Fanno il bucato, si prendono cura dei figli e lavorano: Shecession, cronache dalle equilibriste della pandemia

Le faccende domestiche e la cura dei figli è ancora Questione da mamme, da donne e durante l'emergenza ancora di più. Per l'Ocse nel 2020 in Italia le mamme lavoravano ogni giorno tra casa e famiglia tre ore in più rispetto ai loro partner. Ma il congedo di paternità è stato accantonato dal governo Draghi. "Avevo paura e mi sentivo inadeguata": le storie di Marzia e Miriana

Da “More Sylvia” della vignettista Nicole Hollander, 1982

Far fare i compiti, preparare lo zaino, fare il bucato, cambiare le lenzuola, dare l’aspirapolvere, stirare, pulire, leggere le favole della buonanotte eccetera eccettera è ancora una questione da Donne, più spesso da Mamme. A confermarlo i dati sul lavoro (non retribuito) domestico e di assistenza che in Italia, in numeri Ocse al gennaio 2020, si traduce in 3 ore di differenza per la cura di casa e della famiglia. Le ore che per le donne sono cinque, per gli uomini sono infatti due al dì. Ultima in Europa, l’Italia “è il paese europeo dove c’è lo squilibrio maggiore di carico di lavoro domestico sulle spalle delle donne. Aumentato durante la clausura: quando gli uomini erano a casa”, come ha dichiarato alla serata Un anno di Luce! il presidente di Ipsos, Nando Pagnoncelli.

Donne e uomini: tre ore di differenza al giorno nella cura di casa e famiglia

Casalinga anni 50, credit: Pinterest

Casalinga anni 50, credit: Pinterest

Durante la pandemia il lavoro di cura non solo è rimasto appannaggio femminile, ma è anche aumentato. Definita in Inghilterra non a caso “Shecession” (she+recession), la crisi sanitaria ha chiuso le scuole, gli asili nido, ha inaugurato la dad e le mamme in tanti casi hanno raccontato di essere state letteralmente sommerse. Un sondaggio online tedesco (Möhring et al.) ci dice che nel mezzo della crisi pandemica, in circa il 50% di tutte le famiglie con bambini era solo la mamma a prendersi cura dei figli. Mentre dal Regno Unito, altri sondaggi parlano addirittura di un aumento delle disparità nella gestione del lavoro domestico e nella cura dei figli.

Congedo di paternità: la proposta di portarlo a 3 mesi cade nel vuoto

Giuditta Pini deputata Pd

Giuditta Pini deputata Pd

Su questo scenario, però, la politica italiana dopo aver parlato, torna indietro. Il congedo di paternità, inserito dalla ministra alle Pari Opportunità Laura Bonetti nel Family Act, è stato infatti accantonato. E davanti alla legge le donne sono rimaste le uniche ad avere l’obbligo di rimanere a casa con i figli nei primi mesi di vita e la stessa responsabilità – anche in questo caso – non è stata riconosciuta ai padri. “Portare il congedo per i papà a 90 giorni sarebbe costato 1 miliardo e mezzo“, denuncia sui social la deputata del Pd Pd Giuditta Pini, madrina della proposta caduta nel vuoto. “Un miliardo e mezzo: difficile, ma non impossibile visto che si trattava di ristabilire un principio di equità sociale. Durante la discussione sul Family Act ero riuscita a impegnare il Governo a portare gradualmente il congedo di paternità a 90 giorni”. Forti, scrive Pini su Instagram, “di una grande spinta da parte dell’opinione pubblica e delle persone più giovani, il tema era arrivato anche ai pieni più alti della politica e la Ministra per le pari opportunità Elena Bonetti, durante il G20, disse che stava lavorando insieme al Parlamento per portare il congedo a 3 mesi”. Ma, continua Pini: Dopo che si è guadagnata un po’ di titoli di giornali , tutto è stato cancellato. Del resto – conclude – potevamo aspettarcelo dato che il Governo non aveva stanziato i fondi necessari (nella Legge di Bilancio ndr) ed ecco che il congedo di paternità in Italia non è aumentato di un solo giorno”.

Le mamme al tempo del Covid? Delle equilibriste tra lavoro, dad e bucato

Marzia che oltre al suo lavoro, si è occupata di seguire i figli con i compiti, la dad, fare le pulizie e dei momenti ricreativi

“La difficoltà maggiore è stato trasmettere ai miei figli che la mamma era a casa ed era disponibile se avessero avuto bisogno, ma che andava rispettato il suo spazio lavorativo, perché restavo comunque la dipendente di un’azienda”. Questa è una delle voci raccolte da Save the children che a maggio 2021 è entrata nelle case degli italiani per raccontarle: quella di una mamma, Marzia di Roma, che confessa: “Non mi sentivo adeguata a seguire le attività dei bambini contemporaneamente alla mia attività lavorativa a cui non volevo rinunciare perché il mio lavoro mi piace, ho fatto tanti sacrifici per averlo, per essere autonoma e indipendente. Quindi se da una parte non volevo rinunciare a quella, dall’altra non potevo esimermi dall’accompagnare i miei figli in un momento anche così difficile”.

Miriana, che ha affrontato la gravidanza durante l’emergenza e che spera di trovare presto un lavoro

E quella di una ragazza madre, Miriana di Bari, che si è trovata da sola a portare a termine la gravidanza durante l’emergenza, senza nemmeno avere la possibilità “di accedere ai consultori, perché erano chiusi”. “Appena il bimbo potrà andare all’asilo io spero di trovare un impiego e di andare a lavorare, non solo per lui ma anche per il mio futuro, per tornare a essere indipendente”. Due voci che, insieme a un coro di altre mamme, denunciano il bisogno di avere più sostegno da parte della scuola e delle amministrazioni. Come raccontato dal VI rapporto “Le Equilibriste: la maternità in Italia 2021  di Save the children lo “shock organizzativo familiare” causato dal lockdown ha toccato in maniera impari il Nord e il Sud del Paese, spaccandolo.

L’indice delle Madri spacca in due il Paese

Indice delle madri 2020, Save the Children - Istat

Indice delle madri 2020, Save the Children – Istat

Anche quest’anno, nell‘Indice delle Madri che identifica le Regioni che si impegnano, di più o di meno, a sostenere la maternità in Italia, ci dice che sono le regioni del Nord ad essere più mother friendly. Elaborato dall’Istat per la ong, l’indice valuta attraverso 11 indicatori la condizione delle madri in tre diverse aree: quella della cura, del lavoro e dei servizi. Al Nord si registrano dati ben oltre la media nazionale, rispetto a quelle del Sud, dove tutti e tre gli indicatori si posizionano al di sotto di tale media. Nell’indice generale, le regioni più virtuose risultano nuovamente le Province Autonome di Bolzano e Trento seguite da Valle d’Aosta (era al 4° posto) ed Emilia-Romagna (che perde una posizione). Fanalino di coda Campania (era penultima), Calabria (era al 19° posto) e Sicilia (che ha perso l’ultima posizione), precedute dalla Basilicata (occupava il 17° posto). Per le regioni del Mezzogiorno l’indice mostra sempre valori sotto 93, anche se il trend sembra in lieve miglioramento. Anche nell’area della cura i primi due posti sono occupati dalle Province Autonome di Bolzano e Trento (era quarta) mentre la terza posizione è della Lombardia (che perde una posizione rispetto all’anno scorso).