Il rapper Neima Ezza racconta la periferia milanese di Aler San Siro. In Perif uno spaccato di vita vera

Nato in Marocco nel 2001, ma cresciuto in una casa di 40 metri quadri con sua mamma, suo papà e le sue due sorelle in un bilocale popolare di Aler San Siro, il rapper parla della zona come della sua perif: "C’è gente che passa tutta la vita a voler uscire dal quartiere, io l'ho fatto, ma con la testa e con il cuore ci sono ancora dentro"

A Milano, nell’area di San Siro – tra le vie Ricciarelli, Civitali, Paravia e Dolci – si trova un quartiere popolare: Aler San Siro. Qualcuno lo chiama la casba meneghina, perché è come una cittadella fortificata dentro la città: separata da tutto il resto. Qualcun altro la definisce la Molembeek di Milano per l’alta presenza di musulmani. Il rapper Neima Ezza la chiama “la mia perif”, “casa mia”

“Vengo dalla perif’

Non parlare di quello che vedi, vengo dalla perif’
Non parlarmi delle popolari

Delle occhiaie qui sotto gli occhiali
Delle scale, di tutti quei piani

Vengo dalla perif’

Bilocale, ma non è una casa, vengo dalla perif’
Viviamo in cinque in una stanza di quaranta metri
Qui stiamo buttati per strada da quando son baby
Non sento nessuna domanda, vengo dalla perif’

Vivo la miseria, c’ho gli occhi tristi sotto la tempesta con i teppisti”

Nato in Marocco nel 2001, ma cresciuto in una casa di 40 metri quadri con sua mamma, suo papà e le sue due sorelle in un bilocale popolare di Aler San Siro, Amine Ezzaroui – in arte Neima Ezza – nonostante tutto, dice: “C’è gente che passa tutta la vita a voler uscire dal quartiere, io l’ho fatto, ma con la testa e con il cuore ci sono ancora dentro“. Ad appena vent’anni, Neima è già finito sotto l’etichetta discografica Yalla Movement: le sue strofe sono infatti arrivate alle orecchie di Jake La Furia e Big Fish, due figure di primo piano nella scena rap italiana. La sua musica è come un diario personale, in cui il rapper racconta le storie che si porta dentro e quelle del quartiere. Come quella, racconta lui stesso: “di Arianna che cresce da sola tre figlie e non gli fa mancare nulla. Come Ayup che a 13 anni era già fuori di casa e a 24 ha già collezzionato domiciliari, Beccaria e San Vittore. Come Patricio che da non avere una casa è passato a prendersi cura di quelle degli altri. Come Fabiana che porta le collanine dal compro oro per aiutare i nipotini. Come Mohamed che, anche se non hai i soldi per il kebab, non ti lascia con lo stomaco vuoto lo stesso. Come Antonia e la sua famiglia che cercano una casa da occupare da mesi”. Nelle sue strofe, Neima racconta le vite che abitano quei palazzi in modo genuino, lontano dagli stereotipi e dall’idea che va bene qualunque mezzo pur di fare i soldi. “Per raccontare quello che vivo in perif, mi basta veramente poco. Alzare la testa e guardare“. Nato senza il mito del successo a tutti costi, il rapper riesce a vedere anche la richezza di un quartiere come il suo che, proprio per il senso di solitudine e di abbandono che lo caratterizza rispetto al resto della città, riesce a essere solidale, a stringersi oltre che a chiudersi, trasformandosi però in un vero e proprio ghetto dove lo Stato non entra.

Lo scorso aprile, dopo la chiamata via social di Neima, in piena pandemia 300 ragazzi si sono riuniti ad Aler San Siro in atteggiamento di sfida verso le regole e hanno trovato una controparte nelle forze dell’ordine. Ma, dopo aver rischiato la guerriglia urbana, il Prefetto di Milano Renato Saccone ha capito che la strada da intraprendere non poteva essere solo securitaria: “Dopo quel giorno abbiamo avviato un dialogo istituzionale perché non si può lasciare la gestione di questi problemi solo a chi deve garantire la sicurezza. La sensazione di esclusione in un quartiere come San Siro può portare a devianza. L’azione istituzionale di insieme punta dunque a un attento controllo del territorio, ma va molto oltre, su una serie di impegni per servizi, ascolto, attenzione“.

E così dallo scontro, ma anche da una canzone, nasce un protocollo di rigenerazione del quartiere che, tra le novità, introduce per San Siro il coordinamento sotto un unica regia dei progetti abitativi e sociali per i quali sono previsti stanziamenti da parte del governo. Aler (proprietaria di tutte le case del quartiere) si impegna a mettere a disposizione per funzioni commerciali e sociali spazi del quartiere inutilizzati, a portare avanti le ristrutturazione, a far tornare i custodi negli stabili, a spostare la propria sede operativa all’interno delle case popolari, lasciando i propri spazi di via Newton in gestione al Comune per l’emergenza abitativa. Dall’altra parte, l’amministrazione di Milano aumenterà la presenza dell’Amsa e della Polizia locale, stabilirà un impegno costante e dedicato dei servizi sociali, incentiverà le attività e i progetti per i giovani, cercherà di coordinare tutte le realtà sociali nel quartiere e collaborerà nella gestione e l’aiuto delle famiglie più fragili. Sull’esperimento “San Siro”, il sindaco Beppe Sala dichiara: “Ci muoviamo su quattro leve: casa, socialità, cultura, educazione. Ma se qualcuno intende strumentalizzare queste tematiche anche a scopo politico, la realtà dimostra che non serve. Firmo il protocollo non come esercizio, ma perché manifesto la volontà del Comune di fare passi avanti. Sarà una verifica del fatto che si intenda davvero cambiare registro verso una collaborazione solida”. Mentre Alessandro Mattinzoli, assessore alla Casa della Regione: “Questo progetto sarà un banco di prova anche per l’elaborazione della gestione unica, è il momento in cui può esserci una svolta su temi concreti”.

 

“Cresco in mezzo ai più grandi in una casa a zero gradi

Diversi dagli altri, divisi dai compagni

Siamo in crisi mami, bisognava accontentarsi”