“Il politicamente corretto? Ipocrisia. Alla disabilità servono parole vere e persone formate e consapevoli”

Il membro del comitato scientifico Luca Trapanese, padre adottivo di una bimba down e assessore al welfare di Napoli a Luce: "Il bene non si fa per noi stessi, serve professionalità. Spesso questa società ci invia dei messaggi di perfezione: invece siamo imperfetti e dobbiamo ringraziare di esserlo"

Luca Trapanese parte da un concetto, “la perfezione non esiste” dice con il suo aplomb partenopeo e i nervi forgiati nelle esistenze difficili degli altri nei quali ha scavato il solco della sua esistenza, il dare. Fondatore della onlus A Ruota Libera nel 2007, da sempre vicino al mondo della disabilità, è ora neoassessore al welfare a Napoli. Ha una bambina down di 4 anni e mezzo, adottata nel 2018.

Trapanese lei è nel Comitato scientifico di Luce! Cosa l’ha spinta a collaborare?

“La multifunzionalità e la trasversalità dello progetto, la voglia di analizzare le diversità della nostra società a 360 gradi. E poi mi è piaciuta la forza di questi tre giornali (La Nazione, il Giorno e il Resto del Carlino ndr) che hanno deciso di unirsi per affrontare una serie di tematiche attuali, delicate, alcune anche molto faticose…”.

Che intende?

“Ci sono temi difficili nella società di oggi. Noi tutti dobbiamo sforzarci di capirli, spiegarli. Anche migliorarli”.

La sua è una storia molto particolare. Ha scelto di adottare una bimba down

“È  una decisione che è maturara da esperienze molto personali: io sono nel sociale da quando ho 16 anni. Ho seguito in un percorso il mio migliore amico che poi è stato ucciso dalla sua malattia. Ho seguito progetti a Lourdes, in Africa, in India. E mi sono sentito bene”.

Si sta bene ad aiutare gli altri

“Sì ma attenzione. C’è chi fa del bene solo per stare bene con se stesso e io questa la trovo una forma di egoismo. Non si sta vicino ai disabili sull’onda emotiva, servono consapevolezza, tempo e formazione”.

Nel nostro speciale su Luce! lei dice una cosa che mi ha colpito molto. Cito testualmente: Il politically correct rischia di offuscare i reali bisogni delle persone. I disabili non sono diversamente abili, hanno un handicap e meritano di avere gli stessi diritti di tutti.

“C’è questa urgenza di usare parole corrette poi spesso nel concreto siamo scorretti”.

Dice cose molto coraggiose

“Dico solo che prendere atto di un problema porta ad avere consapevolezza e a creare la possibilità di aiutare le persone”.

C’è un collegamento tra il politicamente corretto e il far bene per star bene solo con se stessi a cui fa riferimento?

“Certo. Non si fa del bene per mettersi a posto la coscienza ma per aiutare tutti noi a diventare una comunità per davvero. E ad avere una continuità. Per questo ho sempre cercato di fondare attività durature”.

Le famiglie tradizionali sono per lei delle gabbie. Ha vuto problemi nel suo percorso?

“No perché ho una personalità forte. Ho sempre imposto alla società la mia omosessualità e il mio voler essere padre. E comunque non poteva esserci ostilità se ho adottato una bambina malata. Sa l’ipocrisia italiana…”.

C’è n’è ancora molta?

“Più nello Stato che nella società, mi creda”.

La politica è divisiva?

“Non ascolta le persone, fa finta di non vedere le cose. Come le tantissime famiglie non tradizionali che ormai sono ovunque”.