Emily Bridges, la ciclista transgender britannica esclusa dalle gare. Lei replica: “Voglio solo correre”

Doveva partecipare ai Campionati Nazionali Omnium su pista di Derby, in Inghilterra. Ma l'Unione Ciclistica Internazionale ha detto no: "La 21enne non è idonea a partecipare a questo evento"

Dopo lo stop alla nuotatrice Lia Thomas, un’altra atleta transgender è stata esclusa dalle competizioni sportive. Si tratta della ciclista Emily Bridges, 21 anni. La giovane sportiva britannica avrebbe dovuto gareggiare oggi, sabato 2 aprile, ai Campionati Nazionali Omnium su pista di Derby, in Inghilterra. Tuttavia, l’Unione Ciclistica Internazionale (UCI) ha deciso di non far partecipare alla competizione la 21enne in quanto “non idonea a partecipare a questo evento”, ha riferito giorni fa la British Cycling, il principale organo di governo nazionale per gli sport ciclistici in Gran Bretagna. Dopo lo stop, ieri la ciclista ha rotto il silenzio, diffondendo un comunicato in cui sottolinea: “Sono un’atelta – dice Emily Bridges -. E voglio solo correre“.

Emily Bridges, ciclista transgender britannica di 21 anni, non può partecipare ai Campionati Nazionali Omnium in quanto “non idonea a partecipare a questo evento”, dichiara l’Unione Ciclistica Internazionale

Nel comunicato diffuso sui social media, Emily Bridges afferma di essere stata “molestata e demonizzata” dopo che le è stato detto di non poter partecipare ai Campionati Nazionali Omnium di Derby. La giovane dice di aver fornito tutte le prove mediche e i documenti necessari per poter gareggiare. Ed è per questo motivo che a Emily Bridges “non risulta chiaro” il motivo per il quale sia stata esclusa dalla competizione. Negli ultimi sei mesi, infatti, la ciclista ha dichiarato di essere sempre stata in contatto con la British Cycling e con l’Unione Ciclistica Internazionale “sui criteri di ammissibilità che doveva soddisfare per competere questo sabato”.

I regolamenti per le persone transgender della British Cycling, aggiornati a gennaio di quest’anno, dicono che le cicliste devono avere livelli di testosterone inferiori a cinque nanomoli per litro per un periodo di 12 mesi prima della competizione. Nel comunicato Bridges afferma di aver fornito sia alla British Cycling che all’UCI la prova che soddisfa i criteri di ammissibilità “incluso il mio livello di testosterone che negli ultimi 12 mesi è stato molto al di sotto del limite previsto dai regolamenti”.

Dopo aver fornito i dettagli della vicenda, Emily Bridges si è lasciata andare a un commento nel comunicato diffuso sui social: “Io sono un’atleta – dice la ciclista – e voglio solo correre di nuovo in modo competitivo. Spero che riconsiderino la loro decisione in linea con il regolamento. Nessuno dovrebbe scegliere tra essere quello che è e partecipare allo sport che ama”.

Bridges ha anche affermato di essere stata “incessantemente molestata e demonizzata” dai media. “Attaccano tutto ciò che non è la norma – dice la ciclista – e condividono tutto ciò che è più probabile che si traduca nel massimo coinvolgimento per i loro articoli e nei guadagni pubblicitari”. “Tutto ciò – prosegue la 21enne – senza preoccuparsi del benessere degli individui o dei gruppi emarginati”.

La British Cycling: “L’inclusione transgender è più importante di una gara”

Dopo aver ricevuto l’alt dell’Unione Ciclistica Internazionale, mercoledì 30 marzo la British Cycling ha diffuso un comunicato, in cui spiega di essere rimasta “in stretto contatto con l’UCI in merito alla partecipazione di Emily questo fine settimana” e in cui dichiara di essersi impegnata “con Emily e la sua famiglia per quanto riguarda la sua transizione e il suo coinvolgimento in competizioni d’élite”. La British Cycling, nel comunicato, ha quindi invitato tutti gli organi sportivi a formare una coalizione per chiarire i parametri di accesso e di partecipazione degli atleti transgender: “L’inclusione transgender e non binaria è più importante di una gara e di un’atleta – recita il comunicato -. Riteniamo che tutti i partecipanti al nostro sport meritino maggiore chiarezza e comprensione sulla partecipazione a competizioni d’élite e continueremo a lavorare con l’UCI sia sul caso di Emily che sulla più ampia situazione in merito a questo problema. Comprendiamo anche che negli sport d’élite il concetto di equità è essenziale. Per questo motivo, British Cycling oggi chiede una coalizione per condividere, imparare e capire di più su come possiamo raggiungere l’equità in un modo che mantenga la dignità e il rispetto di tutti gli atleti”.