Elisa Serafini nella classifica di Forbes dei 10 manager di public affairs under 35 più promettenti

"Un consiglio ai giovani che vogliono avvicinarsi al mio settore? Non cercate l’iperspecializzazione ma abbiate la mente aperta. E se vi piace la politica fatela". Parola della manager di public affairs di Glovo che è stata anche market manager di Uber, assessore al comune di Genova e si dedica appassionatamente anche al giornalismo. E non ha nemmeno 35 anni

Giovani, di talento e in grande ascesa nel mondo della rappresentanza di interessi. Sono i 10 manager under 35 dei quali sentiremo molto parlare in futuro. E molte sono donne; tra queste, nella lista Forbes, c’è anche Elisa Serafini, manager di public affairs di Glovo Italia. “Mi interfaccio ogni giorno con i protagonisti della democrazia: l’informazione, la politica, i sindacati – racconta su Forbes  – Credo nella contaminazione e nella possibilità di costruire progetti di lungo termine che permettano di allineare interessi diversi“.

Noi di Luce! la conosciamo bene, ma abbiamo voluto farci raccontare da lei questo bel riconoscimento.

Intanto complimenti Elisa. Ma partiamo proprio dalla definizione del tuo lavoro. Non siete lobbisti ma manager del public affairs. Che significa?
“Public affairs non è lobbing, io non vado dai parlamentari a dire “Cambiate le legge”. Il public affairs è una responsabilità, nelle aziende, di gestione di tutte le strategie che non c’entrano con la parte commerciale. Quindi le relazioni coi sindacati per i contratti dei dipendenti e dei collaboratori, le relazioni coi giornalisti, con le istituzioni, con gli enti pubblici, con le altre aziende. Tutto ciò che è costruire progetti che si pongono nell’ottica di realizzare obiettivi aziendali ma che non sono obiettivi commerciali. Dentro il public affair c’è il social impact (o responsabilità sociale di impresa), la parte di relazioni istituzionali (come le associazioni di categoria e i sindacati) e poi la parte media. La rappresentanza di interessi la definirei come un “pezzettino” di democrazia”.

Giovani e promettenti. Così vi definisce Forbes. Ma soprattutto una classifica con tante donne. Quanto è importante questo aspetto?
“Hanno scelto queste 10 persone che, per varie ragioni, credono che saranno di successo. Ci sono tante donne in questo ambito che vengono riconosciute, ma ci sono anche tanti uomini. Però io credo che le donne abbiano una capacità maggiore, più efficace. È un lavoro di empatia, di trasparenza, dove gli interlocutori li devi trattare sempre con rispetto e ci sono dinamiche di contrattazione. Insomma una donna può fare un ottimo lavoro e speriamo che ce ne siano sempre di più in questo settore che è sempre stato molto maschile. Io nelle riunioni sono quasi sempre l’unica donna e il 99% dei miei interlocutori sono uomini”.

Come ti hanno scelto e perché?
“È stato grazie a una segnalazione. Un giornalista che stava raccontando questo lavoro fatto da Forbes ha segnalato il mio nome e a mia volta io ho fatto quello di altre persone. Ho segnalato due donne. Che sono state entrambe selezionate. Sono veramente pochi i professionisti, in Italia, nelle relazioni istituzionali e nel public affairs, tra gli under 35 poi siamo in un mondo di addetti ai lavori che si conoscono. Il fatto che io abbia fatto l’assessore e abbia lavorato come manager in Uber, questo incrocio di pubblico-privato, probabilmente è stato ciò che è risultato più interessante nel mio profilo”.

Come sei arrivata a Glovo, l’attuale azienda per cui lavori?
“Nei miei ultimi 10 anni ho sempre lavorato in imprese private. All’inizio nell’ambito del marketing, sono stata marketing manager di Uber e di altre società. Poi ho fatto 5 anni consulenza per soggetti pubblici, privati e no profit, nell’ambito del public affairs. Ho fatto l’assessore per un anno, a Genova. Glovo cercava una persona che avesse esperienza aziendale ma con una sensibilità pubblica e politica. Mi hanno chiamata loro: mi è stato segnalato da una persona all’interno che si sarebbe aperta una posizione e di fare domanda. Io mi sono candidata: ho fatto cinque colloqui più un business case (dove devi spiegare cosa faresti in un scenario ipotetico). A quel punto mi hanno fatto un’offerta e da lì sono entrata”.

