Giornata internazionale delle Foreste: “Per salvarci dobbiamo smettere di ‘mangiare’ il Pianeta”

La deforestazione per l'ampliamento dell'agricoltura intensiva e degli allevamenti bovini sono le principali minacce alla sopravvivenza delle aree verdi del mondo. Cambiare le abitudini di consumo è necessario per salvaguardare il polmone della Terra

Il 21 marzo è la Giornata internazionale delle Foreste. La ricorrenza, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per accrescere la consapevolezza del valore inestimabile di tutti i tipi di foreste e dei pericoli della deforestazione, si celebra dal 2013 in tutto il mondo, sia dove ci sono delle foreste da salvare e salvaguardare, sia dove non ci sono più ma si rimpiangono. E in questo giorno si pone attenzione su boschi e piante ma anche sugli animali che ci vivono o che in qualche modo ne beneficiano (noi umani compresi). “Quando beviamo un bicchiere d’acqua, scriviamo su un quaderno, prendiamo medicine per la febbre o costruiamo una casa, non sempre facciamo il collegamento con le foreste. Eppure, questi e molti altri aspetti della nostra vita sono collegati alle foreste in un modo o nell’altro”, si legge sul sito dell’Onu.

Un giaguaro (Panthera onca) caccia lungo il fiume, Pantanal, Brasile ( © naturepl.com / Andy Rouse / WWF)

La giornata vuol far riflettere e sensibilizzare sul ruolo che queste aree verdi, che coprono solo un terzo della Terra, hanno per la vita degli esseri umani. Le foreste puliscono l’aria che respiriamo, prevengono l’erosione del suolo, proteggono dalle alluvioni, migliorano la qualità delle acque, combattono gli effetti negativi del cambiamento climatico. Le foreste sono la casa di innumerevoli animali, piante e insetti, ospitando la maggior parte della biodiversità terrestre: secondo l’ultimo rapporto della FAO sullo stato delle foreste, 60mila specie diverse di alberi, l’80% delle specie di anfibi, il 75% delle specie di uccelli e il 68% delle specie di mammiferi della Terra.

Vista aerea del confine tra la monocoltura di palme da olio e la foresta nativa lungo il fiume Ariari, nell’Amazzonia colombiana. (© César David Martinez)

La giornata internazionale delle foreste, quindi, ha e deve avere delle conseguenze anche nella lotta ai cambiamenti climatici perché queste aree ricche di alberi sono veri e propri serbatoi di carbonio. In particolare, a livello globale, sono seconde solo agli oceani: trattengono complessivamente ben 861 miliardi di tonnellate di carbonio e ogni anno assorbono circa un terzo delle emissioni antropiche di CO2, evitandone l’accumulo in atmosfera. Le foreste, inoltre, forniscono tanti altri servizi connessi con il clima, come la produzione di ossigeno e la regolazione del regime delle piogge. Questi cruciali servizi vengono però compromessi quando gli ecosistemi naturali, come le foreste, vengono distrutti o degradati. Considerando che gli alberi sono costituiti per circa il 20% del proprio peso da carbonio, parte della CO2 assorbita dalle foreste tramite la fotosintesi viene riemessa in atmosfera quando gli alberi vengono tagliati. 

In questo modo, da essere parte della soluzione le foreste diventano parte del problema: la deforestazione rappresenta, infatti, la seconda fonte umana di CO2, con ben 8 miliardi di tonnellate di CO2 emesse ogni anno dal 2000 ad oggi, periodo in cui è stato perso ben il 10% della superficie forestale mondiale. Oltre ai problemi legati al clima, la deforestazione mette a rischio la sopravvivenza delle popolazioni indigene che dipendono strettamente da questi ecosistemi e provoca la perdita dell’habitat di molte specie animali e vegetali, causandone spesso l’estinzione.

