ci sono enormi capitali, enormi interessi, che spingono perché l’umanità venga sempre meno, la sapienza venga sempre meno e l’uomo si trasformi in una specie di macchina per produrre e consumare. Ridurci a dimensioni, non dico economiche ma economicistiche”.

Cosa bisogna fare per evitare che questo accada?
“La partita si gioca sulla scuola in gran parte. Io se avessi il potere di decidere riformulerei completamente l’educazione scolastica ed i programmi a partire dalle elementari. Non si tratta più di dare ai nostri ragazzi istruzione, perché questa la trovano ovunque: sui cellulari, nelle varie connessioni. Chiariamoci, non che l’istruzione non sia importante, ci mancherebbe, ma oggi è ancora più decisiva l’educazione. Dal latino e-ducere, tirare fuori. Quindi innanzitutto tritare fuori l’umanità dell’uomo. Suscitare le grandi domande. La capacità di ascolto, di attenzione, che sta scomparendo. La capacità di dialogo. Oramai ci si parla addosso. E non c’è quel silenzio che fa sì che le persone possano ascoltarsi a vicenda. Tutto questo si sta perdendo e va recuperato. Si sta pendendo la scala dei valori. Non ci sono più stelle polari. “Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto” diceva Dante. Nel Canto XV dell’Inferno. Qual è oggi la stella da seguire? Mancano queste idee ed è questo il compito dell’educazione”.

Tuttavia oggi il peso dei potentati economici sembra talmente esorbitante dove trovare allora la speranza di invertire il segno delle cose?
“Innanzitutto a livello interiore. Io posso solo rivolgermi alla coscienza individuale di ciascuno. E’ vero questi potentati economici esistono e ‘premono’ . Ma, chiedo, premono anche su ciascuno di noi? Al punto da schiacciarci? Oppure possiamo curare il nostro sé? Non farci rubare il tempo. Il tempo trascorre e spesso, come diceva Lucilio a Seneca, noi passiamo il tempo a fare quello che gli altri vogliono che noi facciamo. E allora Seneca dice a Lucilio ‘fermati’, ‘tempus collige et serba ‘ e ancora ‘vindica te tibi’: conserva il tuo tempo e rivendicalo. Sono parole antiche. Parole di duemila anni fa, ma sono ancora validissime, anche rispetto ai potentati economici; che per altro anche allora esistevano ed avevano un grande potere di condizionamento. Il pericolo c’è sempre stato. Io posso rivolgermi solo alla coscienza dei singoli e dirle ‘rientra in te stesso, non farti rubare il tempo, vigila, rivendica il tuo diritto di essere uomo”.

Lei è teologo, non pensa che le religioni dovrebbero trovare un linguaggio comune?
“Si. E trovo che molta strada sia stata fatta. Se pensiamo a come era inesistente fino a pochi anni fa il dialogo interreligioso…Adesso c’è una consapevolezza che va aumentando. Quindi è vero che c’è tanta strada da fare, ma va riconosciuto che molto è stato fatto. Il punto di svolta sarà quando le religioni capiranno che si devono convertire. Le religioni pensano che devono convertire gli altri a se stesse. Ma in realtà devono convertire loro stesse al bene comune del mondo. Un’etica planetaria che salvaguardi veramente il pianeta, esteriore e interiore. La terra ma anche l’anima, la coscienza, la sapienza, l’umanità. Se le religioni fanno questo, se vengono pensate come terapie per questa salvezza, quindi come funzione di qualcosa di più grande, allora si convertono ed il dialogo diventa reale. Se questa conversione non avviene e continuano a ritenere se stesse come mèta e non come strumento, la strada da fare rimane tanta e forse non sarà mai percorsa. Io lavoro affinché ciò avvenga”.