Il “J’accuse” della comunità Lgbtq per il Ddl Zan: “Ci condannano a morte. Conosciamo i colpevoli”

Il grido degli attivisti contro i senatori che inquinerebbero il dibattito sul disegno di legge con "menzogne e disinformazione". "Quale politica è possibile se si rifiuta la complessità della società ed i cambiamenti che in essa avvengono?"

Per oltre 200 secondi un solo grido, che si alza da tante voci: “Ci state condannando a morte, sappiamo chi sono i colpevoli”. Decine di attivisti Lgbtq in un video pubblico hanno rivolto il loro “J’accuse” ai senatori della Repubblica italiana, colpevoli di aver fatto entrare nel dibattito sul Ddl Zan la propaganda politica, inquinandolo con “menzogne e disinformazione”.

Richiamandosi al celebre articolo sull’Aurore “J’accuse”, scritto nel 1898 da Émile Zola in difesa dell’ufficiale Alfred Dreyfus, con questo video gli attivisti della comunità Lgbt rivendicano un’attenzione che gli è stata negata: “Quello che ci inquieta oggi –scrivono in un comunicato congiunto – è il totale silenziamento di una categoria da parte di chi detiene il potere decisionale e di informazione. Oggi siamo noi, ma domani chi potrà essere? Le donne che chiedono di abortire? I disoccupati? Le persone anziane e quelle con condizione di salute precarie? Su quale altra categoria fragile si eserciterà una narrazione tossica per interessi politici ed economici?” si domandano.

“Oggi stiamo combattendo realmente per la nostra incolumità“, ma “una definizione, ‘identità di genere’, ha davvero così tanto potere?”.”Siamo stati a fianco delle donne nella battaglia per la 194, delle persone con disabilità per rendere accessibili i luoghi di ritrovo, le città e le nostre manifestazioni. Siamo stati e siamo a fianco dei lavoratori per il mantenimento dei diritti. Siamo stati e siamo a fianco di chi lavora nell’istruzione. Siamo stati e siamo a fianco di chi lotta per molteplici diritti perché sappiamo che un allargamento di questi non implica un danno per altri. Quale politica è possibile se si rifiuta la complessità della società ed i cambiamenti che in essa avvengono? Quale società è possibile se si reputa che i diritti siano permanentemente in discussione? Oggi non stiamo prendendo parola solo per noi, ma sicuramente è sulle nostre vite e sui nostri diritti che si sta decidendo senza ascoltarci! Ci state condannando a morte e sappiamo chi sono i responsabili”, concludono.