“#ilgiornodopo ho sporto denuncia, abbracciato mia madre, pianto col mio compagno. E mi sono iscritta ad autodifesa”

Letizia Magnani, giornalista racconta l'aggressione subita a Siena di notte da uno sconosciuto. "Mi gettò a terra, lui su di me. Fu disturbato dai passanti, fuggì gridandomi cose terribili". #ilgiornodopo in questura l'agente mi chiese come fossi vestita". Se volete condividere la vostra storia, scrivete a redazione@luce.news

Il giorno dopo ho chiamato mia madre e le ho raccontato che stavo bene, ma che la sera prima ero stata aggredita da uno sconosciuto per la strada. Le ho chiesto di venirmi a prendere. Poi ho organizzato le cose da fare a Siena e quelle da fare a casa, a Cervia. Lavoravo all’Università ed ero ad una cena di lavoro la sera prima, quando ho deciso di tornare a piedi a casa, dal centro. Vivevo subito fuori le mura, dopo la curva che porta alla stazione. Pioveva appena, ma avevo scartato l’ipotesi di un taxi, era da poco passata la mezzanotte ed era normale che tornassi a piedi. Lo facevo abitualmente. Abitavo ancora nel mio appartamento da studentessa, con le mie coinquiline. Ho chiesto a loro di accompagnarmi in questura il giorno dopo e di rendere il giubbotto di pelle al ragazzo che mi aveva soccorso per primo e che mi aveva coperto le spalle bagnate e livide col suo giubbotto.

Letizia Magnani, giornalista, racconta la propria vicenda #ilgiornodopo

“Ho cercato di rimettere in ordine la mia vita” 

Il giorno dopo volevo solo andare via da lì, tornare a casa, a Cervia, chiudermi in una stanza al buio, a piangere. Ma facevo già la giornalista, lavoravo sia a Siena che a Ravenna e avevo tante cose da mettere in fila prima di potermi fermare un istante. Lo avevo detto anche, subito dopo l’aggressione, alla psichiatra che ho chiesto di incontrare immediatamente in ospedale. La denuncia per aggressione vale solo se vai in ospedale a farti medicare. Ricordo il freddo della pioggia addosso. Aveva superato i vestiti ed ero bagnata, le luci dell’ambulanza, volti di persone che non conoscevo che si erano avvicinate per aiutarmi, sarò in debito con loro a vita, il viso della mia coinquilina Isa, giovane donna ferma, che mi diceva di stare calma, che ero al sicuro, mentre salivamo assieme in ambulanza. Siamo stati prima in questura e poi in ospedale, alle Scotte. C’era una luce irreale, quella azzurrognola e allo stesso tempo gialla degli ospedali. La dottoressa, l’infermiera, la psichiatra erano tutte donne. Mi hanno ascoltata.

 

“Ti do i soldi, ma lasciami stare”

No, non conoscevo il mio aggressore, no non lo avevo visto in viso, perché mi aveva aggredita da dietro, alle spalle, mettendomi una mano in bocca. Aveva urlato cose brutte. No, non puzzava di alcool. Almeno non mi era sembrato. Mi era parso giovane, abbastanza giovane. No, non mi ero mai sentita vittima, anzi, gli avevo offerto dei soldi. Ricordo che avevo prelevato poco prima al Bancomat. E anche se avevo le sue dita in bocca e fra le gambe io avevo provato a offrirgli dei soldi, poi avevo urlato con tutta la forza che avevo: “aiuto!”. Aiuto, ecco aiuto. Ma un uomo ha comunque più forza di una donna e mi aveva buttata a terra, ecco ora mi era sopra. C’erano le macchine parcheggiate e dalla strada chi avrebbe potuto vedermi sul marciapiede. Aiuto. Aiuto. E’ lì che ho sentito la pioggia entrarmi nei pantaloni, il freddo sulla carne. Poi è stato tutto veloce, dei ragazzi attirati dalle urla si sono avvicinati. Il mio aggressore ha lasciato la presa, mi ha urlato cose violente, terribili, è scappato. “I miei occhiali. Cercate i miei occhiali. Chiamate la polizia, l’ambulanza. Aiuto”.

