“Ferragni come bussola, pronti a guarire il clima, niente auto e sesso diviso dall’amore: ecco la Generazione Z”

Federico Taddia ha scritto "Chi sono? Io. Le altre. E gli altri”, giro d'orizzonte attorno ai ragazzi di oggi: "Convinti di dover rimediare ai disastri ambientali prodotti dai padri, diffidenti degli influencers ma con una eccezione, sentimenti fluidi e scuola come unica occasione di socialità dal vivo. Cosa manca? Sbucciarsi i ginocchi in cortile"

Federico Taddia rappresenta alla perfezione la frase “vulcano di idee”. Federico, che conosco da molti anni, non sta fermo un minuto. Per questa intervista abbiamo preso un appuntamento qualche giorno prima e lui si è presentato qualche minuto in ritardo perché aveva appena finito di fare una diretta con Rai IsoRadio, e dopo la nostra intervista doveva scappare chissà dove. Non a caso nella sua biografia viene definito giornalista, scrittore, divulgatore, autore televisivo e radiofonico e conduttore di programmi per la radio e la televisione. Passa, con assoluta nonchalance, dallo scrivere un articolo per La Stampa a scriverne un altro su Topolino, e fa tutto con un invidiabile entusiasmo.

Inoltre, Federico è davvero un attentissimo osservatore e narratore del mondo giovanile. Sono riuscito a “catturarlo” per una trentina di minuti per parlare con lui della “generazione Z”, al centro della sua ultima fatica letteraria, scritta a quattro mani col direttore di Skuola.net Daniele Grassucci. Si intitola “CHI SONO? Io. Le altre. E gli altri” ed è un piacevolissimo libro che si propone di essere “il primo selfie della generazione Covid”. Nel volume, infatti, ci sono più di cento domande fatte a oltre 30 mila ragazze e ragazzi per raccogliere idee, opinioni e punti di vista su amore e passioni, futuro e felicità, corpo e amicizia, rabbia e paura.

Taddia a Riccione dove era allestito il set della trasmissione  “Screen saver” da lui condotta

Federico, che ritratto esce dal vostro libro della Generazione Z?
“L’idea del libro è nata prima della pandemia e poi è arrivato quello che tutti sappiamo, impattando pesantemente su questa generazione, che è l’unica senza un vero nome. Non sono i millennials, non sono i Boomer. Qualcuno li ha chiamati “Generazione Greta”, ispirandosi a uno dei loro simboli, l’attivista Greta Thunberg. Qualcun altro li ha definiti “generazione Covid” perché loro, di sicuro, sono quelli più dimenticati durante la pandemia, con l’alibi che essendo ragazzi avrebbero potuto superare qualsiasi cosa. La verità che non hanno un’identità così definita e precisa. Hanno nuove paure e vecchie speranze, nuovi miti, sono arrabbiati perché non si sentono presi sufficientemente in considerazione dagli adulti. Parlano di rivoluzione, vorrebbero trasformare la scuola che sentono lontana da loro. Credono poco nei professori e nei politici, anche se molti di loro (oltre il 50%) crede nell’impegno politico. Sono una generazione di contraddizioni”.

Quali sono i loro punti di riferimento?

Chiara Ferragni

“Abbiamo provato a capirlo mettendo assieme tutte le risposte che abbiamo ricevuto e c’è un nome che emerge su tutti: Chiara Ferragni. Però alla domanda “Credete agli influencers?” solo una piccola percentuale ha risposto positivamente. Penso che Chiara Ferragni, ormai, vada ben oltre il concetto di influencer. E’ ormai un mito, perché è bella, perché è arrivata e perché tutto sommato mantiene una certa patina di normalità che fa pensare ad ognuno di poter riuscire, un giorno, a diventare come lei che è partita dal nulla, costruendo tutto su una passione”.

