Il doping che non porta record: pasticche agli schiavi dei campi per lavorare fino a 12 ore senza avvertire fatica

Nel Lazio arrestato un medico: aveva emesso mille ricette per l'acquisto di un farmaco a base di ossicodone a carico del servizio sanitario nazionale. La sostanza era destinata agli indiani impiegati in turni massacranti nella raccolta di ortofrutta. Fra i cinesi si usa lo Shaboo: doparsi per lavorare è ormai la regola dello sfruttamento
Eravamo abituati a vederlo utilizzato nello sport da atleti (e relativi manager) irrispettosi di sé e del proprio corpo prima ancora che degli avversari che volevano superare, barando. Al massimo, se ne sentiva parlare fra studenti pentiti che dovendo immagazzinare nella mente in pochi giorni ciò che avevano trascurato per un anno intero –  cicale, dissipatrici di tempo – vi facevano ricorso più per darsi coraggio che  per imparare effettivamente qualcosa. Credevamo, insomma,  che il doping fosse roba da campioni senza scrupoli o da alunni senza voglia e metodo.
Invece lo si usa sempre più frequentemente per lavorare. E non succede fra eccellenze che puntano alla massima performance intellettuale in un frangente in cui e necessaria altissima applicazione. No,  il doping della specie più pericolosa è diffuso negli anfratti più bassi e dimenticati della società. Fra chi non deve lavorare di testa ma solo di muscoli, in un tran tran che altrove è ormai affidato ai robot. Che non si ammalano, non santificano feste, non scioperano. Ma che in agricoltura conviene ancora e assolutamente affidare ai migranti e alla forza fisica conseguente alla loro giovane anagrafe.

Raccolta di pomodori

Ossicodone antifatica

“Questo medicinale è indicato nel trattamento del dolore severo che può essere adeguatamente gestito soltanto con gli analgesici oppiacei”, si legge nel foglio illustrativo di una confezione di ossicodone, un potente antidolorifico, associato alla radioterapia in ambito oncologico. E segue, sul foglietto, un’intera “enciclopedia” di precauzioni, di veti se si ha una serie di patologie, di avvertenzeda applicare al minimo sintomo.
Ossicodone era prescritto a lavoratori indiani impegnati nei campi della provincia di Latina, nel Lazio, terzo distretto produttore italiano di ortofrutta da esportazione. Perché non avvertissero la fatica e lavorassero più a lungo con le loro paghe da fame. Le ricette per l’acquisto in dosi massicce del farmaco stupefacente erano emesse da un medico di 62 ann i della zona, arrestato nel maggio 2020 dopo una indagine dei Nas di Latina  in cui sono coinvolti anche una farmacista, un avvocato e la giovane compagna del medico. Il dottore aveva in pochi mesi rilasciato a 222 pazienti indiani, braccianti nei campi, mille  ricette  mediche per l’acquisto di circa 1500 confezioni di Depalgos 20 mg (15 euro l’una), con falsa esenzione del ticket per un valore di 24.158 euro. Il danno per lo Stato è calcolato in 146mila euro. Sulla stampa, qualcuno si è scandalizzato per l’ammontare della truffa. Ma qui il problema non è quanto sia stato sottratto allo Stato, bensì lo scopo dell’acquisto in dosi massicce di Depalgos, a base di ossicodone, che contiene sostanze simili a morfina: dopare i braccianti perché non avvertissero stanchezza, dolore fisico, gli effetti dello sfruttamento. Duecentoventidue indiani sono una goccia della comunità proveniente da quel paese che conta circa 30.000 persone nel basso Lazio. Tutti impegnati nei  campi, in estate nella raccolta dei prodotti.

Qual bracciante morto

I Nas accusano il medico, la farmacista, l’avvocato e la compagna del  medico  per illecita prescrizione di farmaci ad azione stupefacente, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, frode processuale, falso e truffa ai danni dello Stato: per i tre professionisti è scattata la misura dell’interdizione per un anno dalle rispettive attività.Le indagini presero il via  dalla morte di un bracciante indiano avvenuta nel 2020 per arresto cardiaco: “Gli davo il Depalgos – ammette il medico in un’intercettazione – ma siccome gliene davo poco, non so cosa è successo”.

