Google spingerà gli utenti ad adottare un linguaggio neutro dal punto di vista del genere

L'azienda di Mountain View interviene nella guida di stile interna: non ci saranno più "ore uomo" ma "ore persona", addio ai generici maschili nel segno di una maggiore inclusività

Negli anni ’90 le parodie di Clippy di Microsoft Word erano un po’ una moda nei cartoni animati e nelle riviste. La fastidiosa figura a forma di graffetta spuntava non appena si iniziava a scrivere “Caro…” e diceva: “Sembra che tu stia scrivendo una lettera”, prima di offrire consigli non richiesti su cose come la formattazione. Due decenni dopo, i vari supporti automatici alla scrittura, compresi i correttori ortografici e grammaticali, sono molto migliorati. Sono più perspicaci – perché alimentati dall’intelligenza artificiale piuttosto che programmati manualmente – e più sottili nelle loro operazioni.

Ma ora le aziende tecnologiche si stanno immergendo in acque più difficili. Nel 2020 la guida di stile interna di Google è stata aggiornata, incoraggiando gli sviluppatori a evitare un “linguaggio inutilmente di genere” nella loro documentazione. Piuttosto che riferirsi a “ore uomo”, per esempio, un programmatore potrebbe discutere le “ore persona” coinvolte in un progetto. “Tutto il genere umano” potrebbe essere sostituito con “tutta l’umanità”, hanno suggerito gli autori della guida.
Il 18 maggio scorso, invece, la società ha annunciato la volontà di proseguire nella promozione del linguaggio inclusivo. Google Docs, il popolare software gratuito di elaborazione testi, punta a scoraggiare le persone dall’uso di un linguaggio potenzialmente sessista, come ad esempio nell’espressione “chairman”, sostituita con il sostantivo generico “chairperson” (in italiano entrambe le espressioni si traducono come “presidente”, ndr).

L’azienda tecnologica, in effetti, ha individuato un problema che sempre di più interessa la propria comunità di utenti. Anche se non rientra nella stessa categoria degli errori di ortografia o dei dilemmi grammaticali, il pregiudizio sessista è ben presente nella lingua inglese, così come in altre. Considerate la mancanza di un equivalente femminile per “master” che non abbia sgradevoli significati secondari. E ancora, “slut” (tradotto tr**a) e “whore” (tradotto pu****a) sono insulti così di genere che è quasi impossibile che vengano scagliati contro gli uomini.

Il bersaglio principale di Google, però, è il cosiddetto maschile generico. Per molto tempo i tradizionalisti della lingua inglese hanno detto che “il maschile include il femminile”. Secondo questa regola, “ognuno ha la sua opinione” è neutro dal punto di vista del genere, e non c’è niente di sbagliato con presidenti, aviatori e pompieri generici. (In altre lingue, anche le persone miste o sconosciute sono indicate al maschile). Ma l’uso di parole come “presidente” e “sex-neutral ‘he'” non sono veramente neutrali rispetto al genere: numerosissime ricerche dimostrano che quando la gente legge questi termini è molto più probabile che si immagini un uomo che una donna.

In alcuni paesi europei, molte attiviste hanno chiesto la femminilizzazione dei titoli di lavoro, così che un presidente donna in Spagna è ora “la presidenta” e non “el presidente”. Ma le femministe anglofone hanno sostenuto il contrario, ‘abiurando’ piuttosto che raccomandare titoli specifici e femminilizzati come poetessa e attrice. E questo non risolve il problema di cosa fare con un referente generico, dove le lingue tendono ancora al maschile.

Una soluzione in inglese è quella di preferire nuovi titoli senza genere come “mail carrier” (il nostro postino) e “police officer”. Ma anche qui ci sono difficoltà. Alcuni titoli sembrano particolarmente brutti in questa forma: nessuno sembra amare (e quindi voler adottare) “chairperson” e, anche se “chair” risulta gradito ad alcuni osservatori, altri non riescono a ‘vedere oltre il mobile’ (‘Chair’ infatti è traducibile con sedia). C’è ulteriore disaccordo sul fatto che tali forme debbano essere universali o meno.

Con tutto questo disaccordo, le aziende tecnologiche stanno camminando su un filo molto sottile. C’è una crescente accettazione del fatto che il linguaggio sessista sia un problema; allo stesso tempo, c’è anche una diffusa convinzione che i giganti tecnologici stiano diventando troppo potenti, e stiano prendendo decisioni importanti  nella vita quotidiana degli utenti senza sufficiente chiarezza o comprensione di come queste decisioni siano state raggiunte. Tutte le grandi aziende sono sempre più sotto pressione, non solo per vendere i loro widget, ma anche nel prendere una posizione sui temi caldi del giorno. Spesso scoprono che cercare di accontentare una platea ne oltraggia un’altra e cercare di riparare a questo oltraggio aggrava ulteriormente le cose. Quando i giganti della tecnologia intervengono in politica, la loro enorme influenza garantisce virtualmente un contraccolpo da una parte o dall’altra.

Ci sono tantissime buone azioni che certe imprese possono fare per l’inclusività. Ad esempio nella stessa conferenza stampa in cui sono stati annunciati i cambiamenti di lingua, Google ha detto che avrebbe migliorato la gestione delle fotocamere dei suoi smartphone nel rispetto di persone di carnagione scura. Ma nel linguaggio le soluzioni sono meno ovvie, anche tra le persone che sono d’accordo sul fatto che esista problema.