Il peso delle parole: quel ‘mammo’ che ruba il posto al papà. “Abbattiamo i tabù: non siamo supereroi. Siamo padri”

Patrizio, Beppe, Marco: tre padri ci raccontano le loro storie di genitori, normali, che combattono contro gli stereotipi. "Mi prendo cura del mio piccolo e mi chiamano mammo. Ma io faccio semplicemente il papà"

Guardati con sospetto come se appartenessero a una specie aliena piombata sulla Terra chissà da quale galassia. “Poverino, sta spingendo il passeggino. No, ora si è fermato per preparare addirittura il biberon! Sarà vedovo?”. I papà che si comportano da papà sono additati per strada. Subiscono spesso angherie e battute feroci tanto da quei maschi che si ritengono ‘veri’ quanto da quelle donne che restano aggrappate al proprio ruolo ancestrale cercando conferme identitarie. “Perché la mamma è la mamma“. Il mammo che ruba il posto al genitore – uomo – nasce lì, a metà strada tra pregiudizio e ritrosia (più o meno conscia) verso il cambiamento culturale. Ma se abbattere il tabù del padre mago delle pappe o recordman del bagnetto sembra il tassello di una evoluzione geologica, tante famiglie (anche italiane) hanno già realizzato il cambiamento costruendo l’intera routine sulla fluidità dei ruoli. I confini non esistono più. La rivoluzione dell’azione, infatti, sta bypassando l’origine stessa delle parole.

Padre e pane hanno la stessa radice sanscrita pa- che è legata al concetto di protezione e nutrizione, da cui pati, fino al latino pater ovvero “colui che si occupa di provvedere alla sopravvivenza della famiglia e al suo sostentamento”. E madre? Deriva dalla radice ma- di misurare, preparare, formare. Da qui il latino mater cioè “colei che ordina e prepara, donando il suo corpo e sopportando il dolore, il frutto dell’amore, alla vita”. Sicuri che l’etimologia rispecchi i tempi moderni?

 

L’esperimento Bar papà, la battaglia dei blogger con prole

Patrizio Cossa, 38 anni, romano di Roma, improvvisatore teatrale, scrittore, formatore aziendale, chef ma soprattutto papà di una splendida bambina. È lui il promotore del progetto Bar papà, nato sul web per combattere – anche con un briciolo di ironia – lo stereotipo di genere del mammo.

Bar papà, realtà o miraggio social?
“Bar papà nasce su Facebook come luogo virtuale, ma anche un po’ fisico (dice sorridendo, nda) dove i papà si possono raccontare e scambiare opinioni. Un posto dove tutti i papà blogger possono scrivere e postare i loro scritti. Dove possiamo fare delle domande da papà, senza sentirci dire che siamo ‘mammi’. Sei un neo papà e vuoi sapere come andare avanti? Sei un papà navigato e vuoi raccontare le tue avventure? Stai per diventarlo e vuoi un consiglio che tanto poi non userai? Allora sei nel posto giusto. L’idea cinque anni fa quando ho iniziato a scrivere un blog durante la gravidanza di mia moglie. Il nome emblematico: ‘Niente panico – Come sopravvivere alla paternità’. Il mio diario di bordo è cresciuto poco a poco, diventando un riferimento per altri colleghi. Quindi la community, i libri ‘Bar papà’, dibattiti social ed eventi dal vivo come la Fiera del papà, le campagne di sensibilizzazione e lo sportello di assistenza giuridica per i padri divorziati”.

Come stanno i papà oggi?
“Sempre meglio. È la prima volta nella storia che un papà può permettersi di esserlo, anni fa era impensabile. Per riuscirci ci siamo scontrati con millenni di egemonia femminile. Un’egemonia forzata dal pregiudizio maschilista legato a doppio filo con il motto ‘Sei più brava tu, fallo tu’. Una autentica beffa e un grande alibi per i maschi che non vogliono crescere. Per fortuna, anno dopo anno, i padri hanno imparato a conoscere i propri figli cercando di recuperare su un ritardo naturalmente lungo nove mesi. La mia generazione è stata tirata su all’insegna della regola ‘I figli si baciano solo di notte’. Esprimere emozioni verso la prole era considerato scomodo, inopportuno, non abbastanza virile per un padre. Tante cose sono cambiate nell’ultimo decennio. Mi spaventano le donne che ridono ancora dicendo ‘Mio marito è bravo, è un mammo’. Una simile frase mi fa immaginare i papà vestiti da mamma. La verità è un’altra, le coppie lo stanno già dimostrando con i fatti. Con mia moglie, ad esempio, l’equilibrio è perfetto. Lei lavora di giorno, io la sera. Quindi ci alterniamo nella cura della nostra piccola, la cui nascita ha davvero reso tutto ancora più meraviglioso”.

Con il termine mammo, insomma, c’è poco da ridere…
“Non c’è niente ridere. Il mammo è uno stereotipo da combattere e superare, anche per il bene delle donne. È denigrante perché implica che tocchi alle donne stare a casa per assolvere determinati compiti, è svilente perché vogliamo e sappiamo che nella coppia esiste una parità di obblighi e doveri: io sbrigo a casa quel che deve esser fatto non per aiutare mia moglie. Ciò equivarrebbe a dire che certi compiti son suoi. La stessa logica vale per i figli. Cambiare un pannolino non è un gesto eroico. Siamo solo papà, non siamo supereroi! I padri di Bar papà si battono per cancellare quella brutta parola”.

