Guerra in Yemen, morti 2000 bambini soldato in 16 mesi: il futuro di una nazione che si spegne

I ragazzi venivano prelevati dalle famiglie, nelle scuole, nei campi estivi e nelle moschee, con la scusa di frequentare una scuola culturale o dietro la minaccia di essere privati degli aiuti umanitari

La guerra nella Penisola arabica non smette di mietere vittime anche tra i più piccoli. Sono quasi 2000 i bambini e gli adolescenti, di età compresa tra i 10 e i 17 anni, ad aver perso la vita nel conflitto in Yemen, scontro sanguinario che si protrae ormai da più di 7 anni. Gli Huiti, musulmani sciiti vicini all’Iran, combattono contro il governo riconosciuto dall’Arabia Saudita di Abd Rabbuh Mansur Hadi e controllano oggi la maggior parte dei territori occidentali dello Stato a sud-ovest della penisola. Per portare avanti l’offensiva, il gruppo islamico, che prende il nome dal suo fondatore Huiti, ha impiegato in più occasioni adolescenti e bambini nel conflitto. Il futuro di una nazione, già molto piccola e poco densamente abitata, che si spegne. La notizia è confermata da un report dell’Onu, nel quale si afferma anche di un avvenuto stupro nei confronti di uno dei minori.

Sono quasi duemila i bambini soldato morti nel conflitto in Yemen

I ragazzi venivano prelevati direttamente dalle loro famiglie, nelle scuole, nei campi estivi e nelle moschee con la scusa di frequentare una scuola culturale o dietro la minaccia di essere privati degli aiuti umanitari. Secondo quanto riportato da Amnesty International, il conflitto armato è continuato per tutto il 2020 e ha visto un incremento degli attacchi di entrambe le parti in conflitto, in particolare nei governatorati di Ma’arib, al-Jawf, al-Bayda, Dahle’, Hodeidah, Abyan e Shabwa. Tutti gli schieramenti hanno impedito l’accesso agli aiuti umanitari. Secondo le Nazioni Unite, nel 2020 circa l’80% della popolazione ne avrebbe avuto bisogno, così come di protezione internazionale, avendo accesso limitato all’assistenza sanitaria o all’acqua potabile, mentre 20 milioni di persone vivono in condizioni d’insicurezza alimentare. Le parti in conflitto hanno aumentato le restrizioni burocratiche e hanno interferito nei progetti di aiuto, anche bloccando la valutazione delle necessità. L’aumento dei combattimenti ha ulteriormente limitato la libertà di movimento, impedendo la consegna degli aiuti. A marzo 2020, l’agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale ha sospeso l’erogazione di 73 degli 85 milioni di dollari promessi alle Ong che fornivano aiuti nelle aree a ovest controllate dagli Huthi.

Il rapporto stilato dall’Onu denuncia anche l’approvvigionamento d’armi. Gli Huthi hanno continuato “a rifornirsi di componenti critici per le loro armi da aziende in Europa e Asia, utilizzando una complessa rete di intermediari per nascondere la catena di approvvigionamento”. In particolare, i ribelli hanno reperito droni, dispositivi esplosivi da utilizzare in acqua e i missili a corto raggio sono assemblati nelle zone sotto il loro dominio. Componenti elettronici e motori “vengono acquistati dall’estero utilizzando una complessa rete di intermediari in Europa, Medio Oriente e Asia”.

Nel 2020 secondo le Nazioni Unite l’80% della popolazione civile aveva necessità di aiuti e protezione umanitari

Le tensioni nella regione sono iniziate già nel 2004, ma la guerra è aperta e praticamente ininterrotta dal 2015. Da anni gli Stati Uniti sostengono un coinvolgimento materiale dell’Iran, politicamente e religiosamente vicino ai ribelli, il quale avrebbe armato e addestrato gli Huiti per rovesciare il governo sunnita e destabilizzare la regione, guidata dall’Arabia Saudita e vicina nello scacchiere internazionale agli Usa. La ricerca effettuata dalle Nazioni Unite però non trova riscontro di questo sospetto, più volte smentito anche da Teheran. Emerge invece che componenti ed equipaggiamenti vengono forniti “via terra alle forze Huthi da individui ed entità con sede in Oman”, stato confinante a est. Il silenzio, salvo poche eccezioni, della stampa in Italia su una guerra così lunga e dai numeri drammatici lascia perplessi. Nell’ultimo incontro tra il ministro degli Esteri Di Maio e il suo omologo yemenita Ahmed Awad Bin Mubarak, avvenuto il 2 dicembre 2021 a Roma, il capo della Farnesina ha mostrato pieno sostegno al governo internazionalmente riconosciuto di Hadi, auspicando una soluzione pacifica, ma senza proporre alcuna azione concreta per agevolare questo processo.