“Il G8 di Genova non è mai finito: i pestaggi nel carcere dimostrano che anche oggi lo Stato dimentica di essere lo Stato”

Lorenzo Guadagnucci, giornalista e scrittore, subì il pestaggio degli agenti e fu arrestato nella scuola Diaz. "Ci sono state condanne ma non si è fatta giustizia. E né quel governo né quelli successivi hanno chiesto scusa o si sono dissociati". C'è il rischio che tutto si ripeta? "Dipende dalla forza della protesta. Quella del 2001 faceva paura al sistema. Che reagì con le armi"
Al G8 di Genova ero nella caserma Diaz assieme ad altre 92 persone, come me tutte pestate ed arrestate. Subii il pestaggio di due poliziotti che mi provocarono la frattura dello scafoide, mi colpirono alla schiena, ai fianchi e col manganello  elettrico mi lasciarono un profondo segno alla spalla. Fui ricoverato per due giorni in ospedale e ciò mi evitò di essere trasferito nella caserma di Bolzaneto. Il secondo giorno venni interrogato dal pm, che dispose la scarcerazione. Ero a Genova in ferie, perché da tempo seguivo, per interesse personale i movimenti che si battevano e si battono sui temi dell’economia globale, del commercio equo e solidale. Sei mesi prima, nel gennaio 2001, durante le ferie con un centinaio di italiani ero a Porto Alegre in Brasile al forum mondiale da cui scaturirono indirizzi fondamentali su quei temi. Pensavo di farne un libro. Molto diverso da quello che poi ho scritto assieme a Vittorio Agnoletto, nel quale abbiamo parlato soprattutto di polizia“.
Sono i ricordi di Lorenzo Guadagnucci, 58 anni, giornalista del Quotidiano Nazionale, scrittore e blogger. Autore con Vittorio Agnoletto del libro “L’eclisse della democrazia“, edito da Feltrinelli nel 2011 e ristampato in questo 2021, a venti anni dal G8 di Genova.
Guadagnucci è tra i fondatori del comitato Verità e giustizia per Genova.

Lorenzo Guadagnucci

Dal capoluogo ligure, dove si trova per partecipare alle iniziative in ricordo dei fatti, Lorenzo Guadagnucci risponde al telefono.

A Genova, vent’anni dopo. Cosa provi?

“Per rispondere occorre fare un bilancio di ciò che è accaduto da allora, un bilancio in chiaroscuro. Restano mille dubbi, aspetti ìn cui è stata accertata una verità processuale che fa a cozzi con la logica e con la ricostruzione dei fatti effettuata fra gli altri dal padre di Carlo Giuliani. Ma è pur vero che ci sono state condanne definitive, di dirigenti delle forze dell’ordine presenti alla scuola Diaz. Risultati, che nel giorno del pestaggio e per lungo tempo dopo, sembravano impossibili a raggiungersi. Però non si può dire che sia stata fatta giustizia“.

In che senso?

“Le pene sono state sostanzialmente lievi, i funzionari presenti alla Diaz si sono presentati ai processi con gradi più elevati rispetto all’epoca dei fatti. Non rimossi, ma promossi. E c’è il vulnus più grave: sono stati condannati gli esponenti della catena di comando, ma non gli esecutori materiali dei pestaggi, coloro che spaccarono le ossa a decine di persone,   non sono stati neppure indagati perché non riconoscibili. Avevano visiere, in Italia le forze dell’ordine non hanno matricola leggibile. Non potendo essere riconosciuti l’hanno fatta franca. Inoltre,  è comprovato che la polizia ostacolò in ogni modo l’opera della magistratura“.

Così si legge in una sentenza della Corte di Giustizia Europea.

“Appunto. Sono stato fra i firmatari del ricorso, che ha condannato lo Stato Italiano per non aver fatto giustizia sul caso come previsto dalle norme europee. La Corte ha riconosciuto nel comportamento degli agenti il reato di tortura, che l’Italia ha introdotto dopo quella senten za, ma non era contemplato dal codice penale al momento dei fatti. Ed è un’altra delle cause della pena lieve per i funzionari condannati“.

Una delle bottiglie molotov mostrate dalla polizia come materiale sequestrato ai manifestanti della Diaz

Comunque si è arrivati a una condanna.