Come vedi il futuro questa generazione?
“Hanno le idee molto chiare su dove e su cosa devono mettere le mani: il clima prima di tutto. Sono tutti molto sicuro che saranno la generazione che davvero potrà e riuscirà a fare qualcosa per evitare il disastro climatico. Sono disposti a rinunciare all’auto, a determinati stili di vita. Parlano di voler rivoluzionare la scuola, combattere la corruzione che considerano un grosso problema della società degli adulti, non si capacitano di come il razzismo e l’omofobia siano ancora così presenti nel mondo”.

In fatto di sessualità e amore, che risposte hanno dato i ragazzi?
“La prima domanda che abbiamo fatto a tutti coloro che hanno risposto ai nostri questionari era “sei maschio o femmina?” e il 10% di chi ha risposto ci ha detto che non sa definirsi. Questo dice molto su come questa generazione approcci ad argomenti come questi. L’amore viene considerato qualcosa di davvero importante solo dal 50% degli intervistati. Fanno distinzione tra sesso e amore la metà dei giovani che hanno risposto alle nostre domande, mentre uno su tre di loro è convinto che se c’è attrazione fisica non necessariamente deve esserci il sentimento. C’è una sorta di disponibilità a giocare col proprio corpo senza che per forza ci debba essere dietro un sentimento di qualche tipo. In fatto di “modelli d’amore” solo il 27% riconosce nei genitori un esempio da seguire. In generale credo che sul sesso e sull’amore questa generazione abbia una visione decisamente più fluida, liquida, elastica e sicuramente meno legata a regole e dogmi rispetto alle generazioni precedenti”.

Giovanissimi con smartphone e tablet

Scrivendo questo libro, che idea vi siete fatti alla fine di questa generazione Z?

“In generale i giovani d’oggi hanno un’apertura mentale maggiore, una grande disponibilità al cambiamento se necessario per una buona causa e questa è proprio un po’ l’antitesi alle generazioni precedenti. In maniera molto chiara, dalle domande emerge che loro credono di dover riparare tutti i casini che le generazioni precedenti hanno causato. E questo credo dica tutto. Allo stesso tempo è però una generazione fragile perché è stata lasciata molto sola e con pochi spazi di protagonismo. La pandemia poi ha accentuato tutto questo. Pandemia a parte, ormai per socializzare ai ragazzi è rimasta solo la scuola. Non ci più molti altri luoghi di incontro. Noi avevamo la strada, il parco, il cortile, i centri sociali e gli oratori che erano molto più vivi e presenti. Ora è tutto diverso e questo impedisce di fare esperienze, di allacciare relazioni e si generano insicurezze. Ci sarebbe bisogno di tornare un po’ a “sbucciarsi le ginocchia”, e non possiamo pretendere che questo accada davanti al monitor di un Pc o allo schermo di un cellulare. Intendiamoci, io sono un sostenitore delle nuove tecnologie, ma non dobbiamo delegare a questi strumenti l’educazione dei giovani. Credo che il nostro ruolo di genitori ed educatori sia proprio quello di garantire ai ragazzi di nuovo la possibilità di fare esperienze reali, nei luoghi a misura loro e non nostra”.

Perché consiglieresti di leggere il vostro libro ad un genitore. E perché lo consiglieresti ad un giovane?
“Ad un giovane lo consiglierei perché questo libro è un po’ come uno specchio per riconoscersi e per veramente dare dignità a qualsiasi propria caratteristica, a qualsiasi desiderio o forte passione. Per scoprire che si è in tanti a condividere queste cose e non si è mai da soli. Scoprirsi parte di un gruppo è importante. Per gli adulti credo invece che il nostro lavoro possa essere un ottimo strumento per conoscere con chi si ha a che fare, per conoscere i ragazzi anche nei loro aspetti più inediti, per capire come ci vedono, come ci guardano, cosa si aspettano e non si aspettano da noi e alla fine diventare degli interlocutori migliori nei loro confronti”.