Il primo corso di vela d’altura per persone disabili. Andrea Brigatti: “Così i ragazzi escono dalla comfort zone e si mettono alla prova”

Salpa oggi da Viareggio alla volta di Portovenere il maxi yatch Cadamà con a bordo 8 allievi navigatori con disabilità. L'armatore e organizzatore del corso:"Ci ho messo molto tempo a trovarlo, quando l'ho scoperto è stato amore a prima vista. Ora porto avanti questo progetto per rendere questi ragazzi indipendenti"

Da oggi a domenica, S/Y Cadamà e l’asd “I Timonieri Sbandati” organizzano il primo corso al mondo di vela d’altura dedicato alle persone con disabilità, a bordo di uno yacht classico. Otto allievi con diverse disabilità motorie salperanno da Viareggio (Lu) alla volta di Portovenere (Sp). Con quali obiettivi e con quale spirito, lo abbiamo chiesto all’armatore ed organizzatore del corso, Andrea Brigatti.

“L’idea nasce da lontano, da quando cioè, ho provato ad andare in barca a vela dopo l’incidente. Fu un’esperienza traumatica,  dopo la quale ho deciso che sarei tornato su una barca solo se realmente accessibile – spiega Brigatti – Si trattava di cercarla, di costruirci un progetto, e di condividerlo poi con altri. Stiamo parlando nel 2014. Undici anni prima, il 9 luglio del 2003, un signore in macchina, che credo stesse litigando con suo figlio, non mi ha visto e mi ha preso, mandandomi a ‘spiaccicarmi’ letteralmente con la schiena sullo spigolo del marciapiede”.

Conseguenze?

“Devastanti. Nell’urto è scoppiata la 12esima vertebra. E da lì la mia vita è cambiata, naturalmente. Innanzitutto ho dovuto riappropriarmi di me stesso, della mia indipendenza, perché io sono sempre stato un vagabondo. Ho sempre vissuto in viaggio, con la moto, la macchina, la barca. In particolare la barca a vela per me è stata sempre stato un simbolo importantissimo di indipendenza, di libertà, di emozione. E quindi ho voluto sin dall’inizio tornarci”.

Come sei riuscito?

“Quando ho provato a risalire su una barca non attrezzata, non accessibile, è stata un’esperienza disastrosa, perché mi sentivo impedito. Non potendo far leva sulle gambe non riuscivo a fare nulla. Mi sentivo letteralmente un sacco di patate. E per fortuna ero contornato da amici, che mi hanno aiutato. Da lì nasce questa idea. Poi sono arrivati i figli, quindi ho avuto altre priorità per un po’. E c’è da considerare anche che all’inizio non avevo chiaro il progetto. Pensavo di dover disegnare da zero io una barca che fosse realmente accessibile. Ma non avevo né le competenze né il capitale necessario. Poi un colpo di fortuna, perché ho visto questa imbarcazione, questo gioiello, ed è stato amore a prima vista. Perché ho capito che lì ci stavo. Che ci stava la mia sedia a rotelle e aveva delle dimensioni importanti da avere abbastanza spazio per poterne ospitare più di una, che era una cosa che io volevo fortemente. E poi era stabile. E da lì è cominciata questa avventura che dura tuttora”.

È stato facile allestire la barca?

“In realtà, come ti accennavo, si tratta di un processo in cui siamo ancora immersi. Perché la prima volta che ci sono salito non avevo certamente idea di quello che mi servisse realmente. Figuriamoci chi mi doveva dare una mano a realizzare il progetto. Poi piano piano, con l’esperienza, accorgimento dopo accorgimento, siamo riusciti a metterla a punto. È stato un processo empirico, letteralmente, che si è costruito nella concretezza dello stare a bordo, nel verificare giorno dopo giorno, regata dopo regata quali fossero le esigenze e gli accorgimenti necessari a soddisfarle. È un processo che va avanti ancora oggi, perché ogni volta che si sale a bordo c’è qualcosa da mettere a punto, uno step ulteriore da fare. Un’idea da realizzare”.

Cosa vuol dire Cadamà?

“Cadamà è Cadimare, ovvero il paese dove è nato il primo armatore della nave che era Albino Buticchi. Un personaggio straordinario, molto famoso negli anni ’80, come petroliere e come presidente del Milan. Io sono il terzo armatore di questa barca meravigliosa”.

Cosa succederà da oggi a domenica?

“Praticamente stasera io sarò a bordo per accogliere i ragazzi che arrivano. Insieme con il comandante della barca mostriamo loro com’è lo scafo, come funziona, quali sono gli accorgimenti base per muoversi in sicurezza. La mattina dopo, con l’equipaggio al completo, ovvero i ragazzi disabili e gli istruttori, molliamo gli ormeggi ci allontaniamo dalla costa. Perché questo è un corso di vela d’altura, quindi non facciamo navigazione sotto costa, ma stiamo oltre le 13 miglia marittime, e ci dirigiamo verso Portovenere. Lì dovremmo arrivare nel tardo pomeriggio serata. Dormiremo a terra perché a bordo non ci sono le distanze per rispettare le ordinanze anti-Covid. Durante la navigazione, con gli istruttori, continuiamo con le spiegazioni di base, come si veleggia, facendo ruotare gli allievi alle diverse postazioni: il timone, la randa, l’ingenua e, se riusciamo, anche lo jennaker. Una spolverata sulle nozioni base di navigazione, sulle manovre di sicurezza, su come gestire le varie scotte etc. Poi a terra breafing e il giorno dopo torniamo indietro”.

È il primo corso del genere in Italia?

“Sì. Cadamà è il primo maxi yacth al mondo, la prima barca classica in legno, ad essere resa completamente accessibile e vivibile nel vero senso del termine. Cioè, non che sali a bordo e poi devi riscendere. Qui puoi davvero viverci per più settimane in perfetta autonomia. Oltre a fare regate con equipaggio misto, normodotati e disabili, è la prima barca di questo genere dove puoi stare fuori a dormire e fare scuola vela. Per altro, essendo una barca che ha appena compiuto 50 anni, in quanto è stata varata nel 1951, richiede anche una certa dimestichezza, una certa marineria. Non è una barca moderna con tutti gli accorgimenti del caso di elettronica e quant’altro. Qui devi saperti muovere. Un altro obiettivo fondamentale del corso, come di tutta le attività della nostra associazione del resto, è quello di sviluppare l’indipendenza delle persone disabili, che poi è il punto di partenza fondamentale per quella cosa importantissima che è l’autostima. La barca a vela, da questo punto di vista, è un ambiente perfetto, perché ti costringe a fare i conti con un mondo estraneo a quello familiare, che è la bambagia che ognuno di noi è portato a costruirsi. Stare in una barca a vela come Cadamà ti costringe al contatto con altri, in una situazione inedita. Oltre allenare o sviluppare l’abilità fisica, sulla barca si crea una microcomunità di disabili, dunque si scoprono nuovi amici, nuove libertà, e si sviluppa la propria indipendenza, staccandosi dai comodi rifugi in cui tendiamo a rintanarci. Ci mette alla prova”.