“Falsi fidanzamenti e riti woodoo per spedirle in strada, figli per schiavizzarle di più. E appena una si affranca un’altra è pronta al suo posto”

Albanesi e rumene costrette con false storie d'amore. Nigeriane con la paura di una potente superstizione: tutte intraprendono una via senza ritorno. Il racconto di Miriam Longhi di Lule, l'associazione che "salva" le ragazze dal loro destino in strada, nelle case, nei locali. "I clienti possono aiutarle prendendo coscienza delle responsabilità che hanno nell'alimentare il sistema"

Ombra di donna che si prostituisce: da un progetto fotografico di Ri-Scatti Onlus e Pac Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano”

La storia ci racconta di donne usate come bottino di guerra, violentate e uccise, costrette a portare in grembo i figli del nemico. L’attualità ci parla di donne e ragazze sottoposte a ogni sorta di abuso e violenza in Libia, di ragazzine costrette a matrimoni forzati, uccise se osano ribellarsi. Storie dell’orrore che suscitano giustamente la nostra indignazione.
Ma c’è uno “scandalo al sole” che va in scena ogni giorno e ogni notte nella nostra “civile” Italia, nell’indifferenza della stragrande maggioranza delle
persone e con la complicità di un numero impressionante di uomini. È la prostituzione forzata, la tratta delle donne. Se ne parla solo, periodicamente, quando si riaccende per qualche motivo il dibattito sulle case chiuse. O quando, in una minuscola percentuale di casi, viene sgominata un’organizzazione. C’è però chi si impegna tutti i giorni per aiutare le migliaia di donne in condizioni di schiavitù. Tra le onlus più attive in Lombardia c’è Lule.
Della tratta parliamo con l’educatrice professionale Miriam Longhi, coordinatrice dei servizi di emersione per Lule.

Chi sono le vittime della tratta in Italia?

“Le maggior parte delle persone incontrate è di origine romena, albanese, nigeriana e sud americana. Per ciascuna di tali nazionalità i sistemi di reclutamento e sfruttamento sono diversi, così come cambia
l’identikit dell’organizzazione che le schiavizza”.

Anni fa si diceva che quasi tutte le ragazze vengono attirate in Italia con la promessa di un “lavoro onesto” e poi costrette con la violenza alla strada. È ancora così?

“Soprattutto per le albanesi e le romene (non rom) il sistema è diventato più ‘sofisticato’ se così si può dire. L’inganno e la violenza fisica esistono ancora, ma quasi sempre prevale una forma di violenza psicologica. Funziona così: la ragazza di 18 o 20 anni, che vive in provincia, si arrabatta per portare
qualche soldo a casa, in una situazione economica molto simile a quella italiana degli anni ’50. Magari lavora in un bar o in un negozio. Un giovane avventore inizia a corteggiare la ragazza, la invita a uscire, la riempie di attenzioni e complimenti, si finge innamorato. I due si fidanzano in casa. Poi lui la convince ad andare a vivere in una città più grande, dove potrà guadagnare di più e assicurare un futuro migliore a lei e ai figli che verranno. Anche nella città più grande però il lavoro atteso non arriva (o almeno così dice lui) e il ‘fidanzato’ insiste per trasferirsi in Italia”.

E a quel punto scatta la violenza…

“Non ancora quella fisica. In Italia va in scena l’atto secondo della commedia. L’uomo torna a notte fonda con l’aria stravolta, piangendo dice che non riesce a trovare lavoro, che l’unica possibilità è spacciare, che finirà in galera. La ragazza viene avvicinata da un’altra donna, fidanzata magari di un parente del suo compagno. È lei che la lavora ai fianchi per convincerla ad accettare di prostituirsi, ‘solo per qualche tempo, fino a quando lui non troverà qualcosa…’ La ragazza magari fa un po’ di resistenza, ma poi quasi
sempre cede. E a quel punto lui ha un mezzo potentissimo per ricattarla: minaccia di rivelare la sua vera occupazione alla famiglia rimasta nel Paese d’origine, coprendola per sempre di vergogna e togliendole ogni possibilità di sottrarsi tornando a casa. In qualche caso la minaccia è più diretta: fare del male ai familiari. L’organizzazione infatti ha mille tentacoli. Modalità simili si riscontrano per le ragazze romene”.

Immagine tratta da un progetto fotografico di Ri-Scatti Onlus e Pac Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano”

E nel caso delle nigeriane qual è il meccanismo?

“Quasi sempre le ragazze versano in gravi difficoltà economiche perché fanno parte di famiglie numerose, a volte orfane di padre o di madre. La ragazza viene avvicinata da una donna più anziana che le propone un vero e proprio contratto: le spese del trasferimento in Europa saranno anticipate dalla maman – la cifra può arrivare a 30mila euro – e la ragazza si impegna a restituirla coinvolgendo anche i suoi familiari (che fanno da garanti) nel corso di una cerimonia che spesso comprende riti woodoo. Entrare nel giro è molto facile, difficilissimo uscirne. In questo caso la violenza psicologica è esercitata proprio a partire dalla potentissima superstizione che è parte integrante della cultura locale: le ragazze credono che ribellarsi possa scatenare non solo la vendetta dell’organizzazione ma anche quella degli spiriti woodoo su se stesse o sui propri familiari”.