“Non può sottacersi la capacità del farmaco ad agevolare lo sforzo fisico non solo riducendo il dolore e la fatica, ma condizionando indubbiamente l’integrità psicofisica dell’utilizzatore”,  scrive il gip Giuseppe Molfese nel provvedimento di convalida della custodia cautelare. Da tempo, l’ossodicodone ha sostituito gli oppiacei nella scala delle sostanze assunte per lavorare a più non posso, sforando orari, sfruttando se stessi al massimo per un salario che sia un po’ meno da fame. Ma alla base c’è lo sfruttamento da parte dei datori di lavoro oppure dei caporali che fanno da intermediatori fra i gestori delle aziende agricole e la manovalanza. Lavorare dopati significa non solo  non rispettare gli orari, ma anche allentare la capacità di reazione al pericolo. Con rischi incrementati sul fronte della sicurezza, pericolo di infortuni, malattie connesse al ridotto periodo di recupero e riposo. Sullo sfondo, la condizione della comunità indiana segnata da una drammatica escalation nell’uso di droghe, con l’ossicodone che ha ormai sostituito l’utilizzo dell’oppio.

Lo Shaboo fra i cinesi

Di doping per lavorare a tappe forzate si parla da anni a Prato, dove ha sede quella che per numero di componenti rispetto alla  popolazione è la comunità cinese con maggior concentrazione d’Europa. Gli addetti alle taglia e cuci nelle confezioni pronto moda gestite da orientali almeno fino a qualche tempo fa svolgevano turni massacranti. Fino a 15 ore al giorno, secondo gli inquirenti. In quel caso non servono muscoli, ma attenzione: basta un centimetro cucito fuori posto per rovinare un capo. E basta una disattenzione per procurarsi infortuni seri, alle mani e non solo. Da anni Prato è centro di arrivo o smistamento di sostanze idonee a mantenere la persona vigile per lunghi periodi. In genere, metamfetamine, usate sui luoghi di lavoro. La più “efficace” è lo Shaboo.   Nel 2015 la squadra narcotici della mobile di Firenze scoprì 10.000 dosi in un pacco spedito dalla Cina a Prato. La sostanza era occultata in due vecchi telefoni kitch. Oggetti di valore troppo scarso per i costi di una spedizione intercontinentale. Tanto valeva controllare all’interno.  E aspettare i destinatari per il ritiro. Si presentanono un 23enne e un 34enne, cinesi, domiciliati a Prato. Al sostanza, pura al 93% nel pacco in questione, dà sensazione illusoria di potenza e di energia, diminuendo quella di fame e di stanchezza. Più potente delle normali amfetamine,  procura forte dipendenza e grossi problemi fisici. I destinatari si trincerarono dietro il silenzio ma la probabilità che fosse destinata alle “formiche operaie” cinesi, avanzata in un primo momento verrà confermata  dai successivi ritrovamenti di pasticche o dalla scoperta di traffici internazionali con “cervello” a Prato.

Non solo per gli schiavi

Se a Sabaudia le pasticche di ossicodone venivano fatte acquistare senza spesa – a carico del servizio sanitario – ai braccianti indiani, a Prato i lavoratori le avrebbero pagate di tasca propria a un prezzo di 30-50 euro la pasticca. Quindi: non solo mi dopo per lavorare, ma mi accollo pure i costi delle sostanze.
Nel febbraio 2020 i carabinieri di Roma scoprirono un giro con 22 persone coinvolte e sottoposte a custodia cautelare che da Prato rifornivano esercenti cinesi del centro  che a loro volta distribuivano le pasticche a pusher che la vendevano al minuto nelle piazze. A portare lo Shaboo da Prato a Roma, insospettabili ragazze che viaggiavano in treno. Introdotta per  i lavoratori dei turni massacranti, la droga  che tiene svegli finisce sul mercato generico degli stupefacenti.  Da droga per gli schiavi a schiavi della droga il passo è stato breve.