Giovane gay suicida, travolto da bullismo e offese social. Klaus Davi: “Quando accadeva a me reagivo, ma non tutti ci riescono. Una legge? Sì, ma serve soprattutto educazione”

Dopo il decesso, offese contro i gay sul profilo di Orlando Merenda 18 anni, torinese. Nessun rispetto per la morte. Il massmediologo: "Negli anni 80 io, omosessuale dichiarato, rispondevo: offesa contro offesa, energia contro schiaffo. Ma per chi è debole, serve una legge. I social? Sono il punto di arrivo. La scuola deve educare a maneggiarli e recepirli"

Orlando Merenda aveva 18 anni. Ed era gay. Si è tolto la vita domenica 20 giugno, intorno alle 14,30, gettandosi sotto un treno tra la stazione di Torino Lingotto e quella di Moncalieri, perché non reggeva il clima di odio, di derisione e le offese continue nei suoi confronti. Una storia come tante altre, purtroppo. Che però questa volta si in è risolta in tragedia. Doppiamente drammatica e triste, considerata l’età del ragazzo. La procura di Torino ha aperto un fascicolo. Bullismo e omofobia le ipotesi avanzate dall’inchiesta coordinata dallla sostituta procuratrice Antonella Barbera. Il giovane non ha lasciato nessun biglietto, ma sulla sua pagina Instagram, tra i numerosi messaggi di cordoglio, ci sono insulti e persino un «morte ai gay». A riportare la notiiza è stata La Stampa.  «Il problema delle menti chiuse è che hanno la bocca aperta», ha scritto sul social il giovane, lasciando intendere che non sempre la sua omosessualità veniva accettata. Mario, fratello di Orlando ha dichiarato: «Mi aveva confessato di aver paura di alcune persone. Non mi ha spiegato chi fossero, non ha fatto nomi. Era preoccupato. Diceva che mettevano in dubbio la sua omosessualità». «Lo prendevano in giro perché era omosessuale» riferiscono alcuni amici. La mamma Anna: “Adesso ho un compito. Trovare i colpevoli e non mi darò pace… finché non uscirà la
verità”. Gli agenti della polizia ferroviaria hanno acquisito i messaggi, sono andati a parlare con gli insegnanti dell’istituto professionale che il giovane frequentava per diventare barman e cameriere, con i compagni di classe, gli amici.

Del contasto in cui si è prodotta la vicenda – bullismo e uso senza rispetto dei social – parliamo con il massmediologo Klaus Davi.

Klaus Davi 

Quando si parla di suicidi è sempre molto delicato fare considerazioni, ma tu come hai letto questo episodio? E soprattutto, è legittimo dare questa eco mediatica ad un fatto intimamente e drammaticamente privato?
“Certamente quello che è accaduto è assolutamente drammatico ed è molto delicato. Va trattato con cura. Sta di fatto che arriva nel pieno del Gay Pride, nel pieno della discussione di una legge controversa come il ddl Zan, nel pieno di una forte contrapposizione politica, e allora è chiaro che ci siano delle inevitabili amplificazioni e/o strumentalizzazioni. Quindi non me la sento di criticare questo aspetto. Detto questo la cosa grave e che nel 2021 ci sia ancora gente, esseri umani, persone, così giovani per altro e che quindi avrebbero dato il loro contributo alla società, che debba fare questa fine, perché si sentono esclusi, dileggiati, offesi, in ultima istanza tagliati fuori. E siamo a Torino, in una città civile ed evoluta. E’ veramente sconcertante. L’attenzione mediatica è ovviamente conseguente a tutto ciò. Era inevitabile”.

Il tema del bullismo e soprattutto del cyberbullismo è quanto mai attuale. Qual è la tua idea a riguardo?
“Ti faccio una confessione inelegante: io sono omosessuale da sempre e l’ho sempre dichiarato. Ma questa cosa del bullismo, io l’ho sempre vissuta ribellandomi”

Ribellandoti come?
“Negli anni 80, quando ero ragazzo, 40 anni fa, io reagivo. Era la mia natura: ad offesa reagivo con offesa, a schiaffo reagivo con altrettanta energia. La legge Zan è importante secondo me proprio perché tutela chi invece è più fragile psicologicamente. Quei pochissimi episodi di bullismo che ho subito, io non li lasciavo correre: reagivo, menavo a mia volta. Ma non tutti sono Klaus Davi, che sa come ci si difende. Quindi: una legge che protegga persone più fragili può essere di enorme aiuto. Non siamo tutti uguali e proprio perché non siamo tutti uguali una legge è necessaria”.

Colpa dei social?
“I social rendono tutti un soggetto ‘mediatico’: questo dobbiamo averlo ben chiaro. Purtroppo non tutti hanno la serenità psicologica di accettare l’attacco, l’insulto etc. Io non lo conoscevo e dunque faccio una considerazione che si basa sulle impressioni e sulle idee che mi sono fatto leggendo. Ma per me in quello che è accaduto a questo ragazzo i social sono il punto di arrivo, non di partenza. Il clima d’odio parte dal livello sociale. Ma, ripeto, è una mia intuizione, non conosco nel profondo la sua vicenda”.

Tuttavia sconvolge il fatto che anche post mortem i profili del ragazzo siano stati presi di mira con commenti omofobi, violenti, vigliacchi. Non sarebbe il caso di intervenire in qualche modo, magari con una legge?
“Io credo che non si possano evitare certe cose. Non credo che una legge contro gli insulti serva o si possa fare, onestamente. Se sia auspicabile. Forse sarebbe più opportuno che la scuola educasse a conoscere cos’è un social. Il social è la giungla, se ci vai deve sapere che valgono le leggi della giungla. Il social vive sui commenti, lo sappiamo. Amplifica la realtà che viviamo altrove: in piazza, al bar, a scuola. Il bullismo e il linguaggio d’odio colpiscono non solo gli omosessuali ma anche gli exracomonunitari, i secchioni, le ragazze meno avvenenti. Da liberale io chiedo più nella cultura che in una legge. E’ come il tema della violenza in genere: qualcuno vuole risolverlo facendo più carceri, ma io dico che il compito dello Stato è anche quello di rieducare. Non è che risolvi il disagio sociale con l’edilizia”.