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?
“Che quando lavoro, pur essendo in un’azienda privata, sento che sto facendo politica, sto trattando temi di interesse pubblico. I rider, i contratti, l’algoritmo, l’intelligenza artificiale non sono tematiche di interesse strettamente commerciale ma riguardano l’ambito pubblico. Serve innanzitutto che ti piaccia: la metà delle persone a cui dico che io sto tre ore al telefono coi sindacati mi dicono che sono pazza, ma a me piace davvero. Io sono contentissima, lavoro su temi pubblici con i ritmi del privato, che sono velocissimi, sfidanti. Poi c’è da dire che mi trovo benissimo nelle aziende tech, perché sono a contatto con persone divertenti, dinamiche, alcune le trovo anche geniali. Io sono super flessibile, amo il cambiamento. Non mi fossilizzo in nulla, sono dell’idea che tutto può cambiare in qualsiasi momento”.

Come hai già citato hai a che fare con una figura lavorativa su cui, negli ultimi tempi, si sta concentrando molta attenzione: i rider. Com’è la situazione?
“Io parlo per la mia azienda: ci sono stati dei passi avanti nelle tutele, con un contratto sindacale, un minimo orario, le assicurazioni. Tutto questo è il frutto proprio di chi, prima di me, era in questo ruolo a trattare con i sindacati e con gli altri soggetti interessati. Bisogna andare avanti, quello è comunque un primo passo. A volte quello che passa nell’informazione non sempre è rappresentativo di tutte le situazioni. Ci sono tantissimi rider che sono felici di essere autonomi e di guadagnare un po’ di più. In generale, quello che stanno facendo tutte le aziende del mondo del delivery è ascoltare le istanze e cercare anche di far presente che ci sono delle dinamiche, di azienda e tecnologia, che non si sposano con le leggi italiane (che sono “antiche”). Spesso il mercato va più veloce della politica e bisogna trovare nei punti intermedi, coi sindacati, delle misure per sanare dei vuoti normativi”.

Cosa consiglieresti alle giovani ragazze che vorrebbero diventare come te?
“Quello che a me ha aiutato è aver fatto più cose: l’esperienza in azienda, l’esperienza nel mondo istituzionale e pubblico e anche un po’ di giornalismo. Non serve l’iperspecializzazione in un mondo in cui le esigenze cambiano molto velocemente. Piuttosto penso che premi un approccio “orizzontale”, dove tu prendi quello che hai imparato dalle tue varie esperienze e crei valore attraverso idee, progetti, iniziative trasversali. Se piace la politica consiglio di farla, perché le aziende apprezzano il civismo e l’attivismo. Diventi la loro attivista. E poi sicuramente di avere pazienza: public affairs non è un lavoro che fai a 22 anni, perché c’è bisogno di competenze troppo trasversali tra loro che necessariamente prendi un po’ in giro nella tua esperienza. Non c’è una scuola per imparare. Non cercate l’iperspecializzazione ma abbiate la mente aperta”.

Dopo questo bel riconoscimento, qual è il prossimo obiettivo nel tuo futuro?
“Adesso mi piace molto questo lavoro e spero di farlo il più possibile. Magari in una seconda fase della mia vita, o terza, non mi dispiacerebbe insegnare o comunque mettere a disposizione queste competenze per chi inizia questo percorso o addirittura all’università. Cioè cercare un modo per trasmetterle ai ragazzi più giovani. E poi continuare anche con il giornalismo perché come attività parallela, su temi diversi da quelli che tratto nel mio lavoro (non devono esserci conflitti di interesse, non parlo dei rider ma dei diritti civili). Quindi, in fondo, direi trasmettere a un pubblico -di studenti o di lettori- quello che ho acquisito”.