Famiglie che vendono i figli per pagare i debiti: la crisi umanitaria nell’Afghanistan dei talebani

I finanziamenti internazionali sono ancora congelati, a causa dell'intransigenza dei talebani a trattare sulla politica di governo. Migliaia di bambini rischiano un destino di schiavitù o di guerra, assoldati come combattenti dallo Stato Islamico

Costrette a vendere i propri figli ai creditori per saldare i debiti. Per le famiglie afghane alla crisi innescata dal ritorno dei talebani al potere, lo scorso 14 agosto, non sembra esserci fine. La povertà nel Paese non ha fatto che aggravarsi sfociando in una crisi umanitaria senza precedenti. Che, di giorno in giorno, peggiora e spinge gli afghani a fare qualunque cosa per sopravvivere. Anche perché, a tre mesi di distanza dalla riconquista di Kabul da parte degli studenti coranici, secondo il World Food Programme delle Nazioni Unite il 95% dei cittadini non ha abbastanza da mangiare. Manca il cibo, spesso manca il lavoro e perfino un tetto, perché la casa è stata distrutta durante i combattimenti. Così le famiglie sono costrette a chiedere prestiti per sopravvivere, pur sapendo di non poterli ripagare.

È il caso di Saleha, come riporta Fanpage, che lavorava in una fattoria con il marito prima dell’arrivo dei talebani nella provincia di Badghis. Poi, a causa della guerriglia nella zona, entrambi hanno perso il lavoro due anni e sono stati costretti a chiedere soldi in prestito per sfamare i loro figli. Un debito che pende sulle loro teste come una spada di Damocle perché saranno proprio questi a farne le spese se i genitori non dovessero trovare i soldi. In particolare la loro figlia più piccola, Najiba, di 6 anni, che potrebbe essere costretta a sposare uno dei suoi tre figli del loro creditore quando raggiungerà la pubertà. Nella stessa situazione si trovano oggi moltissimi bambini e bambine, che vedono prospettarsi davanti a loro un destino di schiavitù. O, ancora peggio se possibile, di guerra, perché reclutati come soldati dai terroristi dell’Isis, attualmente unici rivali per i talebani.

I talebani al governo si sono detti più volte pronti ad accogliere gli aiuti umanitari internazionali per il Paese. Ma la loro intransigenza governativa è un ostacolo che appare insormontabile. La crisi umanitaria, infatti, ha acceso un importante dibattito all’interno della comunità internazionale: servono aiuti concreti e allo stesso tempo è necessario intervenire a livello istituzionale perché si riescano a garantire maggiori diritti alle donne, alle minoranze e ai bambini. Il problema maggiore è che gli aiuti umanitari devono restare incondizionati per permettere ai civili afghani di sopravvivere: congelare o mettere temporaneamente in pausa i finanziamenti salvavita perché non si trovano accordi sulla tutela dei diritti sarebbe “assolutamente sbagliato”, secondo il segretario generale del Norwegian Refugee Council, Jan Egeland. Ma la situazione è drammatica e ogni giorno di stallo la rende ancora peggiore: solo il 17% degli ospedali è ancora funzionante, visto che la sanità dipendeva per la maggior parte dai fondi esteri, e secondo Richard Brennan, direttore regionale dell’emergenza per l’Oms, il 64% delle strutture ha esaurito i farmaci essenziali. Per non parlare degli stipendi di medici, infermieri e personale sanitario, che, proprio come il resto dei cittadini, ora stenta a tirare avanti, oltre che a svolgere il proprio lavoro.