Il lavoro minorile è un problema anche italiano: più di 500 i casi registrati tra il 2018 e il 2019

Secondo l’indagine "Il lavoro minorile in Italia: caratteristiche e impatto sui percorsi formativi e occupazionali" sono 2,4 milioni gli attuali occupati italiani che hanno fatto esperienza di lavoro minorile, "con evidenti ricadute sulle prospettive di vita": chi inizia a lavorare prima dei 16 anni, nel 46,5% dei casi consegue al massimo la licenza media, mentre solo l’11,2% del campione arriva alla laurea
Solitamente quando pensiamo al lavoro minorile immaginiamo che sia una realtà diffusa esclusivamente nei paesi poveri o in via di sviluppo. Pensiamo cioè che fino ai 16/18 anni, in Italia e negli altri Paesi cosiddetti ‘evoluti’ e ‘civili’, i ragazzi se ne stiano tranquillamente tra i banchi a studiare e costruire il proprio futuro. Ebbene, purtroppo non è così. Le economie più avanzate, Italia inclusa, non sono immuni dal fenomeno del lavoro minorile e dal rischio di condizionare negativamente le possibilità di formazione e di crescita professionale delle fasce più giovani della loro popolazione. Sono infatti più di 500 i casi di illeciti riguardanti l’occupazione irregolare di bambini e adolescenti, sia italiani che stranieri, accertati tra 2018 e 2019 dall’Ispettorato del lavoro. Un dato in calo nel 2020 ma solo per effetto delle chiusure aziendali legate all’emergenza sanitaria (127 casi). La maggioranza dei casi si verifica nei servizi di alloggio e ristorazione.
Secondo l’indagine “Il lavoro minorile in Italia: caratteristiche e impatto sui percorsi formativi e occupazionali” curata dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro e presentata lo scorso giugno, sono 2,4 milioni – il 10,7% del totale – gli attuali occupati italiani che hanno fatto esperienza di lavoro minorile, “con evidenti ricadute sulle prospettive di vita”. Dall’indagine risulta infatti che chi inizia a lavorare prima dei 16 anni, nel 46,5% dei casi consegue al massimo la licenza media, mentre solo l’11,2% del campione arriva alla laurea. Anche per questo il lavoro minorile abbatte le possibilità di raggiungere i vertici della piramide professionale: solo il 17% arriva a svolgere una professione imprenditoriale, intellettuale o tecnica mentre si riscontra un valore quasi doppio (31,5%) tra quanti, al contrario, iniziano a lavorare più tardi.
Tra gli occupati precoci 7 su 10 sono uomini che risultano più propensi, rispetto alle donne, ad abbandonare gli studi e maggiormente coinvolti nelle esigenze di sostentamento delle famiglie in condizioni economiche disagiate. A notare che il dato interessa soprattutto (il 57,1% ) le regioni settentrionali, dove maggiori sono le opportunità occupazionali nel tessuto produttivo. Per fortuna negli anni la tendenza va verso la riduzione del fenomeno. Anche se questo potrebbe essere dovuto alla minore disponibilità sul mercato del lavoro. Di fatto, negli anni la quota dei lavoratori infra-sedicenni in Italia è diminuita grazie all’innalzamento dell’obbligo formativo e una maggiore attenzione al tema del lavoro minorile. Nella fascia dei 55-64 anni la percentuale di quanti hanno iniziato a lavorare prima dei 16 anni è infatti del 15,3%, mentre crolla al 2,7% tra i 16-24enni. Ora il timore è che, per effetto delle politiche di contenimento della pandemia covid, il fenomeno possa di nuovo aggravarsi in virtù del deteriorarsi delle condizioni economiche di molte famiglie e dell’incremento della casistica di disaffezione e allontanamento dai processi formativi.
“La riduzione del fenomeno del lavoro minorile tra le fasce di popolazione più giovani non deve distrarci dal rischio che le trasformazioni in corso nel mondo del lavoro e della società, determinate dall’emergenza sanitaria, invertano la rotta – afferma Rosario De Luca, Presidente di Fondazione Studi Consulenti del Lavoro –. È dunque importante che si tenga alta l’attenzione su nuovi fenomeni di sfruttamento che potrebbero annullare i progressi ottenuti negli anni”. Secondi De Luca è infatti “necessario un progetto trasversale in cui l’investimento in formazione e politiche attive si accompagni a una costante azione verso legalità ed etica del lavoro”.

