Arianna Alessi: “Con Otb Foundation attraverso gesti responsabili creiamo un impatto sociale positivo”

La vice Presidente della Fondazione e compagna dell'imprenditore e fondatore Renzo Rosso ci racconta la missione dell'organizzazione no-profit del gruppo Only The Brave e i progetti sviluppati. Dalle donne maltrattate alla loro emancipazione in Afghanistan, dai profughi al supporto psicologico per gli adolescenti nel post Covid e tanti altri

Tutto è iniziato nel 2008, da un’idea. Anzi da un consiglio. Renzo Rosso era in viaggio con il Dalai Lama quando quest’ultimo, rivolgendo parole di stima all’imprenditore per suo lavoro, gli disse una frase che suonava più o meno così: “Tu fai tante cose belle però non le comunichi. Dovresti continuare a farle e comunicarle perché sei un volto noto, un imprenditore conosciuto, per cui se tu comunichi quello che fai vedrai che la gente ti seguirà. Così 13 anni fa tutto è partito con un progetto bellissimo, in Mali, con Bono Vox. Abbiamo realizzato un villaggio per 20mila persone”. A raccontarci questo episodio, della ‘nascita’ di OTB Foundation, è Arianna Alessi, vice Presidente della Fondazione e compagna di Renzo Rosso, che è entrata a farne parte attivamente sette anno fa, portando, ci spiega “portando la mia ‘testa’ finanziaria e applicando i criteri di valutazione di un’azienda, come se fosse una società”.

Mozambique. Instant Network School students

Mozambico, studente della Instant Network School © UNHCR/Jacqueline Strecker

Organizzazione no-profit del gruppo Only The Brave (Diesel, Maison Margiela, Marni, Jil Sander, Viktor&Rolf, Amiri, Staff International, Brave Kid), la Fondazione è stata creata con lo scopo di lottare contro le ineguaglianze sociali, per contribuire allo sviluppo sostenibile delle persone e aree meno avvantaggiate nel mondo. In questi anni sono stati realizzati più di 250 progetti aiutando 300mila persone. “Diciamo sempre: ne salviamo uno, ne è valsa la pena. Perché sono vite”, dice Alessi. Anche quest’anno, OTB Foundation si è mossa in moltissimi ambiti, dal sostegno socio-sanitario per l’emergenza sanitaria, all’accoglienza dei profughi dall’Afghanistan, dal supporto psicologico agli adolescenti in epoca Covid (il 78% di preadolescenti e bambini manifestano sintomi che vanno dall’ansia ai disturbi alimentari) all’aiuto concreto offerto alle donne maltrattate. E, in occasione della Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, sabato 20 novembre, ha annunciato la partnership con l’UNHCR che porterà alla realizzazione di una nuova scuola in Mozambico nell’ambito dell’Instant Network Schools, un innovativo programma per l’istruzione dei bambini rifugiati.

 

Il mondo della solidarietà sociale è vastissimo. Voi quali direttive seguite? Quali sono gli obiettivi che vi siete dati?

“Ci siamo dati tre goal: donne, bambini e integrazione. Usando tre criteri che per noi sono fondamentali: avere un impatto sociale diretto (da buoni veneti vogliamo vedere subito il risultato, ride), l’essere sostenibile (nel tempo, la realtà esiste, noi diamo il supporto necessario, un domani devi essere capace di andare avanti da solo), e l’innovazione, che sia un progetto diverso, dopotutto ci chiamiamo Only the brave, vogliamo qualcosa fuori dalle righe”.

Come scegliete i progetti?

“Alcuni ci sono arrivati, tanti li abbiamo cercati noi partendo dalla scelta di cosa volevamo andare ad aiutare. Quattro anni fa abbiamo fatto il primo bando (totalmente online) per fondazioni italiane operanti all’estero sul tema dell’integrazione. Ci sono arrivate migliaia di iscrizioni. Abbiamo fatto una selezione, siamo arrivate a 40. Queste le abbiamo volute vedere una ad una e poi però erano talmente belli i progetti che ne abbiamo fatti vincere 6, invece di uno solo”. 