 

“Ho chiamato io la polizia”

La polizia l’ho chiamata io. Il cellulare era caduto da una parte, gli occhiali dall’altra. “Aiuto, sono stata aggredita. Venite subito”. Il giorno dopo ho ripetuto le stesse cose dette poche ore prima e poi sono tornata a casa. Ho chiamato i giornali coi quali collaboravo, ho raccontato quanto era avvenuto e detto che avrei consegnato tutto lunedì. Uno era un settimanale e lunedì era il giorno di chiusura. La direttrice mi ha detto che aspettava le pagine. Non chiedevo più tempo, anzi, non chiedevo niente. Tentavo di organizzare tutto, perché quello che mi era successo non doveva cambiare le cose. Le cose no, ma cambia tutto. La paura, che non avevo mai provato in vita mia e che ora aveva il sapore delle dita di uno sconosciuto, cambia tutto.

 

“L’ho detto a mia madre e al mio compagno”

Il giorno dopo sono tornata a casa e con mia madre ho parlato tanto. Volevo piangere, stare sola. Siamo rimaste abbracciate e abbiamo riso e pianto, poi cercato una palestra nella quale fare autodifesa. C’erano così tante cose da mettere in fila, ordinare, fare. Il riconoscimento delle foto, iscriversi in palestra, dire alle persone che attendevano cose, articoli, risposte da me che c’ero, ma che stavo male. Il giorno dopo stavo male. Avevo provato paura e ora stavo male. Il giorno dopo ho chiamato il mio compagno e gli ho raccontato quanto era successo. Con lui ho pianto, finalmente. Fra braccia che non potevano essere ostili.

 

“Scusi, com’era vestita?”

Il giorno dopo mi sono sentita chiedere come ero vestita dalla polizia e ho risposto che se il mio aggressore non era riuscito a violentarmi sul marciapiede bagnato era per via dei pantaloni a vita alta e di qualcuno che aveva sentito la mia voce. Aiuto! Il giorno dopo ho ascoltato tante donne, amiche. Ognuna mi ha raccontato un episodio di violenza vissuta. Adesso ero come loro e potevo capirle. Tranne le donne di casa sembrava che ognuna avesse un episodio da condividere, perché ora ero una di loro e potevo capire, la paura, il dolore.

 

“Noi non siamo come lui”

Il giorno dopo gli uomini, amici, colleghi, parenti, tutti mi hanno detto: io sono qui e sono diverso dall’aggressore. Io non sono così, io non ti farò mai del male. Come stai? Il giorno dopo ho scelto di dire come stavo, mi sono iscritta ad autodifesa e ho chiamato Linea Rosa: “se serve sono qui, posso aiutarvi. Io sono giornalista, quello che posso fare è ascoltare le donne, raccontare la violenza. Battermi per cambiare le cose”.

#ilgiornodopo da tanti anni sono dalla parte delle donne, contro la violenza.

 

Care lettrici, cari lettori, uscite dal silenzio

La campagna social #ilgiornodopo lanciata da Eva Dal Canto in risposta al video di Beppe Grillo (in cui difendeva il figlio indagato per violenza sessuale), sta stimolando molte persone a raccontare sui social esperienze e ricordi legati a episodi di stupri, molestie, violenze. Prima di Letizia Magnani hanno pubblicato su Luce! il ricordo della violenze subite da adolescenti anche le giornaliste Valentina Bertuccio D’Angelo  e  Letizia Cini .  (Qui il video dell’intervista di Letizia Cini su Lady Radio)Se volete condividere la vostra testimonianza, e partecipare alla campagna  #ilgiornodopo, scriveteci a  redazione@luce.news