“Ho imparato a trasformare la crisi in opportunità. La mia luce la voglio condividere, come artista presente e impegnata”

Artista completa, produttrice discografica, direttrice. Veronica Vitale, in arte I-Vee, si racconta da "guerriero della luce", una carriera ricca di successi e di impegno: "Vorrei che la mia storia ispirasse le persone a non mollare"

L’immagine che mi viene in mente parlando con lei è quella di un diamante, un minerale grezzo, sporco, che solo con un’attenta e paziente lavorazione è riuscita a splendere. Da quella pietra, quasi indistruttibile, dalle mille sfaccettature, se messa in controluce si sprigiona un arcobaleno di colori, come quello sulla sua frangetta. Veronica Vitale, in arte I-Vee, artista italo-americana, ci racconta “Io sono un guerriero della luce. La luce che trovi in Transparent, la mia ultima produzione, quando nel video vedi un raggio che penetra dalla finestra e mi colpisce alle spalle, dove fino ad ora ci sono stati soltanto coltelli”. Quello di cui parla I-Vee è un canto di rinascita e difesa contro ogni forma di bullismo, abuso di potere e di autolesionismo. Gli stessi temi ripresi e ampliati con Nobody is perfect (clicca qui per il video), il brano composto con Bootsy Collins, leggendario bassista di James Brown, e contenuto in “Nobody is perfect experience”, il nuovo Ep. La sua arte, in questo caso, è uno strumento per battersi contro il razzismo, gli stereotipi e la discriminazione, promuovendo il movimento di “Body Positivity“.

Temi difficili, impegnati, che l’artista ha vissuto personalmente. Dopo una serie di spiacevoli accadimenti che hanno segnato la sua adolescenza, Veronica Vitale ha infatti deciso di lasciare l’Italia per inseguire il suo sogno prima in Europa e poi in America. Premiata nel 2010 al Der Musikmesse International Press Award (MIPA) per l’album di debutto Nel mio bosco Reale, è stata coinvolta come unica voce italiana nella campagna di raccolta fondi Song’s for Japan promossa da Lady Gaga a supporto delle vittime dello tsunami e del terremoto di Fukushima del 2011. Ancora, dopo essersi aggiudicata il premio Act of Lovingkindness Award 2015 con il titolo di “Ambasciatore del movimento Groovemints Girls“, l’anno scorso, durante la pandemia, ha scritto e composto la preghiera per l’umanità Hymn To Humanity, poi rilanciata in una versione corale che unisce oltre 200 voci e 25 lingue (clicca qui), e ha fondato “Artist United – Organizzazione Non Profit e Piattaforma Artistica gratuita” per coinvolgere artisti di ogni nazione in progetti per il sociale. “La luce l’ho vista la prima volta quando la mia vita era in macerie e mi stavo fermando, l’ho vista in un pensiero oscuro ed è arrivata come quando guardi dal buco della serratura. Era lieve, fioca, ma è stata abbastanza per permettermi di non mollare”. E ora quella luce la dona agli altri.

 

Veronica la possiamo definire un’artista impegnata?

“Assolutamente, mi piace essere a 360 gradi sul mio lavoro ma anche ‘essere presente’ ecco. Molti artisti tendono a prendere le distanze dal pubblico e dalle cause sociali, che invece sono una cosa importantissima, perché altrimenti se non partecipiamo al mondo non serviamo a niente. Dobbiamo essere messaggeri di pace e speranza. E nelle mie produzioni io sono anche direttore, perché ho voluto dirigere completamente, essere presente in ogni passaggio”. 

In Italia è difficile da trovare una figura come la sua, una donna che si occupi anche di direzione e di produzione

“Io voglio assumermi la responsabilità di quello che faccio. In Italia è difficile, molte volte si parte dal presupposto che si firma un contratto discografico, con un determinato management, e loro dettano i ritmi di quello che fai e come lo fai. È una cosa che con me non funziona. Io fino a una certa età voglio continuare a produrre e a dare tutta l’energia che ho dentro, poi più in là possiamo adattarci ai tempi di qualcun altro. A me è sempre piaciuto essere leader, perché conosco il mio carattere, conosco quello che posso fare. Ed è per questo che sono andata all’estero, dove ho avuto la possibilità di non solo fare quello che volevo a mio modo, ma anche fare un passo in più, andare verso l’avanguardia”.