Il progetto Pink Shuttle a Kabul

Tra questi ce n’è qualcuno che le sta particolarmente a cuore?

“Ce ne sono due, in Afghanistan, dove noi allora non operavamo. Il primo è quello di Pink Shuttle di Nove onlus, che aveva creato una scuola guida per le donne a Kabul. Mi ha colpito perché lì le donne non possono guidare né avere una macchina. Ma usavano queste scuole guida per l’emancipazione femminile. Ecco l’impatto diretto. E la sostenibilità nel tempo, perché la onlus operava già da 20 anni a Kabul. L’innovazione l’abbiamo fatta insieme: abbiamo creato questo servizio gratuito di Shuttle guidati dalle donne per le donne, il primo servizio di trasporto tutto al femminile creato a Kabul, è stato pazzesco. E prima del Covid era diventato autosufficiente, perché le aziende pagavano per portare le dipendenti al lavoro”.

Cos’è successo col ritorno dei talebani al potere?

“I talebani avevano una lista con tutte le organizzazioni estere che lavoravano per l’emancipazione femminile. Quindi ci siamo subito mossi per fare rimpatriare tutte le donne con le loro famiglie, sono state portate tutte in Italia, tranne un paio che hanno scelto di rimanere lì. Ora là abbiamo rimesso in piedi un gruppetto di persone che stanno usando i mini van per distribuire generi alimentari, hanno fatto corsi di primo soccorso per le donne che così possono dare una mano. E infine abbiamo avviato con il progetto Lifeline Emergency Programme, che fornisce assistenza primaria a 1400 soggetti vulnerabili a Kabul, quindi beni alimentari, farmaci e protezione contro il freddo dell’inverno”.

E il secondo progetto?

“Si chiama Fearless Girls, un po’ ragazzine Only The Brave. Abbiamo fornito supporto legale, psicologico ed educativo a bambine che si sono ribellate alle loro famiglie contro i matrimoni forzati e per questo sono finite in carcere, a Herat e Kabul. Sono 30 e siamo riusciti a farle uscire e a mandarle in comunità protette”. 

Il progetto Mai Più

In Italia invece, per quanto riguarda la tematica femminile, che tipo di lavoro portate avanti?

“Abbiamo un servizio di aiuto alla donna che si chiama Mai Più. Questo si appoggia su una casa rifugio per donne e bambini. Forniamo un servizio di ascolto attivo 24 ore su 24, un supporto psicologico gratuito e immediato, assistenza legale gratuita, e poi, in caso di adesione al progetto, offriamo tirocini formativi. Per noi è fondamentale riportarle nel mondo del lavoro. I numeri durante e post pandemia sono raddoppiati. È preoccupante che si sia ridotta l’età media di chi chiama”.

La questione di genere, i problemi legati alle donne, sono un fenomeno veramente trasversale, proprio di Paesi più tradizionalisti e patriarcali quanto di Paesi ‘evoluti’ e ‘civili’ come il nostro…

“È un problema culturale. Nel nostro caso è legato alle donne nel mondo del lavoro e la donna dato che ‘fa figli, ha una famiglia’ deve rinunciare per forza a fare carriera. Quando tempo fa mi hanno chiesto cosa pensassi delle Quote rosa ho detto che per me è un male necessario. Ma lo penso davvero: serve una legge che imponga la presenza femminile in posizioni importanti perché le donne altrimenti non ci arrivano. E quando mi dicono ‘maternità e lavoro non si possono coniugare’ ribatto che io ho tantissime conoscenti che hanno rinunciato a far figli ma non per questo hanno fatto carriera. Le donne con o senza figli si realizzano se ne hanno le capacità. Ma è un dato di fatto che hanno più difficoltà”. 

È una sorta di condanna?

“No, noi crediamo molto che le cose possano cambiare e io non mi rassegno che le cose rimangano così”.

Come si possono cambiare le cose?

“Noi lavoriamo tantissimo coi giovani, sono il cuore del domani, siamo convinti che rappresentino il futuro della nostra comunità”.

