Hikikomori, in Italia sono oltre 100mila i ragazzi e le ragazze che si auto isolano fra quattro mura

Sul fenomeno, conosciuto e studiato in Giappone (dov'è nato), non esistono stime ufficiali nel nostro Paese. La disperazione e le testimonianze dei genitori: “La stanza di Federico? Una tomba. Tapparelle abbassate sempre, di giorno e di notte, e computer perennemente acceso"

Hikikomori, prigionieri senza sbarre alle finestre. Auto reclusi. Individui (spesso giovanissimi) agli arresti domiciliari, colpevoli di nessun reato ma determinati a scontare una pena auto inflitta, inconsapevoli di quanto questo potrà durare. Un mese? Un anno? Dieci… In Italia non esistono dati ufficiali, ma le stime parlano di almeno 100mila casi di ragazzi reclusi nella propria camera.

“La sua stanza? Una tomba. Tapparelle abbassate sempre, di giorno e di notte. Luce spenta, sempre. Computer acceso, sempre. Porta al 90 per cento chiusa a chiave. Da lì te ne accorgi che c’è qualcosa che non va“: queste le parole di Massimo, il papà di Federico, 25 anni.

“Fino a 17 anni mia figlia ha fatta una vita come tutti gli altri ragazzi; poi, poco a poco, ha iniziato a isolarsi. Un giorno ho letto la bozza di un suo tema, non me lo dimenticherò mai… sembrava scritto da un computer, da una macchina, era completamente privo di ogni emozione. Mi sono detta: mia figlia non sta bene. A quel punto devi trovare il coraggio di guardare in faccia la realtà“: il racconto di Alessandra, madre di Nina, 23 anni.

Antony, 19 anni, di Roma

Antony, 19 anni, di Roma

“La cosa più difficile da capire è che non si tratta solo di pigrizia, ma prima di rendertene conto è passato del tempo e la situazione è già diventata grave“: Giuseppe, padre di Antony, 19 anni.

Storie, voci, testimonianze di genitori alle prese con un nemico subdolo, capace di portare via la vita ai loro figli semplicemente rinchiudendola in una scatola. Anzi, in una serie di scatole composte da quattro mura, un computer e… la loro testa. Impossibile uscirne, difficilissimo accedervi. Il motivo? “L’esterno per noi è un posto molto freddo, tende ad allontanarci“, le parole di Antony, 19 anni. “I limiti imposti dalla pandemia? Praticamente non me ne sono accorto, se non per un fatto: nell’isolamento volontario c’è sempre l’opzione di poter uscire, non c’è una punizione. Ma la mia scelta è comunque un’altra. Il mio futuro? Vorrei prepararmi per andare via dalle città e distanziarmi completamente da tutto e da tutti“: Fred, 21 anni. “Della società non mi piacciono le etichette, chi ha qualche cosa di diverso viene allontanato: ti senti un numero. Ma infondo mi piace questa cosa, proprio perché sono diversa dagli altri“: Matilde, 14 anni.

Ragazzi in disparte

Fred, 21 anni, di Roma

Fred, 21 anni, di Roma

Racconti di vita vissuta, frammenti di dolore ed emozi0ni messi insieme da Dario Casani per dar vita a Ragazzi in disparte, documentario sul fenomeno degli Hikikomori girato a Roma e realizzato dalla Caritas in collaborazione con l’Associazione Hikikomori Italia genitori. Il fenomeno, purtroppo, è noto, anche se in Italia ancora non riconosciuto.

Con il termine Hikikomori si indicano le persone che decidono volontariamente di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (si può trattare di mesi o anni). Ragazzi e ragazze che si rinchiudono nella propria casa o addirittura nella propria stanza, senza nessun contatto diretto con il mondo esterno. Nei casi più gravi interrompono anche ogni relazione con i familiari. La parola “Hikikomori” infatti in giapponese significa “stare in disparte” o “staccarsi”. Il fenomeno nasce in Giappone dove, attualmente, si contano oltre un milione di casi; riguarda soprattutto persone di età compresa tra i 15 e i 40 anni, prevalentemente maschi (90%).