Che è poi il genere musicale di cui si occupa, no? Così vuole rispecchiare la società?

“Sì io faccio un genere futurista che si chiama “Musica Liquida e Genere Fluido”. Il manifesto dell’arte che ho fondato parte proprio dai principi della società liquida di Zygmunt Bauman, che parla delle crisi e delle riprese, dei momenti di infelicità e di felicità, ma anche della mobilità che abbiamo oggi professionalmente. Parla della modernità liquida. La stessa cosa faccio io con la musica, come unico modo di poter trasformare anche la crisi in opportunità”.

ph. Darek Johnson

È impegnata in molte cause sociali, tra cui la questione femminile. L’arte può essere vettore di cambiamento?

“Secondo me sì. Mi piacerebbe passare il messaggio di una donna non è soltanto cantante o cantautrice, ma artista e donna di cultura. Spesso si sottovaluta l’idea di un artista che abbia anche un’istruzione: io ho tre lauree. Il discorso è semplice: quando sei donna già non ti prendono in considerazione e devi fare mille volte di più per entrare nella normalità, quello che invece per un uomo è dato per scontato. E quando sei un’artista indipendente deve dimostrare almeno tre volte di più di essere brava rispetto a un livello ‘normale’ che viene accettato per chiunque altro e magari passa per i talent o per una casa discografica major. Per me ci sono stati tanti gradi di discriminazione che ho dovuto rompere. Il cambiamento spaventa, all’inizio, ma l’essere umano è capace di adattarsi in fretta. Il primo secondo sei emozionato, il secondo l’hai già fatto tuo”. 

In Italia il cambiamento fa paura?

“Esattamente. Quello che va compreso è che il cambiamento arriva, non possiamo fermarlo. Quindi tanto vale abbracciarlo e far sì che ci somigli piuttosto che avere poi un estraneo in casa. Quel cambiamento aprirà le porte. E la stessa cosa con la musica. Nel 2010 sono andata via dall’Italia perché avevo già fatto tutto, da Castrocaro al Premio Mia Martini e quant’altro. Mi era rimasto solo il talent e non volevo farlo. Secondo me un Jimi Hendrix o un Johnny Cash non possono essere scoperti in un talent show, dove ti si richiede di essere sempre uguale. Sentivo la presenza di un nemico invisibile molto più grande di me, che faceva le scelte sul mio destino senza ascoltarmi. Io invece volevo un nemico dai contorni definiti con cui confrontarmi”.

A chi si ispira? E quali sono i valori base a cui non può rinunciare?

“Il mio modello è stata Caterina Caselli. Mi sono sempre chiesta perché ci fossero poche donne che facevano discografia come lei. Io volevo fare di più. Vorrei portare in Italia e ovunque l’idea di una storia che non ha bisogno di compromessi ‘sporchi’ per arrivare. I valori irrinunciabili per me sono la famiglia, la giustizia ed essere apposto con la mia coscienza: quando mi sveglio la  mattina mi guardo allo specchio e poi esco; quando rientro, qualunque cosa sia accaduta fuori, io voglio rivedere la stessa persona”. 

Quando ha sentito che la musica era il tuo motore di vita?

“Quando mi ha salvato la vita. All’età di 10/11 anni ho avuto una serie di ‘incidenti’, sono stata vittima di bullismo, avevo smesso di parlare. Mentre la vita mi toglieva la parola Dio mi ha dato il linguaggio universale della musica, ho iniziato a suonare il pianoforte in casa di una parente senza aver mai studiato. Qualche anno più tardi papà mi ha portato da un esperto di musica del conservatorio che mi disse che le mie erano composizioni, infatti me ne chiese una per un suo esame”. 

Veronica Vitale e Bootsy Collins

Il suo ultimo EP contiene il brano Nobody is perfect. Quindi nessuno è perfetto, ma tutti unici?

