Femminicidi e risposte della politica. Le donne parlamentari a ‘Luce!’: “Applicare con più efficacia le leggi esistenti e via all’eurocrimine”

83 vittime in anno, 7 negli ultimi dieci giorni

La tabella di marcia è impressionante, lugubre, spaventosa. Sette donne uccise negli ultimi dieci giorni (sei di loro appaiono nella nostra copertina)  sono i drammatici dati di un 2021 che conta, fino a oggi, ben 83 femminicidi, quasi tutti avvenuti in ambito familiare. Il report del Viminale, che il 12 settembre scorso contava 81 vittime si aggiorna nelle ultime ore con altri due omicidi.

Dei 199 delitti commessi da gennaio ad oggi, 83 sono donne e oltre la metà sono state uccise dal partner o da un ex partner. Con gli ultimi due, efferati, delitti (nel bresciano e nel vicentino), il numero dei femminicidi in Italia da gennaio si appresta a raggiungere quello dello stesso peridio del 2020 quando si erano registrate 84 vittime e 116 in tutto il 2020. Il fenomeno della violenza di genere è, ormai, una tragica emergenza sociale.

 

In alto da sinistra e in basso da sinistra, collage  fotografico dell’Ansa di Chiara Ugolini, Ada Rotini, Joelle Maria Demontis e Rita Amenze, Giuseppina Di Luca, Sonia Lattari, le sei donne vittime di femminicidio nella prima metà di settembre. Purtroppo nele ultime ore  si è aggiunto un altro caso.

 

 

In Europa le cose vanno meglio? No, per nulla.

 

Mentre il contesto nazionale esprime questo tragico scenario, le cose, dentro la Ue, non vanno affatto meglio. L’emergenza femminicidi non è, purtroppo, un triste ‘primato’ solo italiano, anzi.

Nel 2019 in Europa sono state uccise 1.421 donne, una media di quattro al giorno, una ogni sei ore: 285 in Francia, 276 in Germania, 126 in Spagna e 111 nel nostro Paese. Ma la prospettiva cambia coi casi rapportati al numero di abitanti: le donne vittime di omicidi volontari sono 4,06 ogni 100 mila abitanti in Lettonia, che ha il triste primato, 2,23 a Cipro, 1,59 in Montenegro, etc.

 

Gli ultimi dati ufficiali contenuti nei database di Eurostat, aggiornati a due anni fa, confermano il trend da anni: i tassi di omicidi femminili più elevati si registrano nei Paesi dell’Europa orientale e in quelli dell’Europa meridionale.

 

 

Bebe Vio e Ursula Von der Leyen

Von der Leyen: “Presto norme anti-abusi”

 

 

Non a caso, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, l’altro ieri ha affrontato il tema nel suo discorso sullo “Stato dell’Unione” tenuto davanti al Parlamento Ue: “Entro la fine dell’anno proporremo una norma per contrastare la violenza sulle donne. Si tratta della dignità di tutte e anche di giustizia. Questo corrisponde all’anima dell’Europa”, ha detto, con accanto la campionessa paralimpica Bebe Vio (leggi l’articolo di Luce!), esempio di una donna tenace e resistente.

 

Immediate le reazioni politiche, anche in Italia. “Le parole della Von der Leyen sono importantissime e indicano con chiarezza la strada: prevenire la violenza contro le donne e tutelarle è questione prioritaria e non più rimandabile. L’Italia è pronta a sostenere questo impegno in Europa”, dice la ministra per le Pari opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti (Iv).

 

Valeria Valente, senatrice Pd

La senatrice del Pd, Valeria Valente, presidente della Commissione di inchiesta del Senato sul femminicidio e la violenza di genere, ricorda che “il Parlamento europeo voterà la richiesta di modificare l’articolo 83 del trattato Ue per inserire i reati di violenza contro le donne tra gli eurocrimini. Speriamo possa avvenire presto. L’indirizzo e il sostegno dell’Unione europea è fondamentale per sradicare la violenza e il femminicidio in tutti i paesi Ue, Italia compresa”.

 

 

Le reazioni politiche

 

Lamorgese e Salvini

Salvini dà la colpa a Lamorgese

 

Ovviamente, c’è, però, chi la ‘butta’ in politica. Il leader della Lega, Matteo Salvini, prende spunto anche dal drammatico aumento dei femminicidi per attaccare il suo bersaglio preferito, la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese: “Mentre il ministro Lamorgese attaccava me sui giornali, ieri sera l’ennesimo finto profugo accoltellava 5 persone a Rimini. Tra cui un bambino. Basta. Rave party abusivi, femminicidi, baby gang, accoltellatori: se il ministro Lamorgese è in grado di fare bene il ministro lo dimostri, altrimenti si faccia da parte” dice in un video su Facebook.