Stiamo parlando solo di prostituzione di strada? Le donne che “ricevono” in casa hanno un altro identikit?

“Nella stragrande maggioranza dei casi no. La stessa organizzazione gestisce sia la prostituzione di strada che quella in casa che quella nei locali. Addirittura le stesse ragazze vengono ‘fatte ruotare‘ nei vari contesti o nelle zone, anche per evitare che si ‘ambientino’ troppo. L’isolamento è uno degli strumenti che l’organizzazione mette in atto per mantenere la persona all’interno della rete di sfruttamento. Meno contatti con l’esterno si hanno, più si resta vincolati alle informazioni fornite dagli sfruttatori che, di
conseguenza, mettono in atto un’asimmetria informativa: spesso le donne non hanno tutte le informazioni necessarie per essere autonome e integrarsi. Nei luoghi al chiuso è elevata anche la presenza di persone di origine sudamericana e cinese”.

Sono cambiate le cose negli ultimi 18 mesi?

“Il mercato del sesso in genere non conosce crisi, però naturalmente il lockdown completo della primavera 2020 ha costretto le vittime di tratta all’inattività e le ha ridotte alla fame: molte non avevano neanche i soldi per comprare da mangiare o pagare le bollette”.

Capita che le ragazze rimangano incinte?

“Sì, tante non sanno nulla di ‘come nascono i bambini’. Pensano che basti lavarsi o stare in piedi dopo il rapporto per evitare gravidanze indesiderate. Poi, quando scoprono di essere in attesa, sono spesso lacerate dai dubbi: si rendono conto di non essere in condizione di crescere un bambino, ma la loro cultura vive i figli come un dono che non va rifiutato”.

Foto da un progetto fotografico di Ri-Scatti Onlus e Pac Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano”

La gravidanza non crea problemi agli “affari”?

“In realtà le donne incinte sono le più cercate dai clienti (insieme a quelle più giovani, che però dichiarano sempre 18 anni). Quando arriva l’epoca del parto, la ragazza viene mandata a partorire in patria e dopo un paio di mesi torna sulla strada. Il figlio sarà cresciuto dalla famiglia d’origine e diventerà la vera ragione di vita della madre, il motivo per lavorare ancora di più in modo da mandare soldi a casa. Magari si tolgono il pane di bocca per comprare al figlio l’ultimo modello di smartphone. Il sogno è quello di poter un giorno ricongiungersi con quel bambino tanto amato quanto sconosciuto. Una relazione a senso unico dove non c’è spazio per la sincerità. Il figlio o la figlia non dovranno mai sapere che vita e che mestiere fa quella madre”.

Ma uscire dal giro, per quanto difficile, non è impossibile, non è vero?

“No, non è impossibile, ma è un processo lungo e complesso. Proprio perché prima ancora che con la violenza fisica queste persone sono vittime di violenza psicologica. Loro stesse, a volte, sono convinte di non meritare niente di diverso e di non essere in grado di sostenere una vita differente. Aiutarle a cambiare opinione è, insieme all’assistenza sanitaria e ‘pratica’, il principale obiettivo di Lule”.

Denunciano i loro sfruttatori?

“Qualche volta sì, spesso no. Quando sono pronte le aiutiamo a “sparire”, accogliendole nelle case a indirizzo segreto”.

E i protettori le lasciano andare?

“In genere sì, perché in caso contrario il rischio di essere denunciati e di finire nei guai diventa molto alto. Conviene mollare il colpo e reclutare qualche altra ragazza. La crisi economica lo rende sempre più facile”.

Foto da un progetto fotografico di Ri-Scatti Onlus e Pac Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano”

Che cosa servirebbe per cambiare questa terribile realtà?

“Quello che noi di Lule cerchiamo di fare, accanto all’assistenza alle vittime della tratta, è sensibilizzare sulle condizioni reali di queste persone. Un terzo degli italiani di sesso maschile ammette di avere ‘comprato sesso’ almeno una volta nella sua vita. Non sono mostri, ma persone comuni, che non si
interrogano sui retroscena: questo corpo è in vendita, non è affar mio come ci è arrivato. Io pago e quindi ho diritto a usarlo. Un po’ come chi compra droga: non vuole sapere da dove arriva quella sostanza o a chi finiranno i suoi soldi. Nel primo caso però è molto peggio, perché in vendita non ci sono sostanze ma persone. Ci vuole un enorme lavoro culturale per rendere i potenziali clienti consapevoli della loro responsabilità nell’alimentare questo sistema”.