Giulia Blasi: “Alle donne non è concesso essere brutte né rivendicare la propria bruttezza”

Il libro dell'autrice, "Brutta" (Rizzoli), nasce da un monologo e dalle riflessioni fatte sul rapporto col proprio corpo. Nessun suggerimento, perché non è una questione individuale: "La bruttezza e la bellezza sono concetti sociali, dobbiamo riflettere su come trattiamo i nostri corpi"

Un libro sulla bruttezza, sull’essere brutti in un momento storico in cui, grazie alla pervasività della comunicazione di massa, il livello di ‘estetizzazione’ della società è altissimo, può sembrare allo stesso tempo un controsenso ed una sfida. “Brutta” di Giulia Blasi (Rizzoli) attraverso una serie di piccoli saggi, affronta il tabù probabilmente più radicato della contemporaneità, chiedendosi e chiedendoci di dare la risposta ad una semplice domanda: “chi ha detto che, per occupare uno spazio pubblico, per vivere appieno in società, si debba per forza essere belle?”.

Giulia Blasi ha presentato “Brutta” in diretta a “Mappe” i talk letterari online che anticipano il festival L’Eredità delle Donne (a Firenze dal 22 al 24 ottobre). Martedì 12 ottobre intervisterà Drusilla Foer sulla pagina Facebook della manifestazione (ore 18, https://www.facebook.com/ereditadelledonne).

L’abbiamo intervistata per Luce!

L’autrice Giulia Blasi

Da dove nasce l’idea del libro?

“Nasce dopo il monologo che avevo letto due anni fa ad una manifestazione in occasione del Festival dell’eros e della bellezza, che si svolgeva all’Arena di Verona, con un cartellone solo maschile. Allora ci siamo piazzate fuori dall’Arena e per ore abbiamo intrattenuto una folla enorme. Lì sono salita sul palco e ho letto questo monologo, “Brutta” appunto, perché mi sembrava giusto riflettere sul fatto che alle donne non è concesso essere brutte, e men che meno rivendicare al propria bruttezza. C’è un solo precedente storico di donna più o me o conosciuta che io sappia, che era Teresa Noce, mai imitata in nessun modo. Da questo monologo, poi, sono scaturite delle riflessioni che mi hanno fatto pensare che quell’argomento non fosse esaurito e dunque è nata l’idea di scrivere un libro che potesse esplorare il tema partendo da una cosa personale, cioè il mio rapporto con il mio corpo“.

La bruttezza è un fatto solo soggettivo/individuale o (anche) ‘politico’?

La bruttezza in sé non esiste. È un metro di giudizio sociale e culturale che è determinato dalla società sulla base della definizione di parametri estetici, e chi non aderisce a quei parametri estetici va immediatamente – ed automaticamente – sotto la definizione di brutta o brutto. Tuttavia bisogna notare che non c’è lo stesso tipo di pressione tra uomini e donne. I parametri utilizzati non sono gli stessi: ad esempio un uomo che invecchia è una persona affascinate, una donna che invecchia è solo una vecchia. Ci sono anche requisiti diversi sul peso. I corpi grassi, per dirne una, sono oggi discriminati ma non è sempre stato così, ci sono state epoche in cui la fame era tale che essere grassi era considerato bello. Ad esempio, dopo le guerre mondiali le donne venivano indotte ad acquistare integratori per mettere peso, perché una donna corpulenta era considerata più avvenente.
La bellezza o la bruttezza sono ovviamente sempre una questione sociale di cui poi fanno le spese gli individui. Però, di per sé, i corpi non sono né belli né brutti, siamo noi che gli attribuiamo delle qualità estetiche a seconda di quello che la società ci chiede di essere e del ruolo che siamo chiamati a svolgere. La bruttezza viene dunque percepita dall’individuo come mancanza e quindi, ovviamente, diventa individuale, provoca sofferenza individuale. Ma nasce da parametri sociali. Perché la mancanza di quei presupposti di avvenenza determinati socialmente viene letta come una mancanza tout court. E questo vale soprattutto per le donne. Per gli uomini la pressione non è assolutamente la stessa”.

In una società basata sull’estetica come la nostra come si fa a ‘rivendicare’ il diritto alla bruttezza?

“Come si fa a rivendicare il diritto alla bruttezza? Il punto è che non deve essere una battaglia dell’individuo. Io non sto rivendicando il diritto alla bruttezza, quanto il diritto ad esistere a prescindere dall’aspetto e dalla forma del mio corpo. Il diritto ad esistere, essere socialmente e ad avere un’opinione a prescindere dal mio aspetto. Il diritto a comparire in pubblico senza avere fatto tutta la trafila di cure estetiche che sono considerate il minimo per essere ‘presentabili’. Il punto non è rivendicare la bruttezza di per sé, ma farci delle domande su come trattiamo i corpi, sui ruoli sociali che le persone sono chiamate a svolgere. Ed è un libro che nasce dall’esperienza di un corpo femminile, da un’identità di genere femminile, e non ha a che vedere con l’esperienza maschile, che come dicevo è in gran parte diversa. Il punto è capire quanto la nostra capacità o volontà di decorare l’ambiente intorno a noi, di tributare la nostra bellezza al mondo, ci viene richiesta o ci viene rinfacciata, o in qualche modo influenza la nostra possibilità di occupare spazio pubblico. Non a caso brutta è un’offesa che viene tributata alle persone che si spera di mettere a tacere”.

Suggerimenti a chi si sente brutt*?

“Io non ho nessun suggerimento perché non credo che il tema sia individuale. Se il nostro corpo ci crea dei problemi abbiamo due strade: una è ricorrere alla terapia. Volendo. Ma il punto non è mai quello che facciamo noi individualmente bensì quello che facciamo collettivamente, come gestiamo la pressione che ci viene imposta. Siamo in grado di isolarla e di allontanarcela e non farla influire né sulle nostre vite né sul giudizio che noi diamo sulle nostre persone? Non voglio dare suggerimenti agli individui, non è un libro di suggerimenti in cui io dico “guardate come sono felice”. È un libro in cui io spacchetto l’idea collettiva di corpo, e lo faccio attraverso il mio corpo. Nessun suggerimento dunque: ognuna faccia un po’ come si sente. Non abbiamo il dovere di amarci“.