Le cause

Ma quali sono i fattori che contribuiscono a far nascere il fenomeno? Cause caratteriali: gli Hikikomori sono spesso ragazzi timidi e sensibili, per questo fanno fatica a integrarsi in un gruppo e ad affrontare le difficoltà e le delusioni della vita – spiegano alcune stime, niente dati né ricerche ufficiali da parte dell’Oms – . Situazioni familiari: spesso gli Hikikomori hanno genitori separati o uno dei due risulta assente in famiglia. Si rileva una mancanza di comunicazione e la difficoltà a relazionarsi; questo porta al rifiuto di aiuto da parte del figlio. La scuola: l’ambiente scolastico viene molte volte vissuto in modo negativo, per lo stress dei voti, la pressione dei professori e dei genitori o eventi di bullismo, rappresentati da derisioni, forme di abuso ed esclusione dal gruppo. Cause sociali: gli Hikikomori hanno una visione molto negativa della società, non vogliono o non riescono a integrarsi. La società li schiaccia con aspettative per cui non si sentono all’altezza. Le conseguenze possono essere, oltre all’isolamento, la nascita di disturbi psicologici, le dipendenze da internet e dai videogiochi. Queste ultime infatti non sono una causa primaria, in quanto spesso si manifestano dopo l’isolamento.

Non solo Giappone

Eva, Alessio, Alessandro e Davide sonoi protagonisti di ’Essere Hikikomori. La mia vita in una stanza’

Eva, Alessio, Alessandro e Davide sono i protagonisti di ’Essere Hikikomori. La mia vita in una stanza’

Ma chi pensa che questo fenomeno riguardi solo il Giappone, si sbaglia. Negli ultimi anni si sta infatti scoprendo che colpisce anche altri Paesi, Italia compresa. Non esistono nel nostro Paese dati ufficiali, ma si stimano almeno 100mila casi di ragazzi reclusi nella propria stanza. A differenza di ciò che accade in Giappone, in Italia la fascia di età interessata scende ed è compresa tra i 14 e i 30 anni.

Il periodo più delicato è il passaggio dalle scuole medie alle scuole superiori, infatti l’età media in cui si manifestano i primi segnali evidenti di Hikikomori sono intorno ai 15 anni. Il sito gestito dall’associazione Hikikomori Italia fornisce informazioni sul fenomeno ed una chat di supporto. Inoltre ha organizzato un sondaggio che ha coinvolto 288 genitori di ragazzi Hikikomori, da cui si è scoperto che l’87% delle famiglie coinvolte ha un figlio maschio.

Eva, Alessio, Alessandro e Davide sonoi protagonisti di ’Essere Hikikomori. La mia vita in una stanza’

Eva, Alessio, Alessandro e Davide sono loro i quattro protagonisti di ’Essere Hikikomori. La mia vita in una stanza’

“Nell’adolescenza è normale talvolta avere la necessità di momenti di solitudine, cercando uno spazio personale – spiega la psicologa Maria Cecilia Monge – . Il fenomeno però va oltre tale necessità, estremizzandola e creando una situazione che porta l’individuo a chiudere totalmente i contatti col mondo esterno. Fra le conseguenze legate all’isolamento, l’insorgere di disturbi psicologici e, da sottolineare, come le paure che hanno portato alla chiusura non faranno siano destinate ad aumentare e ingigantirsi”.

Cosa fare, cosa evitare

I genitori di ragazzi Hikikomori come possono intervenire?  “È importante non giudicare ed evitare di disperarsi o di forzare i ragazzi ad uscire dall’isolamento; in questo modo non farebbero che peggiorare la situazione – spiegano gli addetti ai lavori – . Inoltre, bisogna che facciano di tutto per non perdere i contatti con loro, cercando il dialogo anche su questioni legate alla quotidianità, spiegando loro che l’isolamento non ferma il tempo. Importante restate uniti,  senza forzare la situazione . Gli amici e i compagni hanno un ruolo importante e i legami devono essere mantenuti saldi”.