 

 

Casellati: “Occhio al linguaggio”

 

La presidente del Senato, Elisabetta Casellati, invece, nota come “i femminicidi sono una vera e propria mattanza alla quale bisogna dire basta. Anche il linguaggio è importante. Faccio ancora una volta appello ai giornali, ai media, perché questi eventi drammatici avvengono spesso nel luogo in cui una donna si sente più tutelata, nella propria casa, ma non è accettabile dire che il movente fosse (sic) l’amore o la gelosia. Non c’è amore nel femminicidio, non c’è sentimento, c’è solo violenza. Parlare di ‘amore’ è giustificare”.

 

 

Carfagna: “Pericolo assuefazione”

 

Invece, per il ministro al Sud, Mara Carfagna (FI), da sempre sensibile al tema delle violenze sulle donne, “Quello che mi spaventa di più è lo spirito di assuefazione. Probabilmente se si trattasse di omicidi per rapine saremmo già pronti a gridare allo scandalo, eppure sui femminicidi è come se ci si abituasse”. Nonostante l’Italia abbia “buone leggi riconosciute anche a livello internazionale”, per la Carfagna “c’è un problema di applicazione ed è necessario “impegnarci per capire cosa non ha funzionato finora e serve prevenzione e formazione adeguata del personale di base delle forze dell’ordine”.

 

 

Ma le leggi ci sono: stalking e ‘codice rosso’

 

Inquirenti sul luogo dove il 13 settembre è stata uccisa Giuseppina Di Luca, 46 anni, ad Agnosine, in provincia di Brescia

Cosa fare, dunque, specie a livello legislativo? Molto, in realtà, in questi anni, è stato fatto. Esistono ben due buone leggi, infatti, pienamente operanti da anni, quella sullo stalking e quella sul ‘codice rosso’.

La prima, la n. 38 del 2009, ha introdotto per la prima volta questa fattispecie di reato e, nonostante sia relativamente recente, la sua applicazione risulta già, allo stato, enorme.

La seconda è contro le violenze domestiche ed è meglio nota come legge sul ‘codice rosso’ (Legge n. 69/2019): innova e modifica la disciplina penale e processuale della violenza domestica e di genere, corredandola di inasprimenti di sanzioni penale, con incisive disposizioni di diritto penale sostanziale e di ulteriori di indole processuale. Evidentemente, però, entrambe ancora non bastano.

 

 

Le parlamentari rispondono a “Luce!” 

 

“Luce!” ha chiesto un parere su cosa bisogna fare – di meglio e di più – a alcune parlamentari di diversi partiti politici impegnate, da decenni, e in prima fila, sul tema della violenza sulle donne. Parlano qui Lisa Noja (Iv), Valeria Fedeli (Pd), Laura Ravetto (Lega) e Wanda Ferro (FdI).

 

Valeria Fedeli, Partito Democratico

Fedeli (Pd): “Diventino eurocrimini” 

 

Secondo Valeria Fedeli, oggi vicepresidente del gruppo dem, ieri storica leader dei tessili in Cgil, “Nell’annunciare un’iniziativa a carattere legislativo per includere la violenza di genere tra gli eurocrimini, come mafia e terrorismo,  von der Leyen ha parlato di scelta di dignità e giustizia che ‘corrisponde all’anima dell’Europa’. Ritengo abbia davvero usato le parole più giuste, anche rispetto al principio fondamentale della Convenzione di Istanbul, già ratificata da 34 Stati tra cui l’Italia ma ancora molto poco applicata, che definisce la violenza contro le donne una violazione dei diritti umani fondamentali. Se l’anima dell’Europa sta nei principi e nei valori su cui è stata fondata, e quindi sul rispetto della vita, della libertà, della dignità, allora ogni donna uccisa, violentata, abusata rappresenta una violenza contro l’anima stessa dell’Europa”.

“I reati di violenza contro le donne – prosegue Fedeli – devono diventare eurocrimini“.

