Morire per la libertà: a 44 anni di distanza l’assassino di Giorgiana Masi è ancora ignoto

La studentessa e attivista venne uccisa mentre manifestava a Roma nel terzo anniversario da in una giornata di scontri con i poliziotti infiltrati che non esitarono a sparare sulla folla

Persone depongono fiori sul luogo dove è stata uccisa Giorgiana Masi, Roma 13 maggio 1977.

Era una studentessa, femminista, e una militante del Partito Radicale. Quel giorno, quel 12 maggio 1977, come molti, stava celebrando il terzo anniversario del referendum sul divorzio. Giorgiana Masi (Giorgina il vero nome) però, è diventata qualcosa di più. Da quel giorno, in cui fu uccisa, divenne il simbolo del clima che si respirava alla metà degli anni ’70, un clima rovente fatto di università occupate, manifestazioni, radio libere dove “i ragazzi del ’77” raccontavano le loro battaglie per un mondo migliore.

Quel giorno la 18enne romana partecipa al sit-in pacifico organizzato dai radicali in Piazza Navona. Una manifestazione che non doveva esserci, per il divieto imposto dall’allora Ministro dell’Interno Francesco Cossiga dopo i fatti del 21 aprile 1977, quando in una sparatoria fra alcuni manifestanti di Autonomia Operaia e i poliziotti venne ucciso Settimio Passamonti. I manifestanti del 12 maggio, però, scendono in piazza solo per celebrare il terzo anniversario della vittoria del referendum sul divorzio. La sera prima, Marco Pannella, leader del Partito Radicale, aveva pubblicato un comunicato: si annunciava la totale rinuncia a ogni intervento politico. Un clima pacifista che viene interrotto dalle forze dell’ordine. Il subbuglio esplode in varie zone della città: 5mila agenti in divisa e tantissimi in borghese iniziano a lanciare lacrimogeni, picchiare, utilizzare armi da fuoco.

Giorgiana Masi è lì. Insieme al fidanzato è tra i giovani che riempiono le strade di Roma e sta cercando rifugio dalla pioggia di candelotti lacrimogeni provenienti dal cielo. All’improvviso da Ponte Garibaldi – dove si trovano i reparti della polizia – parte una sequenza di colpi: alcuni proiettili feriscono alla gamba una ragazza. Giorgiana corre poi alcuni presenti la vedono cadere a terra “come fosse inciampata”. Non è così: la ragazza cade perché raggiunta alle spalle da un proiettile calibro 22. Inutile la corsa in ospedale, dove la giovane arriva già morta.

Quella sera stessa, Francesco Cossiga, dichiara di non aver mandato alcun agente in borghese nel corteo, asserendo il non utilizzo delle armi da fuoco per ripristinare l’ordine pubblico. L’indomani, riferendo in Parlamento, elogia anzi il “grande senso di prudenza e moderazione delle forze dell’ordine”.  Ma il Partito Radicale non ci sta ed effettua un puntuale lavoro di ricostruzione dei fatti: vengono raccolte numerose testimonianze e soprattutto inequivocabili foto e filmati che riprendono agenti armati, in divisa e in borghese, mentre puntano le armi contro i manifestanti. Così il ministro è costretto ad ammettere la presenza di squadre speciali ma, come spesso accade, anche per l’omicidio della giovane studentessa i responsabili non si troveranno mai.

Quattro anni dopo, nel 1981, l’inchiesta viene archiviata “per essere rimasti ignoti i responsabili del reato”. Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi, successivamente ha affermato che “quel giorno ci possa essere stato un atto di strategia della tensione, un omicidio deliberato per far precipitare una situazione e determinare una soluzione involutiva dell’ordine democratico, quasi un tentativo di anticipare un risultato al quale, per via completamente diversa, si arrivò nel 1992-1993″. E di nuovo, come spesso succede, anche chi conosceva il nome del colpevole non lo ha mai detto: in un’intervista del 2007, lo stesso Francesco Cossiga ha infatti dichiarato di essere tra le cinque persone che sapevano chi uccise Giorgiana Masi. Un segreto che probabilmente, non verrà mai disseppellito.