“E’ stato perché un reato è sopravvissuto a prescrizioni e mancanza di prove certe: non sono le lesioni, le sopraffazioni, i pestaggi, ma  il reato di falso. Nessuno poteva contraddire che sui verbali della polizia erano state scritte ricostruzioni tutt’altro veritiere. Fummo arrestati, me compreso, per reati come possesso di armi da guerra che nella palestra della Diaz sarebbero state a disposizione di tutti e 93 gli ospiti. Fu poi provato trattarsi di molotov che gli stessi poliziotti avevano stistemato nella scuola“.

Qual è il tuo stato d’animo, vent’anni dopo?

“Mi aspettavo ben altro che un esito processuale così evasivo. E mi aspettavo molto più che un semplice esito processuale. Pensavo e speravo che ci fosse una presa di posizione politica sui fatti di Genova. Che un ministro, il Parlamento, i vertici istituzionali della polizia ripudiassero gli eventi, chiedessero scusa, agissero per capire perché in quei giorni lo Stato cessò di essere lo Stato che l’Europa in primis ha creato nel corso dei secoli, definendo i limiti del potere, dei poteri. In quei giorni l’Italia tornò a prima dello Stato di diritto”.


Il governo di centrodestra era appena entrato in carica, nel luglio 2011. Poi, venne il governo Prodi con l’estrema sinistra in maggioranza.

“Sono cambiati governi, nel corso degli anni, ma non è cambiato l’atteggiamento. La Corte europea ha rilevato che la polizia ostacolò il corso della giustizia. Se ciò avvenne, fu con il consenso della politica“.

Fiori e piante per ricordare Carlo Giuliani in piazza Alimonda che sarà intitolata al ragazzo ucciso durante il G8 del 2001

 

Il giorno prima della Diaz ci fu l’uccisione di Carlo Giuliani, colpito da un carabiniere di vent’anni. Con un estintore in mano, Giuliani  inseguiva la camionetta dei militari.

“La ricostruzione processuale è stata chiusa davanti al gip, senza dibattimento in aula, come caso di uso legittimo delle armi e di legittima difesa. Una verità processuale basata sull’improbabile ipotesi che il carabiniere avesse sparato un colpo in aria a scopo intimidatorio e che un calcinaccio o un sasso vagante avrebbero deviato il proiettile su Carlo Giuliani. Una verità processuale che urta con la logica e con la ricostruzione effettuata dalla famiglia del ragazzo .  Una dinamica che lascia mille dubbi e sulla qaule non c’è mai stato contraddittorio nei processi”.

E’ corretto annoverare il G8 fra i grandi misteri d’Italia assieme a Piazza Fontana,  Ustica, le stragi?

“No, Del G8 teoricamente sappiamo tutto, si è arrivati a condanne conseguenti  l’attribuzione di responsabilità assegnate con nome e cognome, fatto che non ha precedenti nella storia d’Italia. Però non se ne sono tratte le conseguenze, politiche e materiali”.

Un poliziotto in tenuta antisommossa

Anche in questa intervista, come nel tuo libro, volendo parlare del G8,  si finisce per occuparsi soprattutto di polizia.

“La verità è che ero a Genova, interessato ai temi che il Movimento dibatteva allora che purtroppo oggi non hanno perduto attualità e drammaticità. Anzi“.

Vent’anni dopo, da quel punto di vista, come sta l’Italia? Come sta il mondo?

“Il movimento allora era la prima, vera importante opposizione alla globalizzazione neoliberista e a come questa si manifestava, con varie organizzazioni che concentravano il potere mondiale ben oltre i governi e i parlamenti nazionali: il Wto, ovvero l’accordo sul commercio, la Banca Mondiale, il Fondo monetario internazionale. Quel movimento anticipò la critica al modello di sviluppo che oggi guida il mondo. Al punto tale che è possibile aggiornare al 2021 lo slogan lanciato nel 2001: allora si diceva  ’Un altro mondo è possibile’,  oggi dobboiamo dire ’Un altro mondo è necessario’“.

Allora, i “padroni del mondo“ erano entità pubbliche, molto indirettamente rispondenti a organi elettivi, ai principi democratici. Oggi comandano i privati: i “Faang“, ossia i titolari del mondo virtuale e dell’enterteinment (Facebook, Apple, Netflix, Google) e chi ha il monopolio della logistica (Amazon).