“Non ci sarà mai una persona uguale a noi in tutto l’universo. Ognuno ha un proprio destino e una propria missione, ma la nostra vita è inevitabilmente legata al destino di qualcun altro. Per quanto riguarda il brano ha anche un’altra connotazione: quando quel nobody non è solo ‘nessuno’ ma se diviso no body diventa ‘nessun corpo è perfetto’. Vorrei infatti parlare di una nuova estetica della musica, una nuova idea di corpo positivo, l’immagine di una persona imperfetta ma comunque bella”.

Un messaggio importantissimo sulla body positive che si applica anche alle artiste?

“Se sei donna, a prescindere, sei già criticata. Poi ti domandano come sei arrivata lì. Se non ce la fai è perché non valevi niente, ma quando ce la fai si passa al secondo livello: sei bella? allora sei ‘bella e stupida’; non sei bella? ‘almeno sei intelligente’. Noi stiamo rompendo dei grandi schemi di discriminazione riguardo alle donne, proprio in questi anni. Non dobbiamo arrenderci, anche se ci criticheranno sempre per un solo principio, molto semplice: le persone infelici non possono essere felici della felicità degli altri. E allora perlomeno prendendo decisioni col cuore non vivremo di rimpianti”. 

Ci hai parlato delle difficoltà nel tuo percorso artistico. E la tua vita, invece, com’è stata finora?

“Vengo da un paese molto piccolo in provincia di Napoli, vicino Pompei. Sono cresciuta con degli incubi. Non ho mai avuto qualcuno che mi abbia dato una pacca sulla spalla ma persone che hanno sempre negato la mia verità, qualunque cosa dicessi. Sono cresciuta in un clima di completa opposizione. Però credo che tutti abbiano bisogno di un piccolo paese con il quale crescere, per poi rinascere. Ho avuto una favola diversa, il lieto fine l’ho trovato perché ho avuto coraggio di entrare nel bosco. E ho trovato la più grande dimostrazione di empatia quando ho composto la preghiera per l’umanità (Hymn To Humanity), invitando altri artisti a partecipare al mio progetto. Quella è stata la più grande forma di empatia oltre a mio padre”.

Quale obiettivo ti poni?

“Non mi interessa il disco di platino, o meglio, anche quello, ma più di tutto vorrei incontrare una persona che mi dica ‘Grazie a te non mi sono arresa’”.

Hai subito discriminazione, in Germania prima e in America poi?

“In Germania ho dovuto combattere con tantissima discriminazione perché ero italiana. Lo ricordo come il periodo più freddo della mia vita perché non parlavo tedesco ma solo inglese, non avevo amici ma solo il mio team discografico e ho passato 2 anni in aereo avanti indietro per fare gli esami universitari in Italia; quando tornavo lavoravo. Mi ha dato grandi soddisfazioni ma perché mi sono concentrata per due anni solo sulla discografia e nient’altro. In America sono ripartita completamente da zero. All’inizio ero parzialmente discriminata perché bianca, sono cresciuta in una comunità afroamericana a Cincinnati (Ohio) però poi no. Lì c’è tanta meritocrazia, democrazia, c’è libertà  di espressione. Purtroppo oggi vivo tra due mondi in collisione: l’Italia è un Paese meraviglioso ma pieno di tradizioni che non permettono di accettare che l’artista possa fare tante cose; in America l’idea è opposta, tagliare tutte le persone che non servono sul serio, vai con gli essenziali”.

Cosa possono e devo fare le ragazze che vogliono intraprendere la strada della musica?

“Prima di tutto rispondere alla domanda ‘Io cosa voglio fare con la musica?’, che è la stessa che mi ha fatto mio papà quando abbiamo cominciato. L’artista non può e non deve essere ovunque, altrimenti termina la curiosità e nessuno più si interessa di te. Questa è la prima cosa. E poi non deve essere commiserata (quanto spesso vediamo i ‘drammi’ in tv), deve avere dentro un mondo che viene svelato parzialmente ma non tutto, rimane il mistero. A chi vuole intraprendere questo percorso direi di mantenere i piedi per terra e lavorare sodo, mantenere una propria coscienza limpida e non essere schiava degli altri. Questo è quello che dovrebbero fare tutte le persone che non vogliono fare la bella vita con la musica ma fare della musica una missione. La musica è un investimento non un guadagno”.