Non solo Ucraina. Dallo Yemen alla Siria, ecco le guerre dimenticate che oggi si combattono nel mondo

Il conflitto nell'Est Europa è quello che ha provocato più indignazione nell'opinione pubblica. Ma nel nostro Pianeta ci sono almeno altri trenta conflitti. Save the Children lancia l'allarme: ci sono Paesi in cui i bambini vivono ogni giorno l'inferno

C’è l’Ucraina. E poi ci sono le guerre dimenticate. Quelle che arrivano raramente sugli schermi delle TV, di cui la politica non si occupa, che non generano indignazione nell’opinione pubblica, e contro cui nessuno manifesta. Eppure sono guerre non meno cruente, che generano abissi di distruzione e morte non meno profondi. Quella che si combatte da sette anni in Yemen ad esempio. Il nuovo report “No Place is safe” stilato da Save the Children, che include un’indagine su 400 bambini provenienti da otto dei 21 governatorati dello Stato mediorientale, fa sapere che il 60% dei bambini conosce qualcuno che è stato ferito durante i sette anni di conflitto nel Paese e per un quarto di essi si tratta di un membro della propria famiglia.

La ricerca ha inoltre rivelato che quasi l’80% dei bambini è costantemente preoccupato per la propria sicurezza e per quella della propria famiglia e amici. La maggioranza di loro ha affermato di impiegare molto tempo per elaborare qualsiasi tipo di shock o stress. Oltre il 70% dei bambini ha riferito di aver subito un attacco alla propria scuola almeno una volta e quasi la metà ha riferito che la propria struttura sanitaria locale è stata colpita dai combattimenti. Secondo il rapporto “le famiglie stanno gradualmente perdendo la loro capacità di resilienza e circa la metà dei bambini in tutto il paese lotta per elaborare il proprio disagio mentale”,  denuncia Save the Children.

In Yemen si combatte una guerra da sette anni

“Negli ultimi sette anni, abbiamo visto come uno spietato conflitto creato dall’uomo ha fatto pagare ai bambini un prezzo che va oltre la fame e la malattia. I bambini sono stati aggrediti mentre giocavano a calcio, nei loro banchi nelle scuole, nei loro letti negli ospedali, nelle loro case e al mercato. Vengono uccisi a migliaia, mutilati, sfollati e traumatizzati al punto che la maggior parte di loro ora vive in uno stato di paura e ansia costante”, ha dichiarato Rama Hansraj, direttore di Save the Children in Yemen. “In un luogo in cui i cortili delle scuole sono sotto tiro dei cecchini e i parchi giochi sono trasformati in cimiteri, i bambini si stanno lentamente ritirando dalla dimensione sociale e non sono in grado di giocare all’aperto e interagire con i loro coetanei. Tutto ciò sta minando la loro capacità di sviluppare la propria personalità e sta impedendo loro di attivare i meccanismi per la gestione dello stress. Semplicemente, questo non è un posto dove un bambino può vivere e forse nemmeno per un adulto”. “Questo lungo conflitto in Yemen sta trasformando il Paese in un inferno in terra per i bambini. Ma la cosa peggiore è il fatto che negli ultimi sette anni sembra che il mondo abbia scelto di chiudere gli occhi o guardare dall’altra parte. Occorre cambiare questo stato di cose e la comunità internazionale deve unirsi e impegnarsi per porre fine a queste sofferenze inutili, una volta per tutte”, conclude Hansraj.

In Siria un’altra guerra dimenticata. La minaccia dell’Isis è stata ridotta ma non è scomparsa del tutto

Le guerre dimenticate nel mondo

Sono oltre trenta i conflitti in atto nel mondo, ma molte di queste non fanno notizia, come non esistessero. Vediamo le principali, oltre allo Yemen.

Siria

La minaccia dell’Isis è stata ridotta ma non è scomparsa del tutto, Bashar al Assad è rimasto saldo alla poltrona anche grazie al sostegno politico e militare di Vladimir Putin, mentre i curdi siriani sono stati abbandonati al loro destino. Assad deve fare i conti con le sanzioni europee in vigore dal dicembre 2011. Esse includono un embargo petrolifero e il congelamento degli asset della Banca centrale siriana entro i confini dell’Ue.

In Mali circa 2 milioni di individui sono stati costretti a scappare dalle proprie abitazioni

Mali

Dopo che in meno di un decennio, circa 2 milioni di individui sono stati costretti alla fuga dalle proprie abitazioni in cerca di riparo in altre aree del Mali o nei Paesi limitrofi, con una impennata di 330mila solo nel 2020, lo scorso 14 dicembre, il generale francese Etienne du Peyroux, capo dell’operazione Barkhane, ha salutato il nuovo comandante maliano nella base francese di Timbuctù e dato formalmente il via all’uscita di Parigi dalla lotta contro al terrorismo che ha impiegato oltre 5mila soldati. Si calcola che nel frattempo i morti abbiano superato la cifra di 15mila. In nove mesi, dall’estate del 2020 alla primavera del 2021, si sono consumati ben due golpe. L’intervento militare transalpino aveva preso il via con l’obiettivo di fermare l’avanzata della minaccia jihadista nel paese e in tutta l’area del Sahel. Ora comincerà una progressiva diminuzione che prevede solo un presidio a ridosso delle frontiere con Burkina Faso e Niger dove saranno attive le basi di Gao, Ménaka e Gossi. Un ritiro che può essere anche letto come il sostanziale fallimento di un’operazione di peace keeping durata oltre otto anni, mentre la minaccia terroristica non si è affatto conclusa, anzi, il 2021 ha segnato la crescita nel numero di attacchi mortali messi a segno in gran parte da forze jihadiste o da bande armate in azione in Mali, in Burkina Faso e in Niger.

Oggi dei 6,5 milioni di abitanti della regione tigrina, in Etiopia, 5,2 si trovano in stato di elevato bisogno alimentare

Tigray – Etiopia

Il conflitto nel Tigray è iniziato nel novembre dello scorso anno quando il Tplf (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray), aveva indetto e tenuto delle elezioni senza il permesso di Addis Abeba, prendendo possesso di caserme e armamenti dell’esercito. Ha fatto quindi seguito un’escalation militare avviata dal premier Abiy Ahmed, premio Nobel per la pace nel 2019, che ha trascinato in pochi mesi tutte le regioni settentrionale in uno stato di terribile conflitto, determinando una gravissima emergenza umanitaria. Oggi dei 6,5 milioni di abitanti della regione tigrina, 5,2 si trovano in stato di elevato bisogno alimentare e gli sfollati interni superano i due milioni. In aumento anche i flussi di profughi verso i paesi limitrofi.

Nagorno Karabakh

Grazie all’accordo del novembre 2020 sotto la regia della Russia, l’Azerbaigian ha recuperato i sette distretti contesi e parte del Karabakh. Mosca punta sulla la normalizzazione dei rapporti tra Turchia e Armenia nell’intento di aprire linee di trasporto ed energetiche nella regione. L’Azerbaigian è favorevole all’instaurazione di una pace duratura che possa favorire lo status quo.