Eva Dal Canto risponde a Grillo e lancia la campagna #ilgiornodopo. “Non ha difeso il figlio ma la violenza”

Eva Dal Canto, 29 anni, lancia la campagna #ilgiornodopo, come reazione al video in cui Beppe Grillo cerca di scagionare il figlio Ciro indagato per stupro: "Grillo non difende il figlio, difende la violenza contro le donne". Eva fu vittima 12 anni fa di violenze, ma solo dopo molto tempo è riuscita a parlarne

Il giorno dopo. Un tempo figurato che, a dispetto dell’apparenza, può rappresentare un’ora, una settimana, un mese, anni. O anche mai. Per le vittime di violenza sessuale, quel “giorno dopo” significa tante cose.
Ecco perché Eva Dal Canto, ragazza di 29 anni che oggi abita a Manchester, non ha pensato due volte a rispondere al video-sfogo
di Beppe Grillo in difesa del figlio Ciro, indagato insieme ad altri 3 ragazzi per violenza sessuale di gruppo nei confronti di una coetanea. Dodici anni fa, Eva fu abusata sessualmente e solo dopo molto tempo ha riconosciuto quel fatto come violenza. Sul suo profilo Instagram posta una foto con la quale lancia l’hashtag #ilgiornodopo, per sensibilizzare e far capire che non sempre si è immediatamente consapevoli di aver subito uno stupro. Aderendo alla sua campagna, anche noi vogliamo fare Luce! sulla sua vicenda e sul forte messaggio lanciato da Eva.

 

Cos’hai provato vedendo il video di Beppe Grillo?
“Mi sono subito arrivati molti messaggi dalle amiche, anch’esse sopravvissute a stupri, che hanno condiviso il mio filmato e le loro impressioni. Mi sono sentita indignata, ho provato rabbia e disgusto. È stata un’esternazione molto volgare e violenta, eccessiva. Questo fa parte di una strategia comunicativa propria di Beppe Grillo, che ha sempre utilizzato toni molto forti e scorretti nei confronti di personalità femminili anche molto importanti. Quindi non mi sorprende che abbia usato quelle parole, non mi sorprende che abbia detto ciò che ha detto. Non voglio entrare più di tanto nel merito della vicenda perché è in atto un’indagine da parte della magistratura, alla quale spetta chiarire la questione”.

Che messaggio ha voluto lanciare e cosa invece è emerso, secondo te?
“Il signor Grillo ha detto di aver voluto difendere il figlio ‘da padre’. Però ciò che ha fatto è stato difendere lo stupro, non il figlio. Se avesse voluto difendere il ragazzo avrebbe detto altre cose e utilizzato altri toni. In questo modo ha colpevolizzato la persona che ha denunciato la violenza sessuale e, credetemi, ci vuole coraggio da leoni per farlo. Poche donne ce l’hanno, io non ho avuto questo coraggio. Ha insultato questa ragazza con motivazioni assolutamente assurde, irragionevoli. Quello che si fa dopo uno stupro, nei giorni successivi, non va ad invalidare ciò che è accaduto o rende il gesto meno grave”.

Quindi non è una reazione da padre che difende un figlio?
“No, assolutamente. In passato mi sono ritrovata in situazione in cui persone che mi erano molto amiche sono state denunciate per violenza o per abusi. Io sono sempre dalla parte delle vittime, delle persone che sopravvivono. Se vuoi supportare la persona perché pensi che sia innocente o perché è un membro della tua famiglia tu dici ‘Io sono dalla parte di chi denuncia, ma su questa vicenda farà chiarezza la magistratura’. Questa è la miglior difesa. Se screditi chi ha denunciato perché poi è andata al mare o perché ha continuato la sua vita, invalidi il tuo discorso e il senso della difesa. Se vuoi difendere difendi la persona, non l’azione”.

Tu sai che vuol dire subire una violenza sessuale. Puoi dirci cosa ha significa oggi e cosa speri che cambi in futuro?
“Spero che le generazioni future abbiano una consapevolezza maggiore di cosa sia il consenso. Ma il consenso entusiasta, non quello ottenuto con la coercizione. Spero ci sia una cultura del sé, che spinga le persone a riconoscere cosa vogliono e cosa è legittimo venga loro fatto. Ai miei tempi, 12 anni fa, questa consapevolezza non c’era. Oltre a me, avevo amici e amiche che vivevano in relazioni tossiche. Per noi era una cosa normale. Non c’era la sensibilità necessaria per capire che certe cose non le volevamo”.