Che tipo di progetti portate avanti coi ragazzi?

“Grazie alla collaborazione con la comunità di San Patrignano con We Free portiamo i ragazzi a parlare nelle scuole, a raccontare la loro storia di disagio che li ha portati a farsi del male in tanti modi (dall’alcol alla droga all’autolesionismo). Poi c’è Bye Bully, rivolto agli studenti delle scuole secondarie, per farli riflettere su temi come violenza di genere e il (cyber)bullismo. E l’ultimo progetto è nato a luglio, si chiama Only The Brave Chiama Alice, con l’associazione Alice: si tratta di uno sportello di ascolto e conforto gratuito per i giovani dai 12 ai 25 anni, che si rivolgono ad uno psicoterapeuta per parlare di problemi di autostima, timori e paure derivanti da isolamento e distanziamento sociale. Qui ci sono numeri allarmanti, soprattutto nella fascia d’età più bassa, dai 12 ai 16 anni e la maggior parte sono ragazzine”.

Lavorare sui giovani oggi porterà ad avere adulti più consapevoli domani…

“Il mondo si è sempre evoluto grazie allo spirito dei giovani, alla loro visione e ai loro sogni. Puntare sui giovani significa cercare di togliere i vincoli sociali, quei mali fisici, che limitano la loro capacità di vedere, di credere nella costruzione del futuro. Per questo, nei nostri corsi, puntiamo a tirare fuori i loro talenti, i terapeuti li stimolano a capire che tutti abbiamo ne abbiamo uno. E su quello devono puntare”. 

E dal punto di vista della sostenibilità nel tempo, per questi ragazzi, come vi muovete?

“Non li molliamo. Attiviamo tanti tirocini formativi e ci teniamo a scegliere i partner giusti per farlo, seri, efficienti, che ci devono rendicontare tutto”. 

Infine c’è il tema dei bambini. Ci parla di qualche iniziativa?

Aiutiamo diverse case famiglia, una in particolare a Busto Arsizio, che si chiama Piccolo Principe. Sono cinque case divise per età, dai neonati a ragazzi fino a 21 anni. Lì affrontiamo il tema dell’adozione e dell’affido. Fino a qualche tempo fa il 37% dei bambini adottati venivano poi restituiti. Così abbiamo creato il progetto La casa sull’albero, mini appartamenti in cui aiutiamo ad affiancare, con terapeuti e persone della comunità, i neo genitori con i bambini che vanno in adozione. Oggi siamo allo zero per cento di casi di restituzione. È un progetto pilota, i 153 bambini che ne hanno fatto parte che ora hanno tutti una famiglia. Questo dimostra quanto sia semplice e quanto costerebbe meno, a livello burocratico italiano. Se lavorano insieme, privato e pubblico, ce la fanno”.

È questo il suo apporto alla Fondazione, come ci raccontava, un approccio aziendale applicato ad una realtà non profit. Quali obiettivi vi ponete, quindi?

“Bisognerebbe avere una mentalità per cui più aziende insieme si aiutano per fare aggregazione, a livello locale. Progetti mirati a sensibilizzare le persone sull’importanza di preservare e valorizzare il territorio e la sua comunità, attraverso dei piccoli e grandi gesti responsabili, che possano creare un impatto sociale positivo. Quindi l’obiettivo è questo: che tutte le società che sono legate a noi, direttamente o indirettamente, abbiano nel proprio statuto la parte del non profit. È normale fare del sociale. Lo fai per i tuoi dipendenti e lo fai fuori per la comunità in cui vivi e anche all’estero. A quel punto non c’è più profit o non profit: chi fa soldi deve fare del bene”.

Come vede il futuro?

“Come sta già diventando adesso. Io sono convinta che se continuiamo così, non molliamo nel dire che c’è qualcuno disposto ad aiutarti quando hai bisogno, tutto continuerà a funzionare. E in base alle necessità o all’emergenza del momento vogliamo essere e saremo pronti ad attivare progetti mirati. Mettendo la nostra mentalità imprenditoriale a disposizione di chi vuol fare del bene”.