Ersilia Vaudo Scarpetta: “All’Esa la diversità è nel Dna, ma serve anche inclusione. Tutti possono andare nello spazio”

In occasione della giornata mondiale della diversità culturale, la Chief diversity officer dell'Agenzia Spaziale Europea ci spiega il valore della diversità e dell'inclusione all'interno dell'organizzazione. E dà un consiglio alle giovani donne: "Studiate matematica, studiate Fisica, vi danno dei superpoteri. E andate a prendervi la Luna"

Ersilia Vaudo Scarpetta, 58 anni, è un’astrofisica, dal 2017 Chief diversity officer all’Agenzia Spaziale Europea. Sul sito dell’Esa spiega la sua missione così: “supportare il direttore generale proponendo azioni per accrescere la ricchezza di diversità dell’Agenzia e garantire l’inclusione. Un percorso su molti assi, da quello geografico al genere, dalla disabilità ai diritti Lgbt all’età (senza ansie di rottamazione)”.

Sposata, mamma di due figli, si sposta da Gaeta a Roma per studiare Fisica alla Sapienza. Da lì al mondo. Assunta all’Esa ad appena 28 anni. Tra le sue tappe c’è anche Washington, dove cura le relazioni con la Nasa. Ora vive a Parigi. Divulgatrice appassionata di scienza, curatrice della XXIII Triennale di Milano (dal 20 maggio al 20 novembre 2022). Oggi, nella giornata mondiale della diversità culturale istituita dall’Onu, parlerà di inclusione nelle missioni spaziali su Stream, evento digitale legato al festival della Scienza (festivalscienza.online). Educata dalla mamma – laureata in chimica e biologia – a riconoscere zucchero e sale dalle formule chimiche scritte sulle etichette dei barattoli, era inevitabile all’inizio qualche incidente di percorso. Incoraggia le ragazze così: “Studiate fisica! Vi dà dei superpoteri”. Donna di fascino, quando la si ascolta si pensa prima di tutto che si diverte a fare quel che fa.

 

Il suo ruolo non è così comune in Italia. Non a caso dobbiamo tradurre la definizione dall’inglese. Cosa fa da Chief diversity officer all’Agenzia spaziale europea?

“Noi come Esa abbiamo la diversità nel nostro Dna, sicuramente quella geografica. Ventidue stati membri, che parlano 17 lingue. Sappiamo già che mettendo insieme prospettive, punti di vista, culture, riusciamo a realizzare cose che nessun paese da solo potrebbe fare, come atterrare con Rosetta su una cometa o mandare sonde su Marte”.

Lei ha detto: la diversità aumenta la produttività di un’azienda. Perché?

“Sappiamo che le idee nascono dalla tensione, dai diversi approcci. Quindi circondarsi di persone ‘uguali’ diminuisce la possibilità di intravedere soluzioni nuove. McKinsey e molti altri rapporti dimostrano, ad esempio, cifre alla mano, che nel privato le aziende con più diversità sotto tanti ‘assi’ raggiungono il 35% in più di profitto”.

Cosa si fa all’Esa per raggiungere l’obiettivo?

“Intanto parliamo sempre di diversità e inclusione. C’è una bella differenza. Come essere invitati a una festa ed essere invitati a ballare”.

Per scongiurare il rischio di rimanere  in un angolo tutta la sera.

“Non basta avere numeri di diversità. La scintilla scatta quando l’inclusione funziona. Quando i punti di vista vengono ascoltati, valorizzati, ognuno si sente tranquillo di essere quel che è”.

Gli assi, diceva.

“C’è quello geografico ma è anche una questione legata al genere. Perché i settori tecnico-scientifici soffrono di una ridotta presenza femminile”.

Attirare sempre più le ragazze verso le carriere spaziali ma non solo. Un esempio sui diritti Lgbt?

“Stiamo facendo uno screening contro ogni possibile discriminazione. Vale rispetto ai congedi o alle coppie, al di là del genere. Questa cosa è importante per lo staff ma anche per i giovani”.

Perché?

“Chi si affaccia a un’organizzazione non guarda solo qual è il business ma anche quali sono i valori, riflessi nel regolamento del personale. Diversità e inclusione passano poi dagli assi dell’età, per allargare lo spettro, e dalle persone con disabilità. Per la prima volta nella storia, con l’ultima campagna, verificheremo le condizioni per poter portare nello spazio anche para-astronauti (Qui l’articolo di Luce dove avevamo parlato dell’iniziativa, ndr)”.

Quando sarà possibile?

“Sicuramente molto prima di quando sarebbe successo se non fossimo partiti con questo progetto. Vogliamo essere certi che ci siano tutte le condizioni di sicurezza e di utilità. L’astronauta con disabilità nello spazio non è un turista”.

Alle ragazze viene promessa la luna. Lei le sprona a prendersela, alla lettera. Con quali risultati?

“Nel 2017, tra le domande per lavorare all’Esa, ne arrivavano dalle donne una su sei. Oggi siamo a una su tre. Un bel risultato”.

Quali sono gli ostacoli ancora da rimuovere?

“Il problema di avere poche ragazze nelle materie Stem comincia alle elementari, dove si forma questa identità. Inizia da un’esclusione dalla matematica”.

La temutissima matematica?

“Sì, perché è un linguaggio abilitante. Tra gli adolescenti in Italia abbiamo la più grande differenza di genere nelle competenze in questa disciplina. Una volta che le ragazze restano fuori, poi non vanno a scegliere fisica all’università. Quindi il problema comincia con l’inclusione nella matematica alle elementari. Per tutti”.

Per i bambini ha creato un’associazione, “Il cielo itinerante”. Andrà in giro con un telescopio e un pulmino?

“Questo è il mio spazio privato. L’idea nasce da un’esperienza fatta l’anno scorso in un campo Stem a Forcella (Napoli), in una zona di grande disagio sociale. I bambini si sono sporcati le mani, hanno fatto cose bellissime. Poi sono stata ispirata da un’amica astrofisica africana: in Kenya lei e il marito hanno caricato un telescopio su una macchina e hanno fatto il giro dei villaggi”.

Il suo tour, invece?

“A luglio faremo tappa in Sicilia, Calabria e Puglia. Poi organizzeremo altri campi spaziali a settembre. Abbiamo deciso di creare un’associazione che si occupi di povertà educativa. Per portare un telescopio, in collaborazione con altri gruppi sul territorio, e far passare un pomeriggio tra esperimenti, laboratori e osservazioni del cielo. È incredibile la trasformazione che può avvenire in un bambino”.