Cosa diresti alla ragazza che ha denunciato Ciro Grillo e gli altri?
“Ti credo. Non è stata colpa tua. Poi c’è un dopo, c’è quello che io ho chiamato ‘il giorno dopo’ “.

La tua campagna #ilgiornodopo è appena nata e sta già avendo successo. Quale messaggio vuoi lanciare?
“Vorrei che diventasse un luogo virtuale di incontro, dove sopravvissute e sopravvissuti possano costruire insieme un cammino di rinascita e di riappropriazione della felicità che ci è stata negata”.

I social possono essere uno strumento di sensibilizzazione su certi temi?
“È necessario usare i social per questo scopo. Sono sempre stati concepiti per quello e, ora più che mai, sono uno strumento per empatizzare con altre persone. Siamo attratti dai post delle celebrità per cui noi gioiamo, ma altre invece utilizzano queste piattaforme per parlare del loro dolore o di vicende traumatiche. Tramite le loro parole c’è come un esorcismo collettivo, per cui persone comuni che hanno vissuto le stesse esperienze, in piccolo, si sentono chiamate in causa e si sentono liberate come se avessero parlato loro. In queste ore mi, sono arrivati tanti messaggi da altre vittime di violenza che non hanno mai parlato, per scelta. Io rispetto questa loro scelta e le sostengo. Alcune mi hanno detto ‘o non voglio o non posso parlare ma leggere che tu l’hai detto mi ha liberato’. È necessario condividere e avere tutti una rete di supporto e di solidarietà”.

Il giorno dopo può essere anche un mese o un anno dopo?
“Certo. Il giorno dopo è un concetto variabile, può essere anche un’ora dopo. Può essere un arco temporale che va dall’immediato dopo della violenza a poi tutto il percorso di rinascita”.

Quanto tempo serve a metabolizzare un abuso?
“Io mi sono resa conto di non volere quello che mi era successo molto tempo dopo, elaborando la vicenda in terapia. Lì ho capito che stavo molto male, la situazione in cui mi trovavo mi stava avvelenando e portando alla morte. A volte serve del tempo per metabolizzare il fatto di aver subito una violenza, perché può capitare a tutti e da parte di tutti”.

La violenza sulle donne riguarda tutti?
“Il problema della violenza sulle persone che s’identificano come donne o nascono biologicamente femmine è trasversale, non conosce distinzioni di classe, religione, ceto o etnia. È un problema diffuso, ma statisticamente ci sono fasce della popolazione che sono più colpite. Questo non significa che è un problema limitato a quelle”.

Serve una risposta politica o il cambiamento deve partire dalla società?
“Il cambiamento deve partire dalla società, perché rappresenta la base che sceglie poi la classe politica, che la vota e la supporta. E fornisce la cassa di risonanza ai politici per capire che tipo di impatto hanno sull’elettorato. Per questo mi preoccupa il messaggio di Grillo e lo scalpore che ha destato. Serve un cambiamento a 360 gradi”.

Quanto è importante che anche gli uomini parlino di questi temi e condannino la violenza?
“Molto, molto, molto importante. Quando si parla di femminismo gli uomini non si sentono chiamati in causa. Ma il femminismo è un movimento che abbraccia uomini e donne all’interno di un percorso per l’uguaglianza contro gli abusi e contro le sopraffazioni di un genere sull’altro. La cultura patriarcale è quella che poi porta molti uomini, anch’essi vittime di abusi, a non denunciare, perché vengono ridicolizzati. C’è bisogno di una presa di coscienza da parte di uomini, donne e persone non binarie”.

Nel nostro canale parliamo di inclusione della diversità e di coesione sociale. Cosa rappresenta per te la parola Luce?
“Per me è la possibilità. Quando penso al termine luce mi immagino un’alba, penso alla giornata che inizia, carica di promesse, possibilità e di nuovi cammini”.