In Canada saranno vietate le terapie di conversione per membri della comunità Lgbtq+

Si è trattata di una rara dimostrazione di unanimità nel Parlamento di Ottawa, per una mozione presentata a sorpresa dai conservatori. Queste pratiche, basate su teorie pseudoscientifiche, sono però ancora presenti in molti Paesi, tra cui l'Italia

Un passo avanti verso l’inclusione, verso la normalizzazione delle mille sfumature dell’amore. In Canada, il 1 dicembre, è stata approvata all’unanimità una legge che vieta le terapie di conversione. Un primo step, quello del Parlamento canadese, verso l’abolizione di una pratica disumana. La terapia di conversione, infatti, anche detta ‘riparativa’ o di ‘riorientamento sessuale’, è una pratica pseudoscientifica intesa a cambiare l’orientamento sessuale di una persona, dall’omosessualità originaria all’eterosessualità, oppure ad eliminare (o ridurre) i suoi desideri e comportamenti omosessuali.

Basate sulla convinzione (smentita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1990) che si nasca tutti etero e che l’omosessualità sia una malattia, indotta da condizionamenti ambientali o da traumi familiari, la ‘soluzione’ proposta da quelli che condividono questo pensiero è a dir poco assurda: tentare di modificare l’identità di genere e l’orientamento sessuale della persona facendo ricorso a preghiere, esorcismi, ipnosi, ormoni, elettrochoc, percosse, privazione del cibo. Perché purtroppo ancora oggi l’omosessualità troppo spesso viene considerata qualcosa di patologico, di sbagliato. Da curare, piuttosto che da accettare nella sua naturalezza.

Se passerà anche al Senato, in Canada la nuova legge renderà illecito sottoporre a queste pratiche bambini o persone adulte non consensuali.⁠ Quella di mercoledì scorso è stata una delle rare manifestazioni di unanimità della House of Commons canadese, tanto che l’approvazione ha scatenato un applauso generale. Anche perché abolire pratiche infondate ed estremamente dannose, che causano numerosi traumi e l’aumento del rischio di suicidio in chi le subisce, è prima di tutto un passo avanti per la civiltà umana in generale. Nonostante siano state ampiamente screditata dagli esperti della salute a livello globale, le terapie di conversione sono infatti ancora legali in molte parti del mondo: almeno in 68 Stati, secondo un recente report delle Nazioni Unite, anche se alcune versioni delle pratiche di conversione vengono tuttora eseguite in tutte le nazioni⁠. In Italia, ad esempio, non sono illegali, perché il disegno di legge che avrebbe dovuto abolire le cosiddette conversion therapy non è mai stato discusso. L’unico tentativo, in questo senso, era stato fatto nel 2016 da Sergio Lo Giudice, ex parlamentare ed ex presidente di Arcigay, da sempre in prima fila per i diritti civili, e prevedeva la reclusione fino a due anni e la multa da 10mila a 50mila euro per chiunque praticasse queste terapie.

Il pretesto per far sì che il disegno di legge non fosse nemmeno discusso è stato lo stesso di tante altre iniziative legislative che riguardano la comunità lgbt (oggi il caso più clamoroso è quello del Ddl Zan): non è una priorità. “Chi dice che non è una priorità fa ridere, perché cos’è una priorità se non tutelare dei ragazzi minorenni da interventi che tutti gli ordini dei medici considerano non solo inutili, ma anche dannosi per la loro salute psichica?”, aveva detto in un’intervista all’Huffington Post. Le pratiche infatti sono vietate dal Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi e dalla Società italiana di psicologia. Ma questo basta a reprimere il fenomeno? A quanto pare no.