Gli italiani non fanno più figli: l’inverno demografico in un Paese dove manca la cultura della paternità

L’Italia è destinata a diventare sempre più vecchia. Se il crollo delle nascite non verrà arrestato, in meno di trent’anni il Paese perderà 5 milioni di abitanti, di cui 2 milioni di giovani. Mentre “le persone con almeno 90 anni saranno 1.700.000, il doppio degli attuali 800mila. Gli ultracentenari, oggi 20mila, diventeranno 80mila”. Dall’Auditorium della Conciliazione di Roma per gli Stati Generali della Natalità il presidente dell’Istat Gian Carlo Blandiardo lancia l’allarme sull’inverno demografico italiano. “Il tasso di fecondità in Italia è pari a 1,25. E nel nostro Paese quando scende sotto 1,5 figli per donna si dimezza quasi la popolazione”. Organizzata dalla Fondazione per la natalità in corso il 12 e il 13 maggio, la kermesse ha visto la partecipazione della conduttrice Andrea Delogu, dei travel blogger Giulia Lamarca e Andrea Decarlini, della direttrice della Nazione Agnese Pini e – tra gli altri – della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, del segretario della Lega Matteo Salvini intervenuto all’evento tramite un video, del segretario Pd Enrico Letta e del leader di Azione Carlo Calenda.

Ma di chi è la colpa?

Ma di chi è la colpa se sempre meno coppie decidono di avere figli in Italia? La mancanza del lavoro, di garanzie, di politiche a sostegno della famiglia e della maternità. L’individualismo, l’assenza di fiducia nel futuro e, sottolinea la direttrice della Nazione Agnese Pini “la mancanza in Italia della cultura della paternità, di cui si discute ancora molto poco. La mia generazione, quella di chi è stata bambina tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta arriva da un lungo processo di disincentivo culturale (e io aggiungo menomale) verso quella che era la concezione di madre tradizionale: una madre che stava a casa o che aveva un lavoro di assoluta risulta nell’economia familiare. Mentre quelle mamme, pochissime, che lavoravano a tempo pieno venivano percepite con diffidenza. Le mie coetanee sono cresciute con l’idea che una mamma possa e debba avere un lavoro, coltivare una professione, una formazione. A mancare, però, sono state le opportunità. Viviamo in un Paese dove non lavora neppure una donna su due e dove c’è il tasso più basso di natalità in Europa”.

Family Act e asili nido nel Pnrr

La ministra per le Pari Opportunità Elena Bonetti

Tra le soluzioni messe in campo dal governo per sostenere la genitorialità: 20 miliardi di euro all’anno stanziati per il solo assegno nel Family Act e 4.6 miliardi per gli asili nido inseriti nel Piano nazionale di ripresa e resilienza. Mentre il congedo di paternità resta fermo a 10 giorni. “Il dato delle nascite attuali è devastante perché dipinge un’Italia che non ha speranza davanti a sé. Va reso strutturale l’impegno di politiche e di risorse che il presidente Draghi con questo governo ha messo in campo”, commenta la ministra per le Pari Opportunità Elena Bonetti, dopo aver preso parte ieri alla inaugurazione degli Stati della Natalità. “La sfida ora è rendere il Family Act esecutivo, come ha chiesto il Presidente Mattarella. È vero, abbiamo poco tempo perché la legislatura sta finendo. Entro quel termine dovranno essere pronti i decreti attuativi”.

Teoria gender e cultura del lavoro gratis

Il problema della denatalità italiana, per la leader di Fdi Giorgia Meloni, è anche europeo: “Le parole di Elisabetta Franchi”, aggiunge ricollegandosi a quanto detto dall’imprenditrice della Maison di moda a proposito della scelta di non assumere donne under 40 “non deve scandalizzarci, perché sono tanti a pensarla come lei. Il problema oggi è anche la cultura gender che sta minando l’identità delle donne, delle madri”. Dalle teorie gender come capo espiatorio, il segretario del Pd Enrico Letta passa ai giovani e allo “scandalo dei tirocini non retribuiti”: “L’obiettivo nel 2030 è far uscire i ragazzi da casa a 25 anni. Oggi sapete qual è la media? 30 anni e mezzo. Questo è il motivo per cui la denatalità è così diffusa. In più, un Paese che pensa che il lavoro giovanile non debba essere pagato è un Paese senza futuro. Lo stage deve tornare a essere un pezzo del percorso formativo, mentre l’ingresso nel mondo del lavoro deve avvenire con un contratto vero e proprio. Infine, per quanto riguarda l’assegno unico, per darlo dovremo tornare a guardare gli Isee”. Tornando ai numeri raccolti dall’Istat, nel 2050 solo poco più di una persona su due in Italia sarebbe in età da lavoro, con un 52% di persone tra i 20 e i 66 anni che dovrebbero provvedere sia alla cura e alla formazione delle persone sotto i venti anni (16%), sia alla produzione di adeguate risorse per il mantenimento e l’assistenza ai pensionati (32%). In questo quadro le nascite annue potrebbero scendere nel 2050 a 298mila unità: mentre l’obiettivo erano 500mila nati l’anno.