Tanto che Patrizio Cossa, Bar Papà e Emiliano Luccisano si sono pure divertiti a scrivere una canzone sul tema.

Marco e quella volta che si sentì chiamare mammo per strada

Marco Fagnani, 36 anni, originario di Corsico, una città alle porte di Milano, due maschietti di 8 e 5 anni e mezzo da crescere con la moglie Valentina. A lui è toccato più volte di dover digerire l’appellativo mammo. Un nomignolo che lo ha colpito come un pugno in pieno volto mentre si dedicava alla cura della prole in luogo pubblico. “Che tipo di papà sono? Tutto, tranne un mammo. Potrei rispondere dicendo che tipo di papà spero di essere. Semplicemente un buon papà, presente e attento. Ma potrei anche altrettanto sicuramente che sono un papà imperfetto! Imparo a fare il papà giorno dopo giorno passando il tempo con i miei figli!”. Ed è proprio da quell’esperienza che è nato il desiderio di raccontare la vita vissuta. L’obiettivo è gridare a gran voce quanto è bello essere padre e rivendicare quel ruolo. “Lo volevo dire a tutti, con orgoglio e amore. I social mi son sembrati lo strumento giusto per raggiungere più persone possibile. Ed ecco sbocciare nella mia testa l’idea di una pagina Facebook che voleva essere molto più di un diario, la mia storia scandita dai ‘Giorni da Papà’, i miei giorni migliori“. Un gioioso atto di ribellione dopo essersi sentito chiamare per l’ennesima volta mammo che si è trasformato poi in una piazza virtuale dove scambiarsi consigli con i colleghi papà. “L’evento scatenante c’è stato quando un giorno una signora, incrociandomi in giro con i miei figli, mi ha sorriso dicendo ‘Sono duri questi giorni da mammo, eh?’. La mia risposta fu decisa ribadendo che erano semplicemente giorni da papà”. Per Marco il ruolo del mammo, oltre a essere spiacevole, è qualcosa di mitologico, qualcosa che con il passare del tempo sta diventando sempre di più inconsistente. “Per fortuna si sta estinguendo, sostituito da quel papà che esiste, c’è e vuole esserci!”. E c’è anche e soprattutto nei tempi bui della pandemia con una didattica a distanza che ha pesato sulla routine di tutti. “La cosa positiva è stato avere il tempo di fare colazione insieme la mattina scegliendo una canzone a turno: da De Gregori alla sigla delle tartarughe ninja. La mia famiglia, la mia squadra ha saputo giocare anche questa partita”.

 

Beppe, un papà zaino in spalla alla scoperta del mondo

Beppe Lamberto, 40 anni, vive a Varese ed è un papà separato. Un uomo che ha saputo reagire ai momenti più difficili della vita costruendo una dimensione alternativa all’insegna dell’avventura. “Dopo la separazione, mia figlia aveva due anni, ho deciso che avrei compensato la mancanza di tempo da passare con lei con la qualità. Così ho stabilito che i nostri ‘weekend’ li avremmo passati viaggiando. Dal primo campeggio al mare fino all’alpeggio alpino, dalla capitale europea agli ‘on the road’ su e giù per l’Italia, fino ad arrivare al Cammino di Santiago”. Un modo per condividere e scoprirsi genitore come e ancor più di prima. “È iniziato tutto così, con un pizzico di follia. Alla fine, passo dopo passo, il viaggio è diventata la stanza da gioco che ha permesso a me di vivere d conoscere mia figlia, e a lei di fare altrettanto con il suo papà”. Un messaggio positivo da condividere con gli altri per infondere coraggio e positività, per ribadire che nessuna difficoltà è insormontabile. La sua testimonianza è diventata un libro ‘Papà travel experience’ dall’omonimo gruppo Facebook che raduna altri viaggiatori. “Si dà per scontato che la mamma sia un genitore migliore del papà, al punto che nella scala evolutiva di quest’ultimo il grado massimo auspicabile sia per tanto identificabile proprio con l’appellativo mammo. Come dire, sei un papà così bravo, che sembri quasi una mamma. Un po’ come quando per definire una donna di carattere si usa l’espressione donna con… gli attributi. Penso che siano soltanto parole da riporre nella scatola delle cose vecchie e inutili, da buttare. Inutile nascondere il fatto che se nell’immaginario collettivo il papà è ancora visto come un genitore meno presente rispetto alla mamma, un motivo ci dovrà pur essere. E sono il primo a dire che tanti uomini dovrebbero iniziare a guardarsi allo specchio, assumersi qualche responsabilità in più e cercare di guadagnarsi il sostantivo che li contraddistingue, perché fra essere uomo ed essere Uomo c’è una bella differenza. Però è anche vero che fortunatamente non è – e non deve – essere questa la normalità. Il messaggio che vogliamo portare avanti noi papà di oggi? Non vogliamo essere definiti né mammo né super papà, proprio perché così si continuerebbero a legittimare quei padri che continuano a essere poco presenti. Loro non sono la normalità, come noi non siamo supereroi. Siamo semplicemente uomini che fanno ciò che hanno scelto di essere: dei papà. Punto”.