In Italia, solo nell’ultima settimana, otto vite spezzate da uomini storicamente e culturalmente portati a considerare le donne come una ‘proprietà’. Nella stragrande maggioranza dei casi violenze, abusi e femminicidi avvengono nella sfera familiare o comunque all’interno di una relazione tra uomo e donna. “La domanda – aggiunge la parlamentare dem – è perché tanti interventi legislativi anche molto utili – penso alla legge sullo stalking, al codice rosso e a tanti altri provvedimenti che abbiamo assunto in questi anni – non hanno ancora portato ai risultati sperati. Nel metodo serve un’azione coordinata, di sistema, a livello interministeriale, che assuma la lotta alla violenza come impegno comune e di prioritaria importanza”.

Già, ma come fare? “Vanno aumentati i fondi per i centri antiviolenza e serve garantirne la capillarità su tutto il territorio nazionale. Serve agire sulle procure e le realtà giudiziarie perché, come spiega la relazione della Commissione d’inchiesta sul femminicidio del Senato, tra le varie criticità c’è anche quella della scarsissima comunicazione tra civile e penale. In troppi pochi casi di separazioni, per esempio, il pm viene informato dal giudice civile nei casi di violenza e troppo raramente il pm si attiva, anche  se viene informato, per intervenire nella causa civile. Serve formazione e preparazione specifica di tutti gli operatori, avvocati, forze di polizia, personale sanitario ecc”.

“C’è poi l’aspetto mediatico del tipo di immagine che il sistema dei media, la rete, i social network trasmettono della donna spesso rappresentata in atteggiamenti e ruoli stereotipati. Infine, ma è il tema che io ritengo primario e fondamentale, c’è il discorso educativo. Stiamo investendo ancora troppo poco nei percorsi educativi a partire dai primi anni di scuola per educare bambini e ragazzi al rispetto e all’affettività – conclude Valeria Fedeli – Ma se non si parte da qui non si può cambiare il modello culturale che “giustifica” la violenza, questo è l’investimento decisivo”.

 

 

Lisa Noja (Italia Viva)

Lisa Noja (Iv): “Applicare meglio le leggi e reddito di libertà”

 

Lisa Noja, deputata di Italia Viva, nonché brillante avvocato civilista e amministrativista milanese, affetta da atrofia muscolare spinale, spiega che “L’Italia è un paese che, dal punto di vista della legislazione, negli ultimi anni ha fatto passi in avanti importanti, dotandosi di norme anche avanzate. Dopo la ratifica della Convenzione di Istanbul, è stata adottata la legge sul femminicidio e il cd ‘codice rosso’ fino all’approvazione recente dell’emendamento Annibali che ha introdotto, nella riforma Cartabia, l’arresto obbligatorio in flagranza in tutti i casi in cui c’è violazione degli ordini di allontanamento e divieto di avvicinamento. Aspetti molto positivi ma, con fatti di grave violenza sulle donne che si ripetono, è evidente che la norma penale non basta. Occorre anche una corretta applicazione delle disposizioni di legge, la conoscenza e l’utilizzo di strumenti di prevenzione e le competenze necessarie per saper leggere correttamente le storie di violenza e i pericoli che la donna corre in contesti violenti e misogini”, conclude la deputata di Italia Viva.

“È un problema culturale e di conoscenza del ciclo della violenza (fatto di ripensamenti e sentimenti altalenanti) che va studiato, approfondito, raccontato con le parole giuste, anche da parte dei magistrati. Perché alle donne che subiscono violenza interessa poco l’applicazione della pena come vendetta, quello di cui più hanno bisogno è sicurezza per sé e i propri figli, comprensione profonda del loro percorso di dolore e opportunità di ricostruirsi la vita. Siamo un Paese pieno di stereotipi e pregiudizi. Per questo credo che, accanto alla norma penale, vadano potenziati strumenti come il reddito di libertà che combatte una violenza subdola e terribile ossia quella economica. Perché non c’è solo la violenza fisica, ci sono tante altre forme di violenza, con quella economica si tengono sotto scacco le donne, creando loro degrado e isolamento che rende molto difficile denunciare gli episodi di violenza domestica. Questo ed altri strumenti di empowerment femminile sono la chiave per affrontare in modo strutturale il fenomeno della violenza di genere”.

