Gandini: “Saranno le donne a pagare il prezzo più alto della pandemia, lo stanno già facendo. Ci vorranno decenni perché si riprendano”

Gandini, epidemiologa, ha curato la ricerca sui contagi nelle scuole che ha orientato il governo verso le riaperture: "Il concetto di salute va letto in chiave ampia, non fermanmdosi al rischio di contagio". " Il ricorso alla Dad oltre le effettive necessità provocherà la riduzione degli insegnanti a partire dall'Università e bloccherà il rinnovo dell'edilizia scolastica"

Sara Gandini, epidemiologa, direttrice  dell’unità “Molecular and Pharmaco-Epidemiology” nel dipartimento di Oncologia sperimentale dell’Istituto europeo di oncologia di Milano (Ieo)

Sara Gandini è la ricercatrice che ha curato lo studio sulla diffusione dei contagi all’interno delle scuole, pubblicato su Lancet, che ha orientato le scelte del Governo verso le riaperture degli istituti. Nella ricerca c’è la prova che si tratta di luoghi sicuri, in cui il rischio è assolutamente più basso che in altri contesti. Dal 2018 Gandini dirige l’unità “Molecular and Pharmaco-Epidemiology” presso il dipartimento di Oncologia sperimentale dell’Istituto europeo di oncologia di Milano (Ieo). Da sempre impegnata per i diritti delle donne, la sua esperienza ‘nella’ pandemia, da scienziata e da cittadina, è stata un percorso di riflessione sul ruolo del genere femminile e su come il virus vi avrebbe impattato. L’abbiamo intervistata.

Lei si è molto impegnata, in questi mesi, sul tema della scuola. Perché?
“Io penso che la scuola sia una leva politica. Quindi per me è proprio una battaglia di civiltà. Di giustizia. Io sono convinta, inoltre, che sia una battaglia trasversale, che dovrebbe riuscire a scardinare anche le prese di posizione più ideologiche, o legate a schemi prettamente partitici.  L’esperienza della fatica dei ragazzi che non vanno a scuola è comune a tutte le famiglie, sia che votino a destra, sia che votino a sinistra. È un sapere condiviso: tutte le mamme fanno questa esperienza, indipendentemente dal loro orientamento politico. Io punto su questo sentimento di verità, di giustizia. E penso che se noi riuscissimo a scardinare questa cosa, poi il resto verrebbe da sé. Anche attraverso la forza della vita che arriva nella quotidianità dalle persone. Secondo me, attraverso la scuola, possiamo riuscire ad arrivare un po’ a tutti e far partire poi un movimento più allargato di battaglia sociale”.
Come spiega l’accanimento di molti settori, non solo del mondo scientifico, contro l’ipotesi di riapertura delle scuole?
“Temo che ci sia una presa di posizione in gran parte ideologica. Un po’ per interessi di parte (dover difendere il ministro tale dei tali o il Governo nel suo complesso). Un po’ perché segnatamente la sinistra, non solo quella di governo, ha acquisito sempre più come parola d’ordine il tema della sicurezza, e in generale un’impostazione paternalistica, un approccio moralista alle vicende. Non so come sia accaduto ma io questo lo vedo molto presente. Sicuramente nella prima ondata ci sono state paure normali da comprendere. E i media, pur di vendere la notizia, le hanno alimentate. Adesso, però, c’è sempre più consapevolezza del fatto che mantenendo un minimo di misure di sicurezza, di protocolli, i rischi rimangono bassi. Insomma: non si rischia la vita andando a scuola. Quindi io credo che ci sia altro. Ad esempio c’è il fatto che le scuole, così come la sanità, negli ultimi anni per mano di governi tanto di destra quanto di sinistra, hanno subito tagli pesantissimi, dai quali derivano gran parte delle difficoltà con cui ci stiamo confrontando. Quindi penso sia anche comprensibile che in questo momento i docenti chiedano rispetto per il loro lavoro, cui vogliono restituire la centralità che merita. Ma non ritengo né strategicamente utile, né furbo, fare questa battaglia puntando sulla didattica a distanza. Perché strumentalizzando le paure della gente non si costruisce niente di buono. E poi non si può non tener conto di quello che accade ai nostri figli”.
Ad esempio?
“La questione della dispersione scolastica che è cresciuta a dismisura soprattutto al Sud, gettando schiere di giovani nelle mani delle mafie. E non si può non tenere conto della fatica psicologica enorme che stiamo caricando sulle loro spalle. Inoltre è chiaro che la Dad verrà usata per risolvere i problemi ai danni degli stessi lavoratori della Scuola. Il ministro Bianchi lo ha già fatto intendere: grazie alla didattica a distanza verrà ridotto il numero degli insegnanti, a partire dall’università. La stessa Dad “risolverà” il problema dell’affollamento delle classi, senza dover costruire nuovi ambienti più sicuri e senza assumere personale per evitare le classi pollaio”.
Lei è da sempre impegnata per i diritti delle donne. Che importanza ha questo, nel suo lavoro di scienziata?
“Moltissima. Io parto dalla consapevolezza che essere uomo o donna, nella vita, conta. Che l’esperienza di avere un corpo di donna, di venire da una madre, ovvero da una donna che genera un’altra donna, di essere a mia volta madre, è un fatto che ha un significato profondo. Proprio per la storia da cui veniamo. Come scienziata, anche il modo in cui io faccio ricerca, il modo con cui guardo ai dati di questa stessa pandemia, è naturalmente influenzato dal fatto che io sia una donna, che conosca la fatica di essere madre, e dal contatto con mia figlia e con le cose che lei mi comunica.  Tutto questo entra nelle mie ricerche. Perché è illusorio pensare che la scienza sia neutra, che ci sia una verità assoluta, uguale per tutti. La verità è necessariamente influenzata dalla nostra storia personale e da quello che mettiamo al centro delle nostre analisi. E quando mi vengono a dire ‘tu come epidemiologa devi parlare solo dei numeri non dei livelli di depressione’, io non ci sto. Perché un’epidemiologa, soprattutto io in quanto donna, devo e voglio allargare il quadro e dire con forza che la salute non è solo il rischio di contagio, ma è ben altro. In questo modo di stare nella scienza, entra sicuramente il mio modo di essere una donna scienziata”.
Quanto di questo che dice conta nelle reazioni spesso smodate e fuori dalle righe che i suoi studi hanno provocato?
“Certamente conta il bisogno di emergere, l’ego di questi personaggi che vogliono e devono stare sempre al centro dell’attenzione mediatica o meno. Il loro maschilismo di fondo anche.  Sicuramente conta la loro fatica di stare di fronte ad una donna che prende parola ed è sicura di quello che dice. Io ho acquisito sicurezza negli anni, è un percorso. All’inizio della mia carriera non ero così. Anche perché le donne vengono da secoli di fatica, di discriminazione, di mancanza di riconoscimento; e se adesso sono sicura è perché ho fatto tutto un percorso anche di analisi su di me. E poi sono una che studia tanto: quando parlo dietro le mie parole ci sono almeno dieci studi scientifici che ho analizzato con molta attenzione. E per molti uomini è una fatica confrontarsi con una donna che sa stare al dialogo e non abbassa lo sguardo ma ribatte in maniera dialettica. Non sono abituati e quindi viene fuori un’aggressività impressionante”.