Hikikomori in Italia: oltre 100mila

Non  hanno date sul calendario. Vivono alla giornata. Il loro mondo sono le loro stanze da letto e i loro computer sono le loro finestre. Sono gli Hikikomori, un termine giapponese diventato tristemente familiare anche in Italia. Letteralmente significa “stare in disparte”: sono i ragazzi isolati, che tagliano fuori il mondo e la realtà dalle proprie camere. In Italia sono oltre 100mila ma si tratta di un fenomeno sommerso e potrebbero essere molti di più. È un fenomeno che riguarda soprattutto i giovani dai 14 ai 30 anni, principalmente maschi (tra il 70% e il 90%), anche se il numero delle ragazze isolate potrebbe essere sottostimato dai sondaggi effettuati finora. Vivono un disagio adattivo sociale, comune denominatore nei paesi economicamente sviluppati del mondo.

Si può sapere qualcosa di più anche grazie ad un documentario, Essere Hikikomori. La mia vita in una stanza, di Sky Original, prodotto da Sky e Fidelio, scritto e diretto da Michele Bertini Malgarini e Ugo Piva, in onda da gennaio su Sky Documentaries, disponibile anche on demand e in streaming su NOW. E’ la storia di 4 ragazzi poco più che ventenni, delle loro speranze, delle loro aspirazioni, dei difficili rapporti con le famiglie e dei loro coraggiosi tentativi di venirne fuori. Vite complicate e incastrate nel buio delle loro stanze. Sono Eva, Alessio, Alessandro e Davide e hanno scelto di non uscire mai più dalla loro stanza. Non hanno uno scopo nella vita. Di giorno, dormono. Di notte, vivono, isolandosi dai ritmi normali. Non riuscendo ad avere rapporti con persone reali, ma solo rapporti online dove si sentono meno giudicati.

Eva, Alessio, Alessandro e Davide

Eva, Alessio, Alessandro e Davide sonoi protagonisti di ’Essere Hikikomori. La mia vita in una stanza’

Eva, Alessio, Alessandro e Davide sono loro i quattro  protagonisti del documentario ‘Essere Hikikomori. La mia vita in una stanza’

I ritirati dalla vita sociale, fuori  da tutto per periodi che possono andare, da alcuni mesi fino a diversi anni, si rinchiudono nella propria stanza da letto, senza aver nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno, talvolta nemmeno con i propri genitori, disperati.

Il documentario traccia un percorso narrativo personale per raccontare le cause sociali-familiari-caratteriali del loro isolamento, le caratteristiche del loro quotidiano, il vivere al buio come vampiri, il non mangiare, la perdita della percezione del tempo, la dipendenza da internet e infine, le speranze di rinascita personale.

Spazio anche ad altri, fondamentali, punti di vista. Quello dei genitori che si mettono a nudo condividendo le proprie, drammatiche testimonianze e i loro difficili tentativi di creare un dialogo con i figli, nel tentativo di aiutarli a uscire e quello di Marco Crepaldi, fondatore dell’associazione nazionale Hikikomori Italia, che da anni si occupa di sensibilizzazione, supporto e formazione sul tema dell’isolamento sociale volontario giovanile.

Il fenomeno Hikikomori

’Essere Hikikomori. La mia vita in una stanza’ è il documentario scritto e diretto da Michele Bertini Malgarini e Ugo Piva in onda su Sky

’Essere Hikikomori. La mia vita in una stanza’ è il documentario scritto e diretto da Michele Bertini Malgarini e Ugo Piva in onda su Sky

Si tratta di un fenomeno multifattoriale che deriva principalmente dalle pressioni di realizzazione sociale: si evidenzia nel ragazzo una sensibilità spiccata, la paura dello stare in relazione, l’introversione, l’amore per la solitudine. Ma a questo si aggiunge una famiglia nella quale sono presenti alte aspettative prestazionali sui figli, la richiesta di raggiungere risultati importanti nella vita, sia in termini scolastici sia in termini di risultati in generale. Il ragazzo, di fronte alle aspettative piuttosto alte che generalmente vengono esercitate dalla scuola o dall’ambiente, di fronte ad un mondo esterno che chiede di essere simpatico, bello e di avere successo, preferisce isolarsi.
Non è una psicopatologia ma può creare patologie psicologiche e psichiatriche a causa del prolungato isolamento: disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, dipendenza da internet: la pandemia ha avuto indubbiamente un forte impatto sulla realtà degli Hikikomori.

