Il sindaco con più alberi che abitanti: “La grandine, segnale di un clima sconvolto: ci mette in guardia il simpatico istrice”

Massimo Castelli, sindaco di Cerignale, 200 anime in provincia di Piacenza, teatro della furiosa grandinata: "Troppi abitanti nelle aree urbane e il forte surriscaldamento che ne deriva raggiunge le montagne, da dove sparisce l’uomo e attecchisce l’istrice, bestiola mediterranea. Ormai in Appennino la neve si scioglie dopo 15 giorni"

Nel pomeriggio di lunedì 26 luglio, una grandinata eccezionale ha causato seri danni nel Modenese e nella zona compresa tra Parma e Piacenza, con chicchi fino a 6/7 cm di diametro, che hanno causato gravi danni alle campagne limitrofe, rovinando le auto e provocando problemi a diverse abitazioni. Eventi del genere stanno diventando sempre più frequenti. Perché? Con quali conseguenze? Ed in che modo si potrebbero mitigare i danni?
Ridefinendo il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, certo. Ma da dove cominciare? Forse la chiave è meno nascosta di quanto potrebbe sembrare. Anzi, talmente davanti ai nostri occhi che fatichiamo a vederla.
Ne abbiamo parlato con Massimo Castelli, sindaco di Cerignale, piccolo borgo appenninico in provincia di Piacenza, che conta poco meno di 200 abitanti, ma con un patrimonio naturale enorme. Che forse, se fossimo disposti ad ascoltare, avrebbe tante cose da raccontarci.
Lo abbiamo intervistato.

Massimo Castelli, sindaco di Cerignale in provincia di Piacenza

Sindaco, quali riflessioni suggerisce l’evento climatico disastroso dell’altro giorno?

“Molto semplice: la terra ha la febbre. Le pressioni antropiche, i nostri stili di vita, generano effetti sempre più negativi sugli ecosistemi. Questo provoca, a livello mondiale, straordinari sconvolgimenti, che vanno dal campo ambientale a quello delle migrazioni indotte, ai fenomeni estremi come quello che si è verificato lunedì. Da noi le grandinate sono sempre venute, ma la novità è che quello che una volta era un evento eccezionale, ora sta diventando ordinario. Anche alle nostre latitudini assistiamo oramai ad una tropicalizzazione del clima. E se non riequilibriamo il rapporto tra l’individuo, la società e l’ambiente, a livello globale, attraverso la creazione di consapevolezza e azioni di responsabilità, sarà sempre peggio”.

 

Da dove bisogna partire?

“Bisogna intervenire innanzitutto per cercare di contenere nel tempo questa pressione antropica e l’uso eccessivo delle fonti fossili. Solo che la politica, al di là dei proclami, non mi sembra stia veramente affrontando il problema. Con scelte concrete”.

 

Cosa intende dire?

“Serve un cambiamento deciso degli stili di vita. Ùn riequilibrio dei territori, tra quelli molto antropizzati, che diventano pericolose isole di calore, e quelli spopolati come le montagne. Questi disequilibri, climatici ed antropici, vanno colmati. Ed è la politica che deve farlo. Tantissime persone tutte insieme non fanno bene all’ambiente, però il trend attuale ci dice che, al 2050, il 70% della popolazione mondiale vivrà intorno alle grandi città. E allora è da capire che azioni mettiamo in campo per armonizzare le esigenze dell’uomo con quelle dell’ambiente. Per questo io dico che rivoluzione sociale e climatica si collegano. Tuttavia vedo che anche nei grandi summit internazionali emerge una estrema timidezza: ognuno guarda ai propri interessi di potere, si vive alla giornata e si perde l’obiettivo primario”.

E qual è?

“Far sì che l’uomo diventi meno ingombrante di quello che è ora, ritrovando una propria corretta collocazione nell’ecosistema. L’uomo è ospite del mondo, non il suo padrone. Deve dunque smettere gli abiti del padrone che mette in difficoltà tutti gli ecosistemi per raggiungere un cosiddetto ‘benessere’ che poi tanto benessere non è, come vediamo. Serve un ragionamento, che non esito a definire ‘ideologico’, che parta dalle scelte politiche a livello globale e che arrivi ai singoli individui. Perché poi è il comportamento concreto dei singoli che conta”.