Gli allevamenti di bovini insieme all’espansione dell’agricoltura sono le principali cause di deforestazione (@Gianfranco Mancusi – WWF Paraguay)

Tutelare foreste e altri habitat è quindi indispensabile per il futuro dell’umanità, della biodiversità e dell’intero Pianeta, e ognuno di noi può contribuire. Secondo il report del WWF (pubblicato in occasione della nella Giornata internazionale delle foreste, “Deforestazione e cambiamento climatico: l’impatto dei consumi sui sistemi naturali” e realizzato in vista di Earth Hour, la mobilitazione globale del WWF per la natura e il clima del 26 marzo), quasi il 90% della deforestazione a livello globale è dovuto all’espansione dell’agricoltura, mentre altre cause quali incendi e urbanizzazione costituiscono solo una minor parte del problema. Gli allevamenti di bovini insieme alle coltivazioni di palma da olio, soia, cacao, gomma, caffè e legno sono stati responsabili del 57% della deforestazione connessa con l’agricoltura tra il 2001 e il 2015, portandoci via un’area di foreste grande quanto la Germania.

Dal 2000 al 2019, a livello geografico circa il 70% della perdita di foreste si è concentrata in tropici e sub-tropici: in particolare, tra il 2000 e il 2017 sono stati persi più di 43 milioni di ettari – un’area grande quanto il Marocco – in quelli che sono stati individuati come gli hotspot della deforestazione globale: America Latina, Africa Sub-Sahariana e Sud-Est asiatico. Tra il 2001 e il 2020, i Paesi interessati dalla maggiore accelerazione nella deforestazione sono stati Repubblica Democratica del Congo, Indonesia e Brasile.

Il ciclo della deforestazione

In questo contesto, l’Unione Europea risulta essere il secondo maggiore importatore al mondo di prodotti derivati da questo processo, generando con le sue abitudini di consumo enormi impatti sulle foreste tropicali di tutto il Pianeta, ma anche su praterie, zone umide, savane e tutti quegli ecosistemi ricchi di biodiversità che vengono distrutti per fare spazio a coltivazioni, piantagioni e pascoli. “Non possiamo più permettere che i nostri consumi generino impatti così forti sugli ecosistemi ed è necessario prendere consapevolezza delle implicazioni che ogni nostra azione ha sul Pianeta” afferma Isabella Pratesi, direttore Conservazione del WWF Italia.

La deforestazione dell’Amazzonia, Colombia (© Luis Barreto WWF-UK)

Nel 2017 (ultimo anno per cui sono disponibili dati), l’Unione europea ha causato il 16% (203.000 ettari) della deforestazione associata al commercio internazionale di materie prime, dietro alla Cina (24%, in assoluto la potenza economica più impattante sulla salute del Pianeta), ma ben prima di India (9%), Stati Uniti (7%) e Giappone (5%). Questa deforestazione ha causato l’emissione di 116 milioni di tonnellate di CO2. “Stiamo letteralmente ‘mangiando’ le foreste del Pianeta, amplificando così gli impatti del cambiamento climatico che invece potremmo mitigare proteggendo gli ecosistemi naturali e ripristinando quelli degradati” aggiunge Pratesi.

In uno scenario in cui tutte le ricerche convergono sul fatto che non ci possiamo salvare dal cambiamento climatico senza fermare la deforestazione e la distruzione di altri ecosistemi naturali, la Commissione europea, a novembre 2021, ha presentato una proposta di legge per minimizzare l’impatto dei consumi europei sulle foreste del Pianeta. L’obiettivo della normativa è ridurre significativamente l’impronta ecologica del commercio internazionale richiedendo alle aziende, che immettono una serie di materie prime e prodotti sul mercato comunitario, di tracciarne l’origine e dimostrare che non siano collegati alla distruzione o al degrado delle foreste. Questa legge è una concretizzazione del “Green Deal europeo ed è uno dei pilastri dell’azione globale per contribuire a fermare il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità. Il campo di applicazione della proposta copre tuttavia attualmente solo 6 commodities: carne e pellame di bovini, olio di palma, soia, caffè, cacao e legno. Secondo il WWF, “sebbene si tratti di un importante passo avanti che crea le basi per fare dell’UE la prima regione che riconosce il proprio peso nella deforestazione globale, la normativa presenta alcune gravi lacune che vanno colmate”.