“Formazione militare demandata dalle forze Nato ad agenzie private: ecco perché l’esercito afghano si è subito dissolto”

Igor Pellicciari, docente all'Università di Urbino e alla Luiss spiega che fra Paesi Donatori e Beneficiari della sicurezza i soli a raggiungere l'obiettivo sono stati i contractor cui Usa e alleati hanno affidato l'addestramento delle truppe regolari di Kabul. "Un errore commesso nella lotta all'Isis e ripetuto ora"

Uno dei dati più discussi riguardo al ritorno dei talebani al potere, gira intorno al motivo per cui l’esercito regolare afghano, che è stato formato ed addestrato dalle potenze occidentali con investimenti di ingenti risorse, si sia di fatto sciolto come neve al sole di fronte all’avanzata degli Studenti Coranici.

Per capire come mai ciò sia stato possibile, Intervistiamo il professor Igor Pellicciari, docente di Relazioni internazionali all’università Carlo Bo di Urbino e alla Luiss di Milano.

 

Igor Pellicciari durante una conferenza all’Onu

Come si spiega il fatto che i talebani non abbiano praticamente incontrato resistenza nella loro avanzata su Kabul?

 

“E’ stata la conseguenza abbastanza scontata del rapporto fallimentare tra Stati Donatori e Beneficiari, che si è trasformato in un vero e proprio boomerang a vantaggio dei Taliban. In 20 anni di Aiuti all’Afghanistan, gli unici a trarne un bilancio in positivo non sono i Paesi donatori, ma solo i soggetti privati che ne hanno curato la realizzazione”.

 

In che senso?

 

“Va precisato che per formare l’esercito afghano regolare si sono investite ingenti risorse nel corso di questi venti anni. Solo che queste risorse non sono state gestite direttamente dagli eserciti ma il compito è stato affidato a Contractors esterni. Anche nei casi in cui, per la particolare delicatezza del compito, sarebbe servita l’azione diretta di un Soggetto istituzionale, i Paesi Donatori hanno preferito affidarsi ad attori esterni. Quindi di fatto alla realizzazione di questi Progetti sono stati messi attori privati, che hanno facilmente anteposto i loro interessi diretti al raggiungimento reale degli obiettivi affidati loro. Una cosa simile era già accaduta con l’Isis”.

 

A cosa si riferisce?

 

“Al fatto che anche in quell’occasione, il Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi poté contare su un cospicuo arsenale ed un esercito che in larga parte era stato formato da anni di interventi occidentali di assistenza in Iraq”.

 

Igor Pellicciari

Se il metodo aveva dunque già dato pessimi esiti, come mai si è preferito continuare invece di cambiare rotta?

 

“In parte perché i Paesi donatori non avevano la forza di seguire direttamente la realizzazione di tutte le iniziative da loro finanziate. Poi ci possono essere state anche delle distorsioni, come sempre accade quando si convoglia la gestione di ampie risorse verso il privato, cosa che può favorire lo sviluppo di clientele. E stiamo parlando di tanti tanti soldi. Gli interessi che si muovono sono enormi perché gli investimenti nel campo della difesa assommano a migliaia di miliardi, soprattutto intorno alla logistica. E non sempre si tratta di interessi legittimi. In tutto questo c’è da sfatare anche la retorica dell’ ‘aiutiamoli a casa loro’, che viene molto usata soprattutto da qualche parte politica: l’Afghanistan dimostra una volta di più che chi si lamenta dell’uso deviato dei fondi per l’accoglienza dei migranti, poi spesso propone un modello che in realtà favorisce e nasconde scandali e corruzioni anche maggiori . In questo però c’è poi anche una colpa specifica delle opinioni pubbliche”.

 

Perché?

 

“Perché solitamente si approccia la vicenda degli aiuti enfatizzando la questione della necessità, senza prestare attenzione al controllo di come le risorse destinate vengono concretamente utilizzate. Insomma, prevale una retorica basata sui valori morali che non tiene conto dell’aspetto degli interessi e delle finalità politiche perseguiti dal Donatore. I Donatori hanno interessi sempre maggiori dei Beneficiari: questo va detto e chiarito con forza. Prendiamo ad esempio, la questione dei vaccini o del materiale sanitario in tempo di covid: gli stati si muovono dietro precisi interessi nazionali. Non è beneficenza”.