Gino Strada, medico, filantropo, carisma da rockstar: dai luoghi di guerra ai cortei nelle metropoli, ha salvato vite, dato speranze, infiammato animi

Credeva nella medicina. Nel suo potere anche politico. Nella salute come diritto universale, risultato dell’affermazione di altri diritti, misura del benessere, anzitutto economico e sociale. Se ne va mentre i talebani (che lo rispettarono) si riprendono l'Afghanistan che fu culla della sua parabola di chirurgo e di uomo. Ha seminato ospedali, suturato ferite, fatto partorire donne e resituito il sorriso a bimbi dagli occhi spenti

Credeva nella medicina. Nel suo potere anche politico. Nella salute come diritto universale. Nella salute come risultato dell’affermazione di altri diritti. Come sistema complessivo di benessere. Innanzitutto economico e sociale. Era la sua impostazione culturale e l’ha sempre seguita. Col cuore aperto ai venti più pericolosi. Quelli della guerra, che ci vuole coraggio da vendere, delle battaglie da fare, delle granate che ti piovono sulla testa, e non solo metaforicamente.

Ha creduto nella medicina e nella vita. Ma anche lui ha dovuto fare i conti con l’imponderabile. Quello che l’uomo non può controllare. Nonostante tutto.

Gino Strada (leggi la biografia) ha vissuto  con la rapidità e il carisma di una rockstar. Ha infiammato piazze e movimenti, comandato cortei, dato speranza e vita a milioni di persone.

Ha portato la medicina d’eccellenza sul fronte delle guerre ovunque nel mondo. Ed anche sul fronte della povertà, in Italia, nelle periferie abbandonate.

Pioniere di una medicina sociale che vede nella rivincita della salute uno degli strumenti fondamentali per il riscatto del popolo.

Medicina politica, anzi partigiana. E così da medico che cura tutti, diventa bersaglio: era un radical chic, un comunista, uno che lascia le cose a metà, un narciso, un egocentrico, un caratteraccio.

Inviso alla destra, visto col fumo negli occhi anche da quella sinistra incline più ai compromessi che ai principi, Gino Strada ha saputo coalizzare intorno alla ‘guerra medica’ milioni di persone.

Con Emergency ha fatto nascere  un modo partecipato di produrre e distribuire le cure con migliaia di gruppi di supporto locale per la sua Emergency, che sono diventati nel tempo a loro volta motori inesauribili di iniziative sui territori. Con una capillarità ed una dedizione che poche ong possono vantare.

Leader di quel  movimento pacifista transnazionale  che il NY Times nel 2002, all’epoca delle  guerre in Afghanistan ed in Iraq definì la Terza potenza mondiale, deve pian piano fare i conti con la storia, quella con la S maiuscola che tutto macina. Al punto che quando si tratta di contrastare l’intervento in Libia contro Gheddafi,  in piazza con lui ci sono ormai poche migliaia di persone.  Tenta anche l’avventura editoriale con il mensile E-il mondo che vogliamo, scoprendo però che anche per le persone geniali sconfinare troppo dal proprio ambito è un rischio eccessivo.

Era il 2011. Dieci anni fa.

Da quel momento la sua parabola pubblica diventa discendente. Poche presenze in TV e ai dibattiti,  sempre meno partecipazioni ad eventi. Si concentra sulla ‘sua’ medicina, sulla ‘sua’ associazione, e forse comincia a fare i conti con un mondo che sta cambiando. Forse anche con quelle stesse energie che lo avevano esaltato e che piano piano lo abbandonavano.

Ironia della sorte se ne va proprio mentre i Talebani che lui aveva contrastato con tutte le forze (pur essendo da loro tollerato perché unico in grado di fornire cure su standard elevatissimi in un territorio dove manca spesso tutto e più di tutto) si stanno riprendendo quell’Afghanistan che era stata la culla della sua parabola medico-politica.

Simbolo di simboli, suo malgrado, Strada si porta dietro una forza straordinaria, ma anche, a guardarlo negli occhi, una amarezza profonda. Tipica della persona che non ama i compromessi, i sotterfugi e che deve fare i conti con un mondo in cui tanto gli uni quanto gli altri sono non solo tollerati ma anche esaltati.

Nella sua vita ha seminato ospedali e speranze, ha riportato alla vita persone acciuffate da morte certa, suturato ferite profondissime che nessuno poteva curare. Ha fatto partorire in sicurezza mamme che altrimenti sarebbero morte, regalato un sorriso a bambini dagli occhi spenti.

Questa è la sua eredità più importante.

Ciao Gino, la terra ti sia lieve. Come tu l’hai resa lieve per tanti.