Hikikomori e pandemia

La parola “Hikikomori” infatti in giapponese significa “stare in disparte” o “staccarsi”. Il fenomeno nasce in Giappone dove, attualmente, si contano oltre un milione di casi; riguarda soprattutto persone di età compresa tra i 20 e i 40 anni, prevalentemente maschi (90%)

La parola “Hikikomori”  significa “stare in disparte” o “staccarsi”: il fenomeno nasce in Giappone dove si contano oltre un milione di casi; riguarda soprattutto persone di età compresa tra i 20 e i 40 anni

Durante il lockdown, nelle persone isolate da molto tempo, si è riscontrato un effetto paradossale con un conseguente miglioramento. Dopo tanto tempo infatti si sono sentite come tutti gli altri: tutti stavano a casa come loro con una conseguente diminuzione della pressione sociale. Chi, invece, non era ancora entrato in isolamento o ne stava uscendo ha subito una regressione ed un peggioramento della condizione. “La situazione dovuta alla pandemia si è riversata, naturalmente, anche sulle famiglie che stavano cercando di lavorare sul rapporto con il figlio – spiegano i portavoce dell’associazione Hikikomori Italia – . In alcuni casi, quelli in cui la famiglia non è ancora dotata di molti strumenti, l’impatto è stato devastante, con un vero e proprio balzo all’indietro. In altri casi, dove la famiglia era già più strutturata con varie strategie di lavoro, si è invece riusciti ‘quasi’ a giovarsi della dimensione più intima familiare dovuta alle restrizioni sociali”.

I segnali

I comportamenti tipici  inizialmente sono: il rifiuto saltuario di andare a scuola, il graduale abbandono delle attività sociali (ad es.: le attività sportive), una progressiva inversione del ritmo sonno-veglia e la preferenza per attività solitarie (ad esempio giocare ai videogames, guardare serie televisive).

La parola “Hikikomori”  significa “stare in disparte” o “staccarsi”: il fenomeno nasce in Giappone dove si contano oltre un milione di casi; riguarda soprattutto persone di età compresa tra i 20 e i 40 anni

La parola “Hikikomori”  significa “stare in disparte” o “staccarsi”: il fenomeno nasce in Giappone dove si contano oltre un milione di casi; riguarda soprattutto persone di età compresa tra i 20 e i 40 anni

Secondo stadio: il giovane comincia ad essere consapevole della pulsione che lo spinge all’isolamento e la attribuisce a determinati contesti o relazioni sociali. Il soggetto comincia a non uscire più con gli amici, abbandona progressivamente la scuola, inverte totalmente il ritmo sonno-veglia e trascorre quasi tutto il suo tempo chiuso in camera da letto. I contatti sociali con il mondo esterno sono solo quelli virtuali (ad esempio chat, forum e giochi online). Il rapporto con i familiari è conflittuale.
Terzo stadio: il giovane si isola totalmente dal mondo esterno, si allontana anche dai genitori e dalle relazioni sviluppate in rete. C’è il rischio che possa sviluppare psicopatologie.
Una volta che l’Hikikomori ha raggiunto il terzo stadio, è molto difficile riuscire a riportarlo alla vita sociale e spesso è necessario un intervento lungo e articolato, che potrebbe durare anche anni.
Per questo motivo è fondamentale intervenire già nel primo stadio, quando si manifestano i primi segnali. In questa fase i genitori devono cercare di confrontarsi spesso con il figlio, provando a comprendere quali siano le motivazioni sottese che lo portano ad isolarsi.