“A 15 anni da morte di Piergiorgio, la battaglia continua“. Mina Welby, una donna in lotta per il fine vita

Ha studiato, combattuto, rischiato il carcere per tenere fede alla promessa fatta al marito sul letto di morte: “Una legge per poter decidere quando terminare con dignità“

“L’avevo promesso a Piergiorgio e così ho fatto. Mi aveva invitata a portare avanti il ‘Calibano’, il suo blog; riflettendoci la sera stessa, ho compreso la portata di quella richiesta: continuare la sua battaglia”. Ha studiato, combattuto, rischiato il carcere per tenere fede alla promessa fatta al marito sul letto di morte. Sono passati 15 anni da quel giorno e Mina Welby, co-presidente dell’associazione Luca Coscioni (ruolo che fu anche di Piergiorgio), è ancora sul campo a difendere i diritti di chi soffre, la libertà di scelta sul fine vita. “penso a quel lungo pomeriggio trascorso insieme – racconta Mina Welby ricordando con commozione quel 20 dicembre di 15 anni fa – Ero vicina al suo letto, abbiamo parlato poco ma ci siamo guardati tanto e intensamente. Di tanto in tanto gli chiedevo qualcosa, se volesse ascoltare musica o guardare delle foto. ‘No’ la sua risposta. Ho avuto per un attimo la sensazione che avesse paura, che volesse ripensarci. Non voleva incontrare nessuno ma ha accettato che entrasse nella sua stanza un bambino: era il figlio di 5 anni di una mia alunna, aveva in mano una candela a forma di Babbo Natale. Piergiorgio gli ha sorriso, lo ha fatto avvicinare e accendere la candelina messa poi sopra la tv di fronte al letto”.

Il cammino

“Il cammino è ancora lungo – sospira Mina Welby – ma i passi fatti finora, nel segno della lunga battaglia di Piergiorgio per la libertà di scelta nel fine vita, sono per me una soddisfazione. Abbiamo oggi la legge 219/17 che ha introdotto il testamento biologico, ora i tempi sono maturi per compiere ulteriori passi verso l’eutanasia legale”.

Piergiorgio Welby a 59 anni, seduto su una sedia a rotelle, accompagnato dalla moglie Mina con una delegazione dei radicali italiani composta da Marco Pannella (d), Emma Bonino (s) e Daniele Capezzone

Poter decidere quando terminare “con dignità” la propria vita devastata da una malattia irreversibile e sofferenze insostenibili. Il primo a porre questa richiesta, chiamando in causa le istituzioni, è stato proprio Piergiorgio Welby, attivista e co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni colpito da distrofia muscolare. Quindici anni fa, il 20 dicembre 2006, Welby chiese al medico Mario Riccio di staccare il respiratore che lo teneva in vita. Dopo di lui, tanti sono stati i casi che hanno scosso le coscienze ma per arrivare all’approdo in Parlamento di una normativa che regolamentasse il suicidio assistito si è dovuto attendere sino alla scorsa settimana.

La legge, tuttavia, resta per ora al palo. Dopo aver scritto all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano una lettera in cui chiedeva l’ eutanasia, nel 2006 Welby vide rifiutata la sua richiesta dal tribunale di Roma che la respinse dichiarandola “inammissibile“ a causa del vuoto legislativo su questa materia. Pochi giorni dopo, chiese a Riccio – che venne poi assolto dall’accusa di omicidio del consenziente – di porre fine al suo calvario staccando il respiratore sotto sedazione. Dopo di lui, un filo rosso ha legato tanti volti alla battaglia per la ‘fine dignitosà, da Giovanni Nuvoli a Eluana Englaro e dj Fabo (Fabiano Antoniani), morto in Svizzera nel 2017 nella struttura dove si era recato accompagnato da Marco Cappato dell’Associazione Coscioni per ottenere il suicidio assistito.

L’ultimo caso

L’ultimo caso è quello di Mario, tetraplegico, il primo malato ad aver ottenuto il via libera legale al suicidio medicalmente assistito in Italia, secondo l’iter stabilito dalla sentenza Cappato/Antoniani della Corte costituzionale, ma che oggi ha denunciato l’Azienda sanitaria unica delle Marche e il Comitato Etico della Regione Marche per il reato di ‘tortura’ a seguito del ritardo nelle necessarie verifiche sul farmaco letale da utilizzare e le relative modalità di somministrazione. Sullo sfondo, dopo anni di lotte e sentenze di tribunali, il Testo unico sul suicidio medicalmente assistito, di cui l’Aula della Camera ha concluso la discussione generale lo scorso 13 dicembre. Ma i tempi non paiono brevi: perchè l’Assemblea di Montecitorio si esprima sulle norme, considerate troppo poco dall’Associazione Coscioni, al centro di un acceso dibattito con forti distinguo tra le forze politiche, bisognerà probabilmente attendere almeno fino a dopo l’elezione del Capo dello Stato.

In una combo: Piergiorgio Welby, Giovanni Nuvoli, Eluana Englaro, Mario Fanelli, Walter Piludu, dj Fabo (Fabiano Antoniani) e Patrizia Cocco

In attesa di una norma nazionale, sono stati fatti passi avanti negli anni, interviene la segretaria dell’Associazione Coscioni Filomena Gallo, ma non è abbastanza. “Siamo arrivati nel 2017 ad una legge sul Testamento biologico, che rende lecito il distacco dei trattamenti in corso previa sedazione palliativa profonda e alla disobbedienza civile di Cappato nel caso Dj Fabo – spiega – con un intervento nel 2019 della Corte Costituzionale che ha valore di legge e che rende non punibile l’aiuto al suicidio se la persona che ne fa richiesta ha determinate condizioni verificate dal Ssn, ovvero ha malattia irreversibile fonte di sofferenza fisica o psichica, è dipendente da trattamenti di sostegno vitale e ha piena capacità di autodeterminarsi“. Solo nel 2021 il Parlamento, sottolinea Gallo, “inizia timidamente a parlare di suicidio assistito, ma ad oggi c’è stata una sola seduta con un rinvio senza data“. Il Testo unico però, secondo Gallo, già presenta elementi di “forte criticità ed è un passo indietro rispetto alla sentenza della Corte, perché non stabilisce tempi certi di risposta per il malato e vengono aggiunti ulteriori requisiti che creano discriminazione tra gli stessi malati in base alla gravità della patologia“.

La legge

La legge, chiarisce inoltre, “si riferisce al suicidio assistito, che prevede l’autosomministrazione del farmaco letale da parte del malato stesso, ed è cosa diversa dall’ eutanasia che prevede invece la somministrazione del farmaco da parte di un terzo in modo attivo“. Se la legge è quindi un “tentativo per bloccare il referendum sull’eutanasia, allora – afferma la rispediamo al mittente. Quanto al referendum, siamo in attesa dell’udienza di ammissibilità dinanzi alla Consulta e poi, finalmente gli italiani potranno essere chiamati alle urne per decidere“.