“£Già vent’anni fa era chiarissima la forza delle multinazionali, era in pieno corso la  privatizzazione dei beni comuni, secondo i canoni dell’ideologia che vuole il mercato invadere gli ambiti pubblici e lo Stato ritirarsi dal gestire l’economia, i servizi, il welfare. Lo Stato che si  limita a una generica regolamentazione e a correggere le distorsioni del mercato. In quella direzione marciò la Thatcher negli anni Ottanta, rafforzando un processo già in atto e che ci ha portato agli esiti attuali. Lo strapotere dei Big Data dice che la regolamentazione, la correzione degli eccessi non sono mai avvenute”.

I “Faang” operano in tutto il mondo, senza patria, puntando a sfuggire a tutte le leggi nazionali.

“Libera volpe in libero pollaio. Nel 2001 il 20% dell’umanità possedeva oltre  l’80% delle risorse. Oggi lo stesso  Credit Suisse dichiara che la forbice si è ulteriormente ristretta: il 13% della popolazione ha in mano il 90% delle risorse: lo schiacciamento degli esclusi è ancora più forte”.

Allora, si era preoccupati per le sorti dell’economia, oggi l’allarme generale è per l’ambiente

“Anche in questo caso c’è una linea di continuità. Nel 2001 dicevamo che l’economia senza freni avrebbe distrutto gli ecosistemi, compromettendo il futuro di tutti. La natura globale del Movimento consentì di cogliere subito tendenze ed effetti dei cambiamenti climatici in atto. Allora i segnali arrivavano dal Bangla Desh o dall’Indonesia, che agli occidentali apparivano lontani. Oggi quei segnali vengono dalla Germania e tutti si allarmano”.

Una visione quasi profetica.

“Lo era, anche se i detrattori hanno trasformato quel connotato in accezione negativa, definendo i movimenti ‘Cassandre’, portatrici di male. Nel 2001 Susan George, economista franco-americana annunciò che sarebbe esplosa una bolla finanziaria, puntualmente arrivata sette anni dopo. Anche in quel caso fu demonizzato non il misfatto, ma l’annuncio. Non a caso, in questi giorni, a Palazzo Ducale di Genova è in  corso la mostra ‘Cassandra’, dedicata alle profezie inascoltate di quei tempi”.

Oggi le manifestazioni di Friday for Future sembrano grandi, pacifici, happening, ai quali aderiscono o fingono di farlo anche governi e multinazionali, apparentemente destinatari della protesta. Dopo Genova sono cambiate le modalità di manifestare opposizione nei confronti dei grandi poteri mondiali?

“Il Social forum di allora era per natura non violento, contrario a ogni forma di aggressione, poi abbiamo visto com’è finita. I movimenti legati a Greta sono portatori dei medesimi caratteri. Ma come dire che i governi non decideranno mai più di fare come a Genova, di accantonare le garanzie costituzionali, per inscenare sistematiche violazioni dello stato di diritto?”.

L’esterno del carcere di Santa Maria Capua Vetere

Da cosa dipende?

“Non dalla volontà di chi fa opposizione pacifica, ma dal grado di importanza che la protesta raggiunge. Nel 2001 il Movimento raccolse flussi e voci eterogenee, che andavano dalle suore ai centri sociali. Troppo, per non essere temuto politicamente e non esser affrontato con la forza. Se domani un altro soggetto minacciasse non dico di ‘conquistare il palazzo d’inverno’, ma di ribaltare gli assetti del consenso, raggruppansdo il massimo di coscienze e intelletti, come escludere una reazione con la forza?”.

Il carcere di Santa Maria Capua Vetere dimostra che la violenza di Stato non si è esaurita a Genova.

“Osservando i filmati, ho rivisto la caserma Bolzaneto di vent’anni fa, dove vennero trasferiti gli arrestati della Diaz e che mi fu risparmiata solo perché ero ricoverato per il pestaggio subito. C’è un unico codice, fra il ’comitato di accoglienza ’ degli arrestati a  Genova, costretti a passare fra due ali di agenti e militari che piacchiavano e gli abusi commessi sui detenuti del carcere”.

Il libro tuo e di Agnoletto s’intitola “Eclisse della democrazia”.

“Appunto.  Qualche volta lo Stato dimentica chi è.  E da dove viene“.