YouTube e minori: lavoro o sfruttamento di immagine?

Ma c’è un contesto in cui, vedere bambini ‘lavorare’, se di lavoro si può parlare, è qualcosa di normale. Stiamo parlando dei video, o meglio, della piattaforma di YouTube (in particolare YouTube Kids) dove spesso sono proprio i più piccoli a guadagnare cifre da capogiro. Basti pensare a Ryan Kaji, il protagonista del canale Ryan’s World, che ad appena 9 anni è lo youtuber più pagato al mondo. E non da ora, ma mantiene il primato dal 2018. Se guardiamo solo allo streaming, secondo Forbes, il suo canale ha fruttato al bambino più di 25 milioni di dollari (quasi 30 milioni di euro). Ma, viene da chiedersi, cosa fa per attirare tanta attenzione? E non si tratta di lavoro? Come funziona con l’immagine di un minore?

Quando i suoi genitori hanno aperto il canale, nel 2015, i primi video pubblicati erano quelli della serie “Ryan ToysReview”, ovvero le recensioni di giocattoli di Ryan. Nelle immagini c’era il bimbo texano che scartava vari giocattoli e poi ci giocava facendo vedere come funzionavano, mentre mamma e papà interagivano con lui e lo filmavano. Da allora gli utenti, principalmente bimbi, sono cresciuti fino ad arrivare a contare la cifra record di oltre 31 milioni di iscritti e oggi è possibile vedere Ryan in attività anche più elaborate e persino video didattici o esperimenti scientifici. Apparentemente un divertimento, per il piccolo, che semplicemente giocando si può dire che si sia sistemato per il futuro. E ‘senza lavorare’, per di più. Anche perché, al fatturato miliardario della famiglia, contribuiscono tutti i membri, comprese le due sorelle gemelle più piccole e i genitori, con altri canali che, complessivamente, hanno più di 40 milioni di iscritti. Per darvi un’idea, sotto il suo video più guardato in assoluto, in cui Ryan fa una caccia al tesoro pasquale, si contano più di 2 miliardi di visualizzazioni.

Ormai diventato un personaggio amatissimo, il piccolo youtuber texano è ora anche un marchio, con tanto di merchandising firmato Ryan’s World tra giocattoli, libri e abbigliamento venduti nelle più grosse catene americane. E ancora, Ryan ha debuttato perfino sul piccolo schermo (un po’ più grande di quello del computer o del cellulare) con una serie su Amazon Kids Plus – “Super Spy Ryan” – e poche settimane dopo è stato lanciato il mondo virtuale di Ryan’s World sulla piattaforma dell’azienda di videogiochi Roblox. Tutto farebbe pensare ad una storia di imprenditoria esemplare, con i bimbi che si divertono, la piccola star che, facendo attività ‘adatte’ alla sua età, guadagna valanghe di soldi e la famiglia che supporta il suo ‘pulcino’ dalle piume d’oro – facendo una metafora–. Se non fosse che qualche lato oscuro, in effetti, c’è. L’associazione di consumatori Truth in Advertising ha accusato i genitori di Ryan di favorire la pubblicità occulta: “Circa il 9% dei video di Ryan ToysReview include almeno un consiglio di acquisto indirizzato ai bambini in età prescolare, un gruppo troppo giovane per distinguere tra una pubblicità e una recensione” e, in particolare, queste pubblicità riguardavano spesso “cibi poco salutari”. Ma poi, pur rispettando tutte le normative sui diritti dei minori e sulla loro immagine, siamo proprio sicuri che non si tratti, a tutti gli effetto, di sfruttamento? A guadagnare, per il momento, è la famiglia, ma un giorno, quando Ryan diventerà grande e vorrà, magari, trovarsi un occupazione – non che ne abbia bisogno, diciamo che potrebbe benissimo vivere di rendita –. Bene, siamo sicuri che tutta questa esposizione mediatica, tutta questa visibilità, non influirà sull’adulto del futuro?