Il catalogo delle single di Lecco, condannato un 57enne. L’avvocata: “Sentenza importante. Su internet ci sono diritti e limiti da rispettare”

Antonio Nicola Marongelli nel 2017 si era impossessato dei dati di donne su Facebook e li aveva venduti per pochi euro. Marisa Marraffino ha difeso alcune delle vittime: "Molte hanno avuto paura o si sono sentite in colpa. È importante che si parli di sentenze come questa"

Cinque euro. Tanto valeva la dignità di 1.218 donne finite nel “catalogo delle single di Lecco“. Una vicenda che a raccontarla non ci si crede, per la quale pochi giorni fa è stato condannato a 18 mesi un 56enne, Antonio Nicola Marongelli. Nel 2017 Marongelli ha pensato bene di aggregare dati e foto di oltre un migliaio di ignare donne iscritte a Facebook e farne una sorta di volantino, mettendolo poi in vendita online per pochi euro, anzi “Al costo di un singolo drink! Quanto tempo impiegheresti per cercarle tutte”, come ha scritto in copertina. Una réclame che evidentemente ha colto nel segno, visto che prima del sequestro preventivo il catalogo è stato scaricato 38 volte, anche negli Stati Uniti. Un successo editoriale che gli è valsa la condanna per diffamazione aggravata e trattamento illecito dei dati personali.
Ma quello che per Morongelli era un business destinato a varcare i confini del Lario (aveva in animo di realizzare cataloghi di single in tutta Italia), per le vittime è stata “una gogna mediatica senza precedenti”, spiega l’avvocata Marisa Marraffino, che ha seguito il processo fin dall’inizio, dopo essere stata chiamata direttamente dalla consigliera per le pari opportunità di Lecco, Adriana Ventura.

 

Le vittime

L’avvocata Marisa Marraffino

Tra le 1.218 donne finite nel catalogo, 29 erano addirittura minorenni, una aveva solo 15 anni. C’erano poi anche vedove, disabili, persone alle prime armi con i social, che si sono sentite persino in colpa per aver ceduto all’apertura di un profilo su Facebook. “Lecco in quei giorni era in subbuglio – spiega Marraffino -, la città è piccola e la voce si è sparsa subito”. Ma con buona pace di chi pontifica sulla rapidità con cui la vittima di una molestia dovrebbe denunciare, molte di queste donne si sono vergognate così tanto, hanno avuto così tanta paura di essere contattate da sconosciuti, che hanno tentennato prima di presentare querela. “Alcune inizialmente non l’hanno detto neppure in famiglia – prosegue la Marraffino, che ha raccolto la querela di 14 donne e ha difeso otto parti civili -, mano a mano le ho viste rinascere, recuperare forza e dignità, è stato un percorso molto bello sul piano umano. E, da un punto di vista giuridico, molto interessante”.

Le testimonianze

Per capire gli effetti devastanti del catalogo, che il suo autore ha definito “nato per caso”, ecco alcune testimonianze da brividi delle vittime, che con molte difficoltà hanno sfilato davanti al giudice per difendere la propria dignità, arrivando perfino a dover spiegare che “ero vergine, tutto volevo tranne che prestare consenso a queste cose”.

“Improvvisamente vieni buttato in questo pozzo nero, dove la gente può fare di te quello che vuole, può dirti quello che vuole, può prenderti in giro, può umiliarti, discriminarti, limitarti sul lavoro e tu non ce la fai a dirlo, ad affrontarlo. Non ce la fai a dire: ‘Sono sul catalogo’, io non ce l’ho fatta, non sono mai riuscita a dirlo a nessuno…”.

“Essere sbattuta in un catalogo come una mucca da portare al mercato è una cosa che ha avuto anche delle ripercussioni nell’ambito sociale. Quando la notizia è girata, amici e conoscenti chiedevano ‘Ma cosa hai fatto? Cosa hai combinato? Ma perché sei finita
lì?’, facendomi sentire in colpa, oltre all’essere finita in una situazione che io non avevo scelto, non avevo autorizzato. Mi sono sentita veramente rapinata”.

“Mi sono sentita quasi un oggetto, anche perché io, all’epoca, non ero single e quindi mi sono sentita proprio quasi mercificata, non è stata una bella sensazione. Ero in quinta liceo”.

E ancora: “So solo di essere stata molto male in quei giorni, ho avuto anche una crisi di pianto, di nervi, non mi vergogno a dirlo perché il senso di frustrazione, di violenza morale che ho provato in quel momento è stato forte”.

C’è chi è andata dallo psicologo per superare il trauma e chi ha subito conseguenze anche sul posto di lavoro. “Sono dirigente sindacale, ahimè un ruolo prettamente maschile. Entrando in trattativa iniziavano le battute: “È arrivata la single del catalogo”. E io quindi partivo già svantaggiata”. La sua colpa? Nessuna.

Il processo

L’imputato è stato condannato per due reati distinti, la diffamazione aggravata dal mezzo (a tutela della reputazione) e il trattamento illecito dei dati personali (a tutela della riservatezza). “Quello che è importante che si capisca – spiega Marisa Marraffino – è che internet non è una prateria senza regole. Per quanto riguarda la diffamazione, conta il contesto. Nessuno ha il diritto di prendere foto e dati personali e usarli in contesti e con scopi diversi da quelli per cui si è dato il consenso. E non importa che il profilo del social sia pubblico o privato: sarebbe, esasperando il paragone, come chiedere a una vittima di stupro se fosse vestita in modo succinto o meno”. Insomma, il processo di Lecco ha ribadito che “l’utente deve essere libero di pubblicare sui social ciò che vuole e con le modalità che preferisce, siano esse pubbliche o private”.

In questo caso il danno specifico alla reputazione è evidente: nessuna delle donne voleva vedersi inserita in un contesto di oscenità e volgarità quale quello del catalogo delle single. Alle vittime è stato tolta la libertà e l’autodeterminazione della propria identità digitale, tanto che alcune di loro hanno immediatamente cancellato il profilo Facebook. Ma c’è di peggio: queste donne, come spesso succede in caso di molestia, hanno subito malessere psicologico, limitazioni della propria vita di relazione, fino alla paura di essere contattate da sconosciuti e malintenzionati.

“È bene che si parli di sentenze come questa – conclude Marraffino -, perché tutti sappiano cosa si può e cosa non si può fare online. Abbiamo diritti e limiti, le vittime di questi reati provano un senso di colpa e di vergogna. Pensano di essersela cercata, magari perché avevano lasciato il profilo aperto. Ma la responsabilità è di chi non rispetta le regole, che ci sono e vanno conosciute. Per fortuna che c’è la giurisprudenza a mettere dei paletti lì dove non vengono rispettati”.