La provocazione di Castelli: ha trasferito nel bosco la sua scrivania da sindaco

Quanto influiscono sugli eventi estremi l’abbandono e l’uso cattivo del territorio?

“Tantissimo. Noi che viviamo nei territori montani lo sappiamo e lo vediamo bene. Lo spopolamento crea i problemi. Quello che accade a valle nasce a monte, per la mancanza di manutenzione del territorio. E così, quando piove di più, ed in maniera molto concentrata, l’acqua esonda perché i canali non sono puliti, i boschi sono invasi di ramaglie etc. I disastri cui assistiamo sono anche frutto ella mancanza di cura del territorio, che per mille anni si è fatta e che di punto in bianco è cessata. Laddove ci sono  alluvioni, alle spalle c’è un territorio abbandonato, dove manca l’uomo-agricoltore che curava i terreni, regimentava le acque, cerava un rapporto organico con l’ambiente”.

 

Dal suo osservatorio personale quali esperienze ha dl cambiamento climatico?

“Sull’Appennino, dove vivo io, fino a vent’anni fa, l’istrice non viveva. E’ un mammifero da clima mediterraneo, che non regge le temperature eccessivamente rigide e la nevosità delle montagne. Adesso invece lo abbiamo regolarmente. Tra l’altro creando non pochi danni, un po’ come le specie tropicali che infestano i nostri mari e che prima non c’erano. Quando ero bambino, una cinquantina di anni fa, avevamo per due o tre mesi neve fissa sul suolo, il clima era molto più freddo. Quest’anno, di neve ne è caduta tanta, ma è rimasta a terra massimo per quindidi giorni. Fenomeni che magari in città si notano di meno, ma per noi che viviamo in questi territori, il cambiamento degli ultimi anni è evidente”.

Quale contributo possono dare le piccole comunità, in particolare quelle montane, in questa fase?

“Un contributo enorme. Ma vanno fatte scelte precise. Ci dicono che la montagna non produce più economia e dunque va abbandonata. Ma in realtà, come abbiamo visto, se l’abbandoni produce danni enormi a causa della mancanza di manutenzione. Perché quello che accade a valle si origina in alto. La rinaturalizzazione genera comunque costi, che vanno messi in conto. E non sono pochi, perché quello che non spendi in prevenzione lo paghi come danni. Anzi paghi molto di più. Quindi occorrerebbero politiche per ripopolare i territori cosiddetti ‘marginali’, a partire da quelli montani. Serve un progetto di controesodo. La cosa sconfortante è che nemmeno il Pnrr ha un capitolo specifico per contrastare in fenomeno dello spopolamento e della migrazione verso le aree urbane, con le conseguenze che vediamo, in termini sociali ed ambientali, oltre che economici”.

Le dimensioni dei chicchi di grandine caduti in pieno luglio nel piacentino

Di cosa avreste bisogno?

“Di servizi, innanzitutto. Poi di leggi che contrastino l’ abbandono dei territori. E di una politica fiscale di riequilibrio. Oltre che di incentivi per le imprese che vengono ad investire in questi territori”.

Cosa intende per politiche fiscali di riequlibrio?

“Molto semplicemente, una persona che vive nel mio comune di fatto paga più tasse di una che risiede nelle aree urbane. Perché il prelievo sul reddito è lo stesso, ma la mancanza di servizi (istruzione, sanità, lavoro, etc) genera dei costi aggiuntivi che un abitante della città non deve sopportare. Qui per andare a lavorare devi fare anche 60 km, per recarsi in ospedale 30, per la scuola del figlio 10, e così via. Quindi il reddito potenziale è molto minore di quello dichiarato. Il problema vero è che in questo Paese si è persa un’idea di coesione e di solidarietà. Si ragiona a compartimenti stagni, senza pensare che, come appunto i disastri ambientali e climatici ci insegnano, se i problemi non si affrontano insieme, la soluzione non si trova mai”.
i che abitanti”.