Il grido di dolore della principessa Soraya: “Sono angosciata per le mie sorelle afghane. La situazione era già tragica, ora coi talebani la partita è chiusa”.

Nipote dei sovrani che, negli anni Venti del Novecento, resero l'Afghanistan un Paese moderno e liberale, prima di essere deposti e esiliati. Nata in Italia, Soraya Malek si batte da decenni per dare dignità e riconoscimento al lavoro e alla condizione femminile nello Stato dove ora sono tornati al potere gli estremisti. "Era già predisposto, l'esercito non ha opposto resistenza"

Mentre le cancellerie occidentali stanno ancora decidendo come muoversi dopo la conquista del potere da parte dei Talebani e le loro prime uscite mediatiche volte a tranquillizzare l’opinione pubblica mondiale, e mentre ancora infuriano le polemiche su come sia stato possibile che in un paio di giorni crollasse un’impalcatura militare ed istituzionale che era stata allestita e foraggiata per due decenni da alcune tra le principali potenze mondiali, Luce! ha chiesto alla principessa Soraya Malek (primogenita di India, nipote del re d’Afghanistan Amanullah Khan, conosciuto come grande modernizzatore – si deve a lui l’abolizione del velo, ad esempio – deposto nel 1929 da una rivoluzione, e della regina Soraya Tarzi, che fu l’ispiratrice di una grande azione riformatrice) di commentare quanto sta accadendo.

Principessa afghana, nipote di sovrani modernizzatori che hanno regnato dal 1919 al 1929. Questi, cacciati dalla loro terra, vennero in esilio in Italia nel 1930, su invito del re Vittorio Emanuele lll.  Soraya è nata a Roma, dove risiede attualmente. Viaggia spesso nel suo Paese, dove si sforza di sostenere lo spirito dei suoi nonni. In particolare per quanto riguarda il lavoro e la dignità delle donne afghane. Promuove e sostiene varie iniziative che coinvolgono l’artigianato femminile d’eccellenza. Tiene regolarmente seminari sulla storia e la cultura del suo Stato.

 

Cosa ha pensato quando ha cominciato a leggere dell’avanzata verso Kabul dei Talebani?

“Ho pensato che ci sarebbe stato un accordo di transizione. Come tutti in verità. Invece era stato già predisposta la consegna del Paese senza alcun accordo”.

Come è stato possibile che un esercito poco numeroso e scarsamente equipaggiato abbia conquistato un Paese intero come l’Afghanistan senza sparare praticamente un colpo?

“Perché non c’è stata alcuna resistenza da parte dell’esercito afghano, che era senza stipendio da mesi. Anche se in questi 20 anni i paesi della Nato hanno messo a disposizione di tanti giovani afghani borse di studio nelle accademie dei vari stati. Ad esempio, per l’Italia, l’Accademia di Modena”.

II tema dei diritti delle donne: com’era da questo punto di vista la situazione? E cosa potrà accadere?

“La situazione era tragica anche prima. Secondo recenti statistiche, dopo decenni di guerre, il tasso di alfabetizzazione delle donne al di sopra dei 15 anni rimane del 17%, le bambine iscritte alla scuola primaria sono il 45% e solo l’1% delle ragazze prosegue gli studi, mentre l’87% delle afgane ha subito nella vita almeno una forma di violenza fisica, sessuale o psicologica. Ora però la partita è chiusa. Le attiviste, che sono tante, verranno uccise. I taleban hanno dichiarato che le donne potranno studiare fino all’università ma con insegnanti femmine. Per me, tuttavia, sono dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano”.

L’Afghanistan non ha pace da decenni, come mai secondo lei?

“L’Afghanistan è una terra che collega l’Asia Centrale all’India, è una terra di passaggio e strategicamente importante nel cuore del continente asiatico. Vediamo nell’immediato futuro cosa accadrà. I taleban sono usciti vincitori, ma al loro interno sono fortemente divisi”.

Di cosa avrebbe bisogno l’Afghanistan secondo lei? 

“Il mio appello è quello di salvare la vita a tutte le donne che in questi anni si sono prodigate, impegnate, sacrificate per aver voce e svolgere un ruolo che spetta loro nella società”.

Qual è il suo stato d’animo ora?

“Il mio stato d’animo è di angoscia per le mie sorelle afghane”.