Maria Chiara Carrozza,  prima donna nominata presidente del Cnr

Maria Chiara Carrozza è la prima direttrice donna del Cnr. Anche nel mondo scientifico c’è un problema di misoginia e di mancanza di valorizzazione del ruolo delle donne?
“Oggi ci sono tantissime donne scienziate molto moto brave. Sono sempre di più, soprattutto in ambito medico.  Soprattutto tra quelle più giovani comincia ad essere una maggioranza ampia. Devo dire un po’ meno in ambito matematico o in ingegneria, ancora. Ma in generale la tendenza è questa.  Il problema è ai vertici. Nel il mio gruppo di ricerca, ad esempio, sono tutte donne tranne un ragazzo che è arrivato ora. Devo ammettere che io preferisco lavorare con le donne perché sono molto responsabili e molto serie. Ma al livello apicale, dirigenziale, nel mio ospedale sono tutti uomini. E questa è la realtà diffusa. E’ anche vero che l’organizzazione stessa del lavoro, per come è oggi, rende molto difficile per una donna stare ai vertici perché implica molto spesso di dover rinunciare ad essere madri, e molte donne non sono disposte.  bisognerebbe riorganizzare il mondo del lavoro per rendere possibile conciliare lavoro e vita privata”.
Come usciranno le donne da questa pandemia?
“Io sono di mio molto ottimista. Ma devo dire che questa volta sento che sarà molto difficile. Le donne hanno fatto un lavoro eccezionale e in questa pandemia. Anche dal punto di vista scientifico. Non va dimenticato che è stata proprio un gruppo di ricercatrici a scoprire che il virus era arrivato in Italia. Ci sono donne estremamente in gamba che però hanno dovuto lottare per entrare nelle varie task force, dove, non dimentichiamolo, all’inizio erano tutti uomini.  Abbiamo dovuto lottare per imporre una qualche presenza anche femminile.  Purtroppo sappiamo che sono state le donne a perdere più spesso il lavoro in questi mesi. Che la cura delle persone malate è ricaduta come sempre soprattutto sulle loro spalle. Che hanno dovuto rinunciare spesso alla loro occupazione per far fronte alle nuove difficoltà che la pandemia ha generato, anche perché di solito sono quelle che guadagnano di meno in famiglia. Una situazione molto dura. Basti pensare che la depressione femminile, che è stata sempre più rara rispetto a quella maschile, è in fortissimo aumento. E sono cresciuti, cosa mai accaduta in passato, anche i suicidi di donne. Quindi penso che per le donne non sarà facile riemergere dalla pandemia, a tutti i livelli: economico, psicologico sociale. Ci vorranno decenni”.