 

 

Laura Ravetto (Lega)

Ravetto (Lega): “Dare la scorta alle donne”

 

Per la deputata Laura Ravetto, oggi responsabile della Lega per le Pari Opportunità, “la serie di omicidi efferati contro le donne rappresentano atti di barbarie contro donne che hanno chiesto di riprendersi la loro vita, la loro libertà. È un problema di sicurezza che va affrontato subito dal ministro agli Interni Luciana Lamorgese. Le donne che denunciano i torti subiti, le violenze domestiche o sul luogo di lavoro, hanno diritto a vario titolo a una scorta, a una protezione concreta contro un nemico sempre ben identificato, ben circostanziato nelle denunce. Chi denuncia i soprusi e le angherie che subisce ogni giorno deve sentirsi tutelata dallo Stato tanto quanto virologi o scrittori che ricevono lettere minatorie. Dei 199 delitti commessi da gennaio a oggi, 83 sono donne e oltre la metà sono state uccise dal partner o da un ex. Non esistono esseri umani di serie A e di serie B. Le donne pagano tributi altissimi di sangue per la loro libertà. Basta!”. “Inoltre – continua Ravetto – va aiutata la donna nel percorso economico. E’ assurdo che il 52% di donne italiane non lavori e che quando lavora guadagni a parità di ruolo il 14% in meno in busta paga. Vanno rese economicamente indipendenti per consentire a quelle che subiscono violenze familiari (perché spesso le violenze avvengono a opera del partner) di poter andare via di casa ed essere economicamente autonome dai loro aguzzini”.

 

 

Wanda Ferro, Fratelli d’Italia

Wanda Ferro (FdI): “Certezza della pena e niente attenuanti per gelosia”  

 

Dice, infine, Wanda Ferro, deputata e esponente calabrese di punta in Fratelli d’Italia che “Violenza contro le donne e femminicidi rappresentano un’emergenza sociale, aggravata dalla pandemia. Non solo nel periodo di lockdown, in cui la convivenza forzata è diventata una trappola mortale per molte donne, ma anche per la crisi economica, generata dal Covid, che ha colpito maggiormente l’occupazione femminile, ha reso più vulnerabili le donne, mettendole sempre più sotto scacco dei loro partner. Una strage silenziosa di migliaia di donne innocenti, che spesso avviene all’interno dell’intimità della famiglia, della casa, che dovrebbe essere il luogo della sicurezza e del riparo. Bisogna affrontare con determinazione il tema della violenza domestica con azioni coordinate di intervento che non possono limitarsi al solo aspetto repressivo, ma che necessitano di un impegno culturale che riguarda sia il tema della denuncia, che quello della prevenzione”.

“La sicurezza delle donne va garantita con ogni mezzo – aggiunge Ferro – soprattutto all’interno delle pareti domestiche, dove è difficile intervenire perché diventa indispensabile la collaborazione della vittima, frenata dalla paura o dalla sfiducia nelle istituzioni che dovrebbero tutelarla. Finora il problema è stato sottostimato, forse perché l’ambiente sociale familiare è un ambito ancora considerato privato e inviolabile: troppo spesso prevale una visione tradizionalista secondo cui ‘i panni sporchi si lavano in famiglia’, una concezione che persiste anche dall’ottica della vittima, che preferisce tacere la violenza. Purtroppo. viviamo in una società i cui retaggi culturali della prevaricazione dell’uomo sulla donna sono messi in discussione da un ruolo femminile sempre più indipendente. E’ necessaria un’azione culturale, ma anche interventi per la prevenzione e il contrasto alla violenza e il supporto alle vittime e ai loro figli, sostenendo i Centri Antiviolenza e le Case rifugio“.

“Non lasciare mai da sole le donne maltrattate perché dall’isolamento spesso proviene nuova violenza, dando sostegno ai figli minori, vittime della cosiddetta ‘violenza assistita’. Ma è necessario agire anche sul recupero dei carnefici. Bisogna prendere in carico gli uomini maltrattanti se si vuole rendere efficace l’attività di prevenzione. La violenza sulle donne difficilmente si risolve con la semplice condanna degli autori. Troppo spesso il condannato esce dalla galera più ‘incattivito’ di prima, e il tragico epilogo di un rapporto malato si consuma proprio al momento della riacquistata libertà. La legislazione attuale è troppo concentrata sulla vittima, ignorando che la vera attività di prevenzione riguarda soprattutto i carnefici, uomini che non hanno strumenti relazionali adeguati e che conoscono solo i metodi repressivi per imporre la propria volontà, e a cui le donne, purtroppo, fanno spesso ritorno”.

Infine, Ferro rivolge un appello alla magistratura: “Assicuri la certezza della pena e non dia spazio a valutazioni volte a mitigare le responsabilità degli uomini violenti – ricordo l’episodio della concessione di un’attenuante legata ad una sorta di tempesta emotiva scaturita dalla gelosia – perché, oltre a essere ingiusto nei confronti delle vittime, non può aiutare il recupero di chi si macchia di crimini